Scontri a Gerusalemme: Netanyahu galleggia

Colpire Gaza è un modo per uscire dallo stallo della politica israeliana?

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scontri a gerusalemme

Gli scontri a Gerusalemme hanno paralizzato la città e la politica. Attonito, il mondo ne è spettatore. Eppure, il conflitto da israeliani e palestinesi è in corso da decenni. Tanto che buona parte del mondo considera Al-Quds una città occupata. Ora, i palestinesi sono preoccupati che la moschea di Al-Aqsa sia il prossimo obiettivo dello Stato ebraico. Ma cosa si cela dietro agli scontri a Gerusalemme? Sono una contesa politica? E il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, rimarrà al potere?

Scontri a Gerusalemme: e la politica?

Israele è una macchina da guerra coloniale che non dorme mai“. Così Marwan Bishara, analista senior di Al Jazeera, definisce lo Stato ebraico. Come ci si sarebbe aspettato, le provocazioni israeliane a Gerusalemme Est hanno fomentato la protesta che in questi giorni fa discutere. A ben vedere, l’occupazione, la repressione, la discriminazione, gli arresti, la confisca di proprietà o la demolizione di edifici è un affare che dura da decenni. Allo stesso modo, le provocazioni razziste e violente da parte dei fanatici israeliani sono una pratica comune nei territori palestinesi occupati, anzi. Sono tutte conseguenze dirette dell’occupazione. Pertanto, non sorprende che il primo ministro Benjamin Netanyahu giustifichi l’escalation come “una lotta tra tolleranza e intolleranza; legge e ordine e violazione della legge e violenza”.

Comunicazione

A tal proposito, il gergo politico israeliano ha coniato un vocabolo: hasbara. Il termine si propone di promuovere la causa sionista per restituire al mondo un’immagine di Israele che sia rettificata. O meglio redenta. Ad esempio, è hasbara dire che Israele non è un “Paese di apartheid”. Come lo è negare che esistano i “confini del ’67”, oltre i quali si estendono i “territori palestinesi”. Soprattutto, è hasbara affermare che sia “legale” il trasferimento in massa da parte degli ebrei (dei “coloni”) in quelle aree. Oltre al fatto di non rispettare lo status quo della città di Gerusalemme, riconosciutole dalla comunità internazionale. Tornando al punto. A un occhio esterno, tale “marchio di fabbrica” per Netanyahu appare fiaccato, sfacciato, stantio. Eppure funziona.


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Superare la Linea Rossa?

Del resto, è facile ridurre tutto alla dicotomia: buoni e cattivi; bene e male. Se non altro è comodo, politicamente parlando. Quindi la vera domanda è: perché ora? Eppure, questo interrogativo spalanca la porta a una serie di questioni. Perché continuano i bombardamenti su Gaza? Davvero è una risposta difensiva dopo che Hamas ha superato il punto di non ritorno? La linea rossa, come la chiama il Premier? Se non di parte, questa spiegazione è semplicistica. Ad ogni modo è hasbara. Anche ammettendo che il bersaglio di Israele fosse l’edificio in cui si svolgeva riunione tra due leader di Hamas, non risponde a un principio fondamentale del diritto moderno: la reazione è proporzionata all’offesa?

Tutte queste considerazioni instillano un dubbio. Che la narrazione sia credibile? O, piuttosto, la stessa serva a soddisfare altri interessi? Primo fra tutti proprio quello di Netanyahu? Soprattutto, in un momento tanto delicato per il Premier?

Scontri a Gerusalemme interrompono il processo

Con il processo che pende a suo carico, non è un segreto che Benjamin Netanyahu, oltre alla leadership, rischi di perdere la libertà. Se venisse ritenuto colpevole, finirebbe in prigione al pari del suo biasimato predecessore, Ehud Olmert. Proprio lunedì, nel bel mezzo dell’escalation, Netanyahu si trovava in aula. Nel tribunale del distretto di Gerusalemme, il Premier avrebbe risposto a varie accuse di corruzione. Tra cui frode, violazione della fiducia e accettazione di tangenti. Ma l’udienza, anziché durare fino alle 15:30, si è conclusa con due ore d’anticipo. Per gli agenti di sicurezza del foro sarebbe stato un rischio proseguire il dibattimento, visto l’intensificarsi dei disordini nella capitale. Il che ha consentito a Benjamin Netanyahu un po’ di tempo. Che da politico consumato sarà in grado di sfruttare a suo vantaggio.


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Chi vince, vince tutto

Lo ha già dimostrato. Mentre il moderato Yair Lapid lo sostituisce nel tentativo di racimolare una coalizione per la Knesset, il Premier è tornato alla ribalta. Anzi, cavalca l’onda come mai prima d’ora. Lo stesso Netanyahu non poteva chiedere di meglio: Hamas gli ha fornito un nemico da gettare in pasto all’opinione pubblica. Al posto suo. Ma procediamo con ordine. In passato, il Premier aveva fatto ricorso a tutti gli espedienti che gli permettessero di mantenere il potere. Ivi compreso il controllo, il rafforzamento e l’alleanza con i fanatici di destra della società israeliana. Ancor più estremisti del suo partito estremista Likud. Lui stesso, infatti, li aveva convinti (e aiutati) a organizzarsi in un movimento: il Partito Sionista Religioso. Uno strenuo oppositore dei palestinesi.

Scontri a Gerusalemme: cosa nascondono?

Il gruppo si era rivelato un alleato prezioso. Non solo perché gli garantiva il raggiungimento della soglia di sbarramento alla Knesset. Ma anche la premiership indiscussa. Il 23 marzo 2021, però, le consultazioni avevano preso una piega inaspettata. Dopo due anni (e tre elezioni) all’insegna di una perdurante crisi politica, il blocco anti Netanyahu era cresciuto. Gli equilibri tra le forze parlamentari erano cambiati. Mentre le elezioni non avevano prodotto una maggioranza. Nonostante avesse ricevuto l’incarico dal presidente Reuven Rivlin di formare una coalizione, Netanyahu si è visto costretto a restituire il mandato. Eppure, dopo cinque legislature il Premier non può dirsi sconfitto. Nel tentativo di recuperare consensi, il mese scorso Netanyahu aveva vietato le operazioni di voto dell’AP a Gerusalemme Est occupata. Una decisione che aveva infiammato gli animi dei cittadini palestinesi.


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Una partita politica

Secondo Rebecca Shimon-Stoil del Jerusalem Post, “Il motivo fondamentale per cui la Città più santa del mondo è ancora una volta un punto critico per il conflitto è a causa di un vuoto di potere sia in Israele che nell’Autorità palestinese“. Ironia della sorte, il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas ha colto al volo l’occasione per rinviare un’elezione che temeva di perdere. Del resto, questa stessa mossa si era rivelata vincente nel 2006. L’ultima volta in cui si sono tenute le elezioni. Ma c’è di più. Nonostante abbia criticato pubblicamente la decisione di Netanyahu, Abbas non ha alcun controllo delle aree nelle quali sono scoppiati i disordini. Tantomeno un coordinamento con Israele. Eppure è evidente che, sullo sfondo, si celi una contesa politica. La domanda è: chi ne trae beneficio?

Scontri a Gerusalemme: a chi giova?

Una possibile risposta è che il vuoto di potere faccia al caso di Hamas. Per Abbas il gruppo islamista rimane il più grande rivale da quando gli ha strappato il controllo della Striscia di Gaza, nel 2007. Specialmente ora che viene considerato l’alternativa al suo partito nella Cisgiordania occupata. Incapace di sfidare Abbas alle urne, il gruppo terroristico afferma la sua autorità con altri mezzi. Tra cui incoraggiare la violenza. In tal senso, Hamas ha reso la riconquista di Gerusalemme il focus del suo programma elettorale. Oltretutto, fomentare la rivolta gli consente di segnare anche un altro punto a suo favore. Come osserva Shimon-Stoil: “Con i politici israeliani e palestinesi indeboliti e focalizzati nell’assicurare le proprie posizioni, gli estremisti sono stati in grado di dare il via a un altro round di morte, odio e recriminazione reciproca“. E tirare acqua al suo mulino.

Il commento degli esperti

In effetti, prosegue l’esperta, “Questi parossismi di violenza tendono ad allontanare ancor di più israeliani e palestinesi, indebolendo le possibilità di una risoluzione pacifica“. Ma Hamas non è l’unico che potrebbe trarre vantaggio dall’escalation. Secondo Shimon-Stoil: “Indirettamente hanno anche l’effetto di dare vita alle possibilità del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di mantenere il potere politico“. Quindi, l’attuale inasprimento delle ostilità offre un assist più unico che raro ai decisori politici. Come spiega Bashara: “Non ho dubbi che Netanyahu utilizzerà la nuova escalation per rimanere al potere, negando all’opposizione la possibilità di formare una coalizione o insistendo su un altro governo di emergenza nazionale“.


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