Il 24 ottobre morì Rosa Parks: l’iniziatrice del boicottaggio degli autobus a Montgomery

Al Tg, sui giornali, sui blog, sui social: quante notizie di eventi razzisti. Nelle strade, nei locali, sui mezzi pubblici: il razzismo sembra essere ancora a piede libero. Questo accade ancora oggi, nonostante personalità passate, tra cui l’eroina Rosa Parks, tentarono di smorzare questa fiamma che continua a mietere vittime.

13 anni fa moriva l’attivista statuintense e paladina dei diritti umani: Rosa Parks. Era il 1° dicembre 1955 quando, condannando un comportamento razzista, venne condannata. Montgomery, Alabama, autobus 2857, una sarta di colore nero prende il bus per tornare a casa dopo il lavoro. Sbaglia posto: i neri siedono dietro, i bianchi avanti, i posti centrali, misti, danno la precedenza ai bianchi: Rosa siede lì. Dopo poche fermate sale un uomo dalla pelle bianca, il conducente chiede a Parks di stare alle regole, di cedere il posto.

“Le persone dicono sempre che non ho ceduto il mio posto perché ero stanca, ma non è vero. Non ero stanca fisicamente o non più di quanto non lo fossi di solito alla fine di una giornata di lavoro. Non ero vecchia, anche se alcuni hanno un’immagine di me da vecchia allora. Avevo 42 anni. No, l’unica cosa di cui ero stanca era subire“. (Rosa Parks: My Story) La donna era stanca di sottostare ad un ridicolo regime:“separate but equal”, “separati ma uguali”: gli afroamericani erano confinati in appositi settori, non solo sui mezzi di trasporto, ma in tutti i luoghi pubblici.

DAL RIFIUTO, ALL’ARRESTO, AL BOICOTTAGGIO CONDIVISO

Il suo rifiuto scosse i passeggeri e l’autista, che prontamente chiamò le forza dell’ordine. Rosa fu incarcerata per “condotta impropria”, ma poi, già a poche ore dall’arresto, venne rilasciata grazie alla cauzione pagata da Clifford Durr, avvocato bianco vicino alle posizioni dei neri. La sua presa di posizione accese le coscienze della comunità nera, che decise di agire pacificamente contro coloro che si consideravano superiori.

Jo Ann Robinson, presidente di un’associazione femminile afroamericana (Women’s Political Council), stampò in migliaia di copie un comunicato anonimo in cui si invitava la popolazione nera a boicottare i mezzi pubblici di Montgomery il 5 dicembre, giorno del processo a Rosa, che subirà una multa. L’attivista distribuì i volantini in scuole, negozi e chiese, nei saloni di parrucchiere ed estetiste. I tassisti neri contribuirono abbassando le tariffe al livello dei biglietti del bus.

Martin Luther King, figura simbolo della lotta contro la segregazione razziale, e gli altri leader neri decisero tra l’altro di non limitare a un solo giorno:si chiedeva l’accettazione di norme minime come quella di poter prendere posto sui bus «secondo l’ordine di salita».

381 giorni dopo le protesta era internazionale, Rosa Parks era un nome familiare a tutti i cittadini d’America.

“I bianchi segregazionisti la odiavano perché lei aveva disturbato il loro “way of life”, il loro stile di vita. I neri la evitavano perché temevano di perdere il lavoro se stavano con lei. Io lo so, perché anch’io ho perso molti amici che temevano di farsi vedere con me, quando disturbavo il “way of life” dei segregazionisti bianchi.”: sono le parole di Amelia Boynton Robinson, nel ricordare un “angelo-terreno” che ha scosso la sua epoca e le successive.

LA RISOLUZIONE E LE CONSEGUENZE

Senza il popolo nero, le casse dell’azienda dei trasporti andarono in rosso: il boicottaggio ebbe i suoi effetti.
Nel frattempo, del caso Parks si occupò la Corte Suprema degli Stati Uniti, che il 13 dicembre 1956, all’unanimità, dichiarò incostituzionale la segregazione sui mezzi pubblici. Tuttavia, per l’attivista, furono subito tempi duri: di minacce telefoniche, ritorsioni negli ambienti bianchi e, dopo la perdita del lavoro, si trasferi a Detroit.

Barack Obama sul bus dove avvenne la vicenda: Parks fu arrestata per essere seduta nella stessa fila in cui Obama è seduto ma sul lato opposto.

UN RISENTIMENTO RADICATO NEL CUORE DELLA PARKS

Da diari e lettere di Rosa Parks si evince quanto la sua sopportazione fosse all’estremo. Ricette da cucina, riflessioni personali, ricordi, scritti ovunque capitasse: dal retro del programma per una celebrazione religiosa, alla carta formale usata nel 1999 per inviare un messaggio a papa Giovanni Paolo II, dopo il loro incontro. Questi ritrovamenti ci mostrano l’altra faccia della medaglia: accanto all’immagine pubblica, la sincera essenza del animo.

Un primo episodio racconta quando era bambina in Alabama, e di notte faceva la guardia alla casa assieme al nonno: «Il Ku Klux Klan imperversava nel paese, bruciando le chiese dei negri, le scuole, bastonando e uccidendo. Mio nonno, che aveva un’apparenza molto caucasica [perché era figlio del proprietario bianco di una piantagione, ndr], stava in piedi ad aspettare che gli uomini del Klan venissero nella nostra casa. Teneva il fucile sempre a portata di mano. Le porte e le finestre erano chiuse con pannelli di legno inchiodati dall’interno. Io restavo sveglia con lui. Volevo vederlo ammazzare un klansman. Aveva dichiarato che il primo che fosse entrato sarebbe sicuramente morto». 
Un appunto del 1955 parla di Emmett Till, un adolescente nero ucciso in Mississippi perché aveva corteggiato una donna bianca.

Sembrano pensieri anticipare una lotta covata troppo tempo, che aveva bisogno di venire alla luce, esplodendo con tutta la sua potenza.

     

“Voglio essere ricordata come una persona che si preoccupava della libertà, dell’uguaglianza, della giustizia e della prosperità di tutte le persone” disse all’età di 77 anni. Morì a 92 anni. Dopo oltre un secolo, Rosa Parks è tutto questo e molto più.

BIOGRAFIA: https://it.wikipedia.org/wiki/Rosa_Parks 

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