Rover SD1: la quattro porte british che voleva stupire

La storia della berlina della British Leyland che segnò una rottura con il passato

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Sono passati più di trent’anni dall’uscita di produzione della Rover SD1, una delle ultime vetture prodotte dalla casa inglese nell’epoca del colosso British Leyland. Per molti, è stata la fine di un’era, segnata dal lento declino dell’industria dell’auto britannica. Ma per altri, la SD1 ha rappresentato un tentativo di farla rivivere, attraverso un design innovativo che comportava una rottura con il passato, fatto di vetture dall’estetica troppo…vecchia. Vi raccontiamo la storia di questo modello iconico, vero e proprio oggetto di culto del XX secolo.

Com’è nata la Rover SD1?

Nel 1976, la British Leyland commissiona alla sua nuova divisione, la Specialist Division, di realizzare un progetto di una vettura dal design innovativo, che ha l’obiettivo di sostituire la P6. Il costruttore vuole svecchiare la sua gamma, e gioca la carta dell’estetica. Anche perché è alle prese con una crisi finanziaria, tanto che la meccanica rimane la stessa della P6. I designer si mettono al lavoro, e tirano fuori un concept di berlina a 5 porte con coda tronca, linee squadrate ed i fari sottili ispirati alla Ferrari Daytona. Una linea che anticipa quella di un altro classico come la Citroen CX, nonché delle berline quasi coupè di oggi come la Mercedes CLS. Per il nome della nuova macchina, Rover si limita all’acronimo della Specialist Division, che diventa SD con l’1 ad indicare il suo primo progetto. La SD1 ha un’accoglienza iniziale buona ma non eccezionale: nonostante la meccanica collaudata, l’affidabilità non è il suo forte, e nel resto d’Europa è penalizzata dalla cilindrata elevata del motore. Gli aggiornamenti successivi risolvono in parte quest’ultimo problema, con l’aggiunta di versioni a quattro e sei cilindri. Con il restyling del 1982 arriva anche il motore turbodiesel, realizzato dalla VM. Con 303 mila esemplari, la SD1 rimane in produzione fino al 1987.

Meccanica tradizionale

La SD1 ha di rivoluzionario solo l’estetica, con quella forma da hatchback che l’ha resa famosa. La meccanica è quasi la stessa della P6, con sospensioni a ponte rigido e motori di vecchia generazione. Il primo propulsore installato è il celeberrimo V8 Rover nella sua versione “di partenza”, il 3.5 litri. Nato negli anni 50 da un blocco di origine Buick, il V8 Rover è rimasto in produzione fino al 2002, in varie forme. Sulla SD1 “prima serie” eroga 155 CV, saliti a 192 con l’adozione dell’iniezione a partire dal 1982. Il V8 è l’unica propulsione disponibile, cosa che ha limitato la diffusione della macchina qui in Italia, dove la tassazione per le vetture over 2 litri era altissima. Rover rimedia aggiungendo, a partire dal 1980, motori più piccoli. Si comincia con i 6 cilindri da 2.3 e 2.6 litri mutuati dai fuoristrada Land Rover, con 126 e 138 CV rispettivamente. Con il restyling il modello guadagna un motore 2 litri da 100 CV ed il turbodiesel VM 2.4 litri da 94 CV. Il 2.0 permette alla SD1 di diffondersi maggiormente in Italia, anche se non arriverà mai a numeri importanti. Il V8 è relegato alle due versioni top di gamma, la Vanden Plas e la Vitesse. La prima è una variante di lusso, con interni maggiormente rifiniti, mentre la seconda è la sportiva della gamma, con spoiler posteriore e sospensioni più rigide. Quest’ultima è la base per la Rover SD1 da competizione, con la quale il Tom Walkinshaw Racing domina il British Touring Car Championship (BTCC) nei primi anni 80, prima di cedere il testimone alla leggendaria Ford Sierra Cosworth.


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