Scontro diplomatico con la Somalia: Nairobi chiude il confine

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La crisi diplomatica tra Kenya e Somalia, originata da una disputa per il controllo di un’area marittima di confine, ha avuto un’escalation negli ultimi giorni

E’ un vero e proprio scontro diplomatico quello in atto tra Kenya e Somalia e che negli ultimi giorni si è acutizzato. Il governo di Nairobi, guidato da Uhuru Kenyatta, infatti, ha deciso di chiudere a tempo indeterminato la frontiera di Lamu, nel nord est del paese, una delle quattro che collega il paese alla Somalia. La chiusura del valico, secondo fonti governative, si è resa necessaria per ragioni di sicurezza, visto il pericolo rappresentato sia dai miliziani di Al Shabaab presenti in Somalia che, come accaduto in passato, potrebbero sconfinare e condurre attacchi in territorio keniota. Un’altra ragione dell’adozione del provvedimento è il contrasto al contrabbando di merci e sostanze stupefacenti. Il Kenya, a fianco di altri stati africani, dal 2011 sta combattendo in Somalia per conto dell’ l‘Amisom, una missione dell’Unione Africana che ha lo scopo di tutelare i somali dagli attacchi delle organizzazioni terroristiche islamiche.

Un valico di confine tra Kenya e Somalia

I difficili rapporti diplomatici tra Kenya e Somalia

Secondo alcuni media,la decisione di Nairobi rientrerebbe nel quadro della crisi diplomatica che da alcuni anni sta minando le relazioni tra i due paesi, originata da una disputa su un’area marittima contesa da entrambi gli stati, molto ricca di giacimenti petroliferi. I rapporti tra i due paesi dell’Africa orientale sono peggiorati nel febbraio scorso, quando il governo di Mogadiscio ha deciso di indire un’asta per la concessione per la concessione delle licenze petrolifere nell’area oggetto della disputa. Immediata è stata la reazione del governo keniota che dopo alcuni giorni ha richiamato il proprio ambasciatore per esprimere il proprio disappunto per la decisione del governo somalo.

Il presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohamed con il suo omologo keniota Uhuru Kenyatta nel corso dell’incontro di marzo in Etiopia

Nonostante a marzo il presidente keniota Uhuru Kenyatta e il suo omologo somalo Mohamed Abdullahi Mohamed nel corso di un incontro ad Addis Abeba abbiano annunciato la volontà di riprendere le relazioni diplomatiche anche per risolvere le questioni relative alla controversia territoriale, negli ultimi giorni le tensioni sono aumentate, dopo che il 21 maggio scorso a tre funzionari governativi somali, tra i quali un viceministro, arrivati all’aeroporto di Nairobi per partecipare a un incontro organizzato dall’Unione europea per favorire il riavvicinamento tra i due paesi, è stato vietato l’ingresso in Kenya a causa della mancanza del necessario visto di ingresso sul passaporto, nonostante fossero arrivati nel paese per ragioni diplomatiche. La delegazione somala ha dovuto quindi fare rientro in patria senza partecipare al vertice, suscitando l’indignazione del governo di Mogadiscio.

L’area marittima contesa dai due stati

L’annosa disputa tra Kenya e Somalia riguarda un’area marittima di confine di circa cento chilometri quadrati e la questione, nel 2014, su iniziativa di Mogadiscio, è arrivata alla Corte Internazionale di giustizia dell’Aja. Il governo somalo, dopo anni di contatti bilaterali realizzati con lo scopo di dirimere la controversia, ha deciso di rivolgersi alla giustizia internazionale per dare una soluzione alla diatriba.

L’area marittima oggetto di contesa tra Kenya e Somalia

L’area oggetto del contenzioso è una zona marittima di confine ricca di idrocarburi che ha suscitato l’interesse di molte compagnie petrolifere. La Somalia vorrebbe che il confine marittimo seguisse verticalmente quello terrestre, proposta non condivisa da Nairobi che chiede invece che la delimitazione marittima tra i due stati sia costituita da una linea di demarcazione orizzontale.

Nonostante le tensioni diplomatiche di questi mesi, le costanti richieste da parte delle multinazionali che si occupano di estrazione di idrocarburi, potrebbero portare presto Kenya e Somalia a riaprire le trattative sulla zona contesa, considerati anche i tempi del tribunale internazionale, che generalmente impiega anni a risolvere le controversie tra stati. Entrambi i paesi, per ovvie ragioni economiche hanno infatti l’interesse a risolvere rapidamente la disputa, per gli interessi economici che potrebbero derivare dallo sfruttamento dell’area da parte delle multinazionali petrolifere.

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