Sciopero generale: risposta della Catalogna alle violenze al Referendum

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L’obiettivo della Catalogna sembrerebbe ora quello di protrarre quanto più possibile gli effetti della crisi alimentata dagli scontri di piazza al referendum di domenica. E lo fa con uno sciopero generale convocato da sindacati e movimenti indipendentisti per protestare contro la violenza della polizia spagnola.

Il giornale “Vanguardia online” rileva la partecipazione allo sciopero generale essere molto alta. Diverse manifestazioni hanno bloccato il traffico su 24 arterie principali della rete stradale del paese. Lo sciopero generale ha l’appoggio, fra gli altri, della Generalitat de Catalunya (il governo centrale catalano) e del Comune di Barcellona. Anche il Comune di Girona, paese che ha dato i natali al Presidente Carles Puigdemont, l’“uomo dell’indipendenza”, patrocina lo sciopero.

La Catalogna pare riprendersi in maniera flebile dagli scontri che hanno lasciato sul campo quasi 900 feriti, di cui molti in condizioni gravi. Molti veicolano in queste ore il successo del “Sì” a un referendum di indipendenza che pochi credevano si sarebbe fatto davvero. Bisogna però ricordare che nonostante il “Sì” abbia avuto come risultato il 90% delle preferenze, è anche vero che dei 5,5 milioni degli aventi diritto catalani, solo 2,2 milioni si sono recati alle urne. Questo referendum, lo ricordiamo, non prevedeva quorum, ma con un dato che attesta solo il 38% per l’affluenza alle urne, sembrerebbe alquanto incauto parlare di vittoria del “Sì”.

La situazione rimane comunque molto incerta, e nessuno allo stato attuale delle cose sembrerebbe fare previsioni su come andranno a finire le cose.

Sarebbe questo il motivo che avrebbe spinto oggi il presidente Carles Puigdemont a convocare una riunione straordinaria del governo per decidere una strategia che riguardi le prossime mosse. In teoria in base alla legge del referendum approvata in agosto dal parlamento il prossimo passo dovrebbe essere la proclamazione dell’indipendenza.

Il presidente Puigdemmont con un fiore in mano

Ma ricordiamo che la Catalogna fa ancora de facto parte del Regno di Spagna, e quest’ultimo ha dichiarato illegale il referendum. Per cui, la proclamazione dell’indipendenza catalana sarebbe più o meno l’equivalente di una dichiarazione di guerra al governo centrale di Madrid. Ricordiamo inoltre che in base alle posizioni prese dalla U.E., Puigdemont avrebbe poche speranze di ottenere riconoscimenti internazionali per il neo nato stato di Catalogna.

Una possibile risposta di Madrid potrebbe essere la sospensione dell’autonomia della provincia autonoma e del governo catalani, o anche, sempre che ciò non avvenga comunque, l’arresto di Puigdemont.

“E’ il momento di una mediazione internazionale” con Madrid, dichiara il presidente catalano che ha inoltre chiesto all’U.E. di “smettere di guardare dall’altra parte”. Per ora quindi, l’esecutivo catalano vira sul dialogo. L’obiettivo dell’indipendenza rimane, ma si potrà creare, in un prossimo futuro e non con troppa fretta, un tavolo delle trattative.

“Oggi non dichiaro l’indipendenza” ma “chiedo una mediazione” e per far ciò c’è bisogno “di creare un clima di distensione che la favorisca”. Puigdemont ha detto che ci sono già candidati mediatori, tra cui governi regionali.

Potrebbe sembrare paradossale ma proprio il premier basco Inigo Urkullu si è fatto avanti dichiarando che “se mi chiamano, anche oggi, sono pronto a una riunione dove vogliono”. Negli ultimi giorni infatti Urkullu avrebbe tentato di spingere il premier spagnolo Mariano Rajoy e Puigdemont all’avvio di un dialogo. E questo nonostante proprio alcunii movimenti politici dei Paesi Baschi vogliano sfruttare la situazione di crisi per rincarare la dose e chiedere a loro volta l’indipendenza dalla Spagna.

Prima di arrivare a dichiarare l’indipendenza catalana in Parlamento, dovrebbe passare almeno una settimana. Finalmente una possibile “lunga” pausa inserita nella spirale di tensione delle ultime settimane tra Barcellona e Madrid. Puigdemont ha ribadito di non volere una frattura traumatica con la Spagna ma piuttosto una separazione concordata. Il tempo, se si può, di negoziare.

Anche il primo ministro Rajoy ha tenuto con i suoi un briefing di preparazione delle prossime mosse in vista degli avvenimenti futuri. Anche in base a questo periodo di stallo programmato. Rafael Català, il ministro della giustizia spagnolo, avverte la controparte indipendentista che se risulterà nuovamente necessario, “verrà usata la forza”.

Il socialista Pedro Sanchez e Albert Rivera di Ciudadanos, i leader dei due grandi partiti unionisti appoggiano Rajoy sulla linea dura d’intervento. Sanchez, da un lato chiede un “dialogo immediato”, mentre Rivera, è sostenitore del pugno di ferro contro Puigdemont per impedire la dichiarazione di indipendenza, sospendendo l’autonomia catalana e destituendo il presidente Puigdemont.

La frattura all’interno della società spagnola viene avvertita oggi leggendo le pagine dei giornali riguardo la crisi catalana. El Mundo esorta a “non perdere un minuto contro l’indipendentismo”, El Pais parla di “ribellione”. Molte le accuse a Puigdemont di essere “arrogante” e “xenofobo”.

Il sindaco di Barcellona Ada Colau ha denunciato anche aggressioni sessuali da parte degli agenti spagnoli. Sarà formata una commissione d’inchiesta, chiesta anche dall’Onu, e saranno sporte denunce penali contro polizia e governo spagnoli.

Intanto oggi si sciopera.

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