Scopelliti: il magistrato incorruttibile ucciso dalla mafia

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antonino scoppelliti

9 Agosto 1991, il giudice Antonino Scopelliti, a bordo della sua auto, si trova a Campo Calabro, provincia di Reggio Calabria. È solo e percorre la strada che conduce al centro abitato. Sono circa le 17 di un caldo pomeriggio estivo, quando due colpi d’arma da fuoco rompono il silenzio.

Il BMW su cui viaggia Scopelliti viene affiancato da una moto, in sella due killer lo freddano con un fucile calibro 12. Il giudice muore sul colpo, 2 proiettili lo raggiungono al capo e sono fatali.

L’auto prosegue, fuori controllo, per circa una decina di metri, per poi fermarsi in un vigneto. Allertata poco dopo l’accaduto, la polizia giunge sul posto, non potendo far altro che constatare la tragedia.

Chi era il giudice Antonino Scopelliti? Chi l’ha ucciso e perché?

Antonino Scopelliti: il giudice incorruttibile

In quel periodo, Scopelliti ricopriva la carica di procuratore generale della Cassazione. Magistrato dalla confermata reputazione di uomo integerrimo e leale nei confronti delle Istituzioni.

Di certo la sua è stata una brillante carriera, iniziata precocemente all’età di 24 anni. Il suo nome figura nell’ambito di importanti e decisivi processi contro la mafia e il terrorismo. Si occupò, tra gli altri, del processo per la Strage di Piazza Fontana ed il processo Aldo Moro.

Quell’anno, il 1991, ricevette l’incarico di rappresentare l’accusa nel Maxiprocesso, in Cassazione.

Accolse il suo dovere come una missione, come era solito fare. Iniziò a studiare gli atti processuali, portandosi il lavoro anche in ferie. Quell’estate, infatti, le carte sulle quali stava lavorando furono rinvenute nella casa al mare, dove trascorreva le sue vacanze.

La sua nomina all’interno del Maxiprocesso contro Cosa Nostra lo mise in una posizione di pericolo. Il suo nome aveva iniziato ad orbitare nel mirino della criminalità organizzata. Era ormai un nemico da combattere.

Le uniche soluzioni possibili erano solamente due, o il giudice si lasciava corrompere, accettando di buon grado un’ingente somma di denaro in cambio del silenzio. Oppure, si sarebbe reso necessario eliminarlo.

Purtroppo, è noto a tutti il finale cui il giudice è andato incontro.

Le parole rivelatrici di Falcone

Giovanni Falcone, il 17 agosto del 1991, rilasciò delle incisive dichiarazioni a La Stampa, a proposito del caso Scopelliti. “Unico dato certo è la eliminazione di un magistrato universalmente apprezzato per le sue qualità umane, la sua capacità professionale e il suo impegno civile. Ma ciò ormai non sembra far più notizia, quasi che nel nostro paese sia normale per un magistrato e probabilmente lo è essere ucciso esclusivamente per aver fatto il proprio dovere“.

Falcone fa pesare il paradosso per cui un uomo ligio al dovere, integro, anziché essere premiato, debba invece essere punito con la morte. Un ammonimento velato, che rivela una verità dura da ammettere. Una realtà che, purtroppo, interessa il nostro paese tra l’indifferenza di chi, dovrebbe invece agire a difesa di questi uomini. Sono uomini al cui operato dobbiamo rendere grazie.

Il tragico epilogo che tocca a chi fa proprio un ideale di giustizia: “Non importa stabilire quale sia stata la causa scatenante dell’omicidio, ma è certo che è stato eliminato un magistrato chiave nella lotta alla mafia, uno dei più apprezzati collaboratori del procuratore generale della corte di Cassazione, […]. Queste qualità della vittima, ignote al grande pubblico, erano ben conosciute invece dagli addetti ai lavori e, occorre sottolinearlo, anche dalla criminalità mafiosa“.

Le conferme dei pentiti

Falcone lascia trapelare i sospetti, sempre più concreti, circa il possibile connubio tra mafia siciliana e mafia calabrese. Tale intuizione verrà poi confermata da un pentito, collaboratore di giustizia, Francesco Onorato, “l’omicidio del giudice Scopelliti è stato un favore che la ‘Ndrangheta ha fatto a Cosa Nostra. Non so chi sia stato l’esecutore materiale, ma so che è un favore fatto per volere di Salvatore Riina e della commissione“.

Parole che trovano svariate conferme negli sviluppi successivi delle indagini.

Un altro pentito di mafia, Gaetano Costa, messinese, dichiarò: “i legami fra Cosa Nostra e ‘Ndrangheta erano strettissimi. Si arrivò anche a progettare e a dare forma (parliamo del periodo successivo alle stragi di Falcone e Borsellino) a una super-struttura che comprendeva le due organizzazioni”.

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