Scontro Yemen Arabia Saudita: sale la tensione a Riad

Ancora nessuna risoluzione per una guerra che dura ormai da sei anni e che l'Onu ha definito la peggiore crisi umanitaria al mondo

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Prosegue lo scontro in Yemen tra i ribelli e la coalizione dell’Arabia Saudita. A marzo, gli Houthi hanno risposto con una nuova ondata di attacchi alla proposta di un cessate il fuoco avanzata dagli arabi. Dunque, appare sempre più lontana la possibile risoluzione di un conflitto che dura ormai da sei anni. Anche se entrambi gli schieramenti, e tutta la popolazione civile, ne beneficerebbero.

Cosa sta succedendo nello scontro tra Yemen e Arabia?

Continua senza soluzione di continuità lo scontro in Yemen tra la coalizione dell’Arabia Saudita da un lato, e ribelli Houthi dall’altro. Dall’inizio di marzo si assiste a una vera e propria escalation di attacchi, rivendicati dai ribelli sciiti sostenuti dall’Iran, dopo la proposta saudita di un cessate il fuoco. L’ultimo dei quali condotto il 1 aprile, quando 4 droni hanno colpito Riad. Lo stesso giorno, la coalizione a guida saudita ha annunciato di aver aver sventato un altro attacco diretto a civili nella regione di Ma’rib, in Yemen. Dal 2015, lo scontro armato in Yemen fra insorti Houthi filo iraniani e Arabia Saudita ha provocato circa 100.000 vittime civili. Anche se in sei anni di conflitto ininterrotto, il 2019 può considerarsi il momento più cruento. Nei primi sei mesi di quell’anno sono rimasti uccisi per mano della coalizione saudita 8.000 civili degli 11.900 totali.

La proposta di cessate il fuoco

Il 22 marzo i sauditi avevano proposto un cessate il fuoco ai ribelli. Secondo le aspettative, la tregua sarebbe stata un primo passo in vista della risoluzione del conflitto. Mentre sul rispetto della stessa avrebbero vigilato le Nazioni Unite. Infatti, il cessate il fuoco avrebbe dovuto sfociare nell’apertura di negoziati tra il governo yemenita riconosciuto e gli insorti Houthi. Tra le altre cose, l’accordo avrebbe previsto la riapertura dei collegamenti aerei e marittimi con il paese a Sud della penisola arabica. Come la riapertura dell’aeroporto di Sanaa e la ripresa delle importazioni di carburante e cibo dal porto di Hodeidah. Entrambi vitali per il paese. Ma entrambi controllate dai ribelli. L’emittente panaraba saudita Al Arabiya ha riferito che sulla questione era intervenuto il ministro degli Esteri di Riad, Faisal bin Farhan.

La dichiarazione

Il ministro aveva dichiarato: “Faremo tutto il possibile per mettere la necessaria pressione sugli Houthi perché vengano al tavolo negoziale e depongano le armi, perché riteniamo che la fine dei combattimenti e una soluzione politica siano l’unica strada“. Ma le milizie sciite filo-iraniane hanno replicato con un sonoro “no grazie” alla proposta saudita. Più precisamente, hanno rilevato che l’offerta fosse troppo debole per giustificare la revoca del blocco. In risposta, hanno intensificato i loro attacchi ai danni dell’Arabia saudita e suoi alleati, come gli Usa. Mentre anche i ribelli nordisti, che avevano rovesciato il governo yemenita nelle ultime settimane, hanno ripreso la loro offensiva. Soprattutto nelle aree centro-meridionali del paese, attraverso raid di missili e droni sul suolo saudita.


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Scontro Yemen Arabia: gli obiettivi

Gli obiettivi che preferiscono i ribelli sono appunto gli impianti petroliferi sauditi in generale. E quelli della Saudi Aramco in particolare. Difatti, negli ultimi tempi il colosso energetico ha rilevato frequenti raid contro le sue raffinerie di petrolio. Di recente, i ribelli Houthi sostenuti dai Pasdaran hanno attaccato un suo stabilimento nei pressi di Riad. Lo ha riferito lo stesso ministero dell’Energia saudita. In una nota, il dicastero aveva anche aggiunto che l’incendio che si era originato non aveva causato vittime né interrotto le forniture di idrocarburi. Anche se i danni alla struttura sono stati ingenti.

Altri attacchi

Mentre il 29 marzo un altro attacco dei ribelli aveva colpito nella notte gli impianti petroliferi di Jizan. In quell’occasione, il ministero della Difesa saudita aveva dichiarato: “L’attacco Houthi è un tentativo di prendere di mira la sicurezza dell’economia globale, della navigazione, del commercio mondiale e delle esportazioni di petrolio”. Soprattutto, l’attacco dimostrava che “le direttive iraniane prevalgono sulle decisioni politiche e militari degli Houthi”. Dal canto suo, il generale Turki al Malki aveva attribuito ai ribelli Houthi anche il raid compiuto con tre missili balistici nel territorio saudita. Uno dei quali, lanciato dalla capitale Sanaa, era atterrato nella provincia di Al Jawf. Mentre gli altri due erano caduti in territori di confine non popolati.

Lo scontro tra Yemen e Arabia

Per le Nazioni Unite si tratta della “peggiore crisi umanitaria al mondo”. Per la quale sembra lontana una risoluzione, considerati i recenti eventi. Oltre che i numerosi tentativi di pace falliti in passato. Ad esempio, nell’aprile 2019 da Washington il Congresso aveva approvato una risoluzione che esortava l’allora presidente Donald Trump a fermare ogni sostegno statunitense alla coalizione saudita entro i successivi 30 giorni. Una proposta che non ebbe esito positivo, anzi. Il Tycoon impose il proprio veto, continuando a sostenere l’Arabia Saudita. Per lui, l’unico vero alleato contro un nemico comune: l’Iran. Intanto, la Repubblica islamica è accusata di sostenere i militanti sciiti antigovernativi e di sfruttare le agitazioni interne allo Yemen a suo vantaggio. Soprattutto a scapito della coalizione saudita.

Uno “Stato fallito”?

Unico paese della Penisola Arabica a non rientrare nel Consiglio per la cooperazione del Golfo, lo Yemen occupa una posizione strategica di tutto riguardo. Non solo perché controlla almeno la metà dello stretto di Bab el Mandeb, che collega il Golfo di Aden al Mar Rosso fino al Canale di Suez. Il che lo rende uno snodo commerciale cruciale per le rotte tra l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo, specialmente per il petrolio. Ma anche perché lo “Stato fallito”, com’è considerato, si è trasformato nel terreno di scontro di due potenze egemoniche regionali. L’Iran e l’Arabia Saudita, che da sempre si contendono quelle rotte commerciali. Passaggi che, del resto, interessano a tutti i paesi del Golfo. Ma non solo. Anche Russia e Stati Uniti. Intanto, la coalizione saudita ha cominciato a perdere parte del suo sostegno militare, dopo il parziale ritiro annunciato dagli Emirati Arabi Uniti.


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Scontro Yemen Arabia: una tregua?

In effetti, una tregua farebbe gli interessi di entrambe le fazioni. Da una parte, Riad sembra un’araba Don Chisciotte che porta avanti una battaglia disperata contro i mulini a vento. Soprattutto, sta pagando la sua scarsa capacità operativa. Nonostante disponga di armi dalla tecnologia nettamente superiore rispetto a quella in dotazione agli insorti Houthi. Ma ora subisce anche le pressioni statunitensi che, da una parte, hanno sospeso il rifornimento di armi. Mentre dall’altra non condividono più le loro informazioni di intelligence. Comunque, ciò che appare evidente è che lo scontro tra Arabia Saudita e Yemen sia il palcoscenico di un conflitto molto più ampio. E in cui i principali interessati restino “dietro alle quinte”. Stati Uniti e Iran. Intanto il portavoce dei ribelli, Yahya Sarea, ha rivendicato l’attacco del primo aprile lanciato alle prime luci del giorno contro obiettivi “sensibili”. Oltre che altri raid nei pressi della capitale dell’Arabia Saudita.

Una dichiarazione bellicosa

La serie di attentati, ha precisato Sarea, è stata “accurata” ed è considerata una risposta “legittima” e naturale dei militanti sciiti filo iraniani all’occupazione saudita nel paese. Di questi, l’ultimo è culminato proprio nella ripresa dell’offensiva a Ma’rib. La regione yemenita a circa 120 km a Est dalla capitale Sana’a. In effetti, l’area rappresenta una delle ultime roccaforti delle forze saudite e quelle del presidente legittimo Rabbo Mansour Hadi nell’Ovest dello Yemen. Per questo teatro di forti tensioni. Le più violente dall’inizio del conflitto e aggravatesi dalla prima settimana di febbraio. Come riporta il quotidiano al-Araby al-Jadeed, qui i ribelli sciiti Houthi sono considerati dai civili come l’asso vincente. Tanto che godono del loro sostegno, soprattutto per ciò che potrebbero ottenere qualora venissero aperti i negoziati.


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Il punto

Secondo la coalizione, l’attacco avrebbe messo in pericolo la vita dei civili, costringendo migliaia di persone ad abbandonare le loro case. Mentre un funzionario del governo legittimo yemenita ha affermato che nell’arco degli ultimi 15 mesi almeno 27 campi profughi sono stati chiusi per gli innumerevoli attacchi a opera del gruppo sciita. In totale, oltre 2.500 famiglie sarebbero ora sfollate. Un numero che si aggiunge ai 116.000 profughi del 2020. Tuttavia, anche gli Houthi stanno pagando un prezzo alto per la loro ribellione. Infatti, nel mese di marzo hanno perso la vita almeno 716 militanti. A fronte di un vantaggio trascurabile in campo. Per la tv al-Araby al-Jadeed, infatti, i ribelli stentano ad avanzare. Salvo aver guadagnato i territori collinari dell’Hilan e di al-Mashjah. Comunque, aree che non incideranno sulle sorti del conflitto.