Romano Prodi, intervistato da Marco Damilano, ha parlato della situazione italiana ed europea dal palco della Repubblica delle Idee, una serie di incontri organizzata dal giornale fondato da Eugenio Scalfari durante la quale sono stati affrontati vari argomenti di strettissimi attualità, dalla crisi venezuelana all’esito del voto europeo, dalla Brexit alla lenta rinascita del PD.

Salvini

L’intervista di Damilano si apre con alcune domande sul ruolo politico di Salvini e sulla crescente rilevanza che sua figura politica va assumendo nel dibattito politico italiano. Per spiegare la “nascita” del salvinismo, il Professore parte dal voto del 2005 in Francia con il quale i cugini d’oltralpe si dissero contrari a quanto affermato nella Costituzione Europea. Quello, ricorda Prodi, fu un duro colpo per la nascente Europa dettato dalla paura dei francesi nei confronti dell’“invasione” degli stranieri e della perdita di potere della forza politica della Francia sullo scacchiere continentale. Salvini, secondo l’ex Presidente del Consiglio, è figlio di quella paura, mai completamente superata negli ultimi 15 anni. Il leader della Lega, aggiunge ancora Prodi, ha corso troppo ed ora comincia ad essere senza fiato e senza benzina. “Lei parla di un Salvini in crisi ma lui continua a tirare dritto” gli fa notare Damilano. La replica di Prodi non ammette repliche: “Salvini tira dritto ma non tiene conto delle curve. L’Italia sta per entrare in una lunga serie di tornanti ed i rischi per il Paese sono tantissimi. E poi, per favore, basta parlare di Salvini.”

La politica economica del governo

La piazza strapiena, ieri come nei due giorni precedenti, applaude a lungo il Professore dopo questa sua ultima frase, quasi ad esprimere un senso di liberazione ed il bisogno di sentir finalmente pronunciare da qualcuno queste parole. Alla fine dell’applauso Damilano, accogliendo la richiesta di Prodi cambia argomento e gli chiede come interpreta la politica economica del governo. Riprendendo la metafora del corridore Prodi sottolinea nuovamente come il governo sia ormai rimasto senza benzina per una legge di bilancio efficace, di come rapporto deficit/PIL al 135% sia insostenibile e di quanto sia difficile finanziare le varie iniziative fiscali ed economiche messe in campo, in particolar modo quota 100. Un altro problema, dice il bolognese, è la flat tax ed il fatto che questa non farà che ridurre gli introiti fiscali. Con l’estensione dei privilegi sotto i 65.000 euro l’anno “non fatico ad immaginare orde di commercialisti che lavoreranno tantissimo per dividere le varie società dei loro assistiti pur di farli rientrare in questo limite e fargli pagare meno tasse”. Per compensare la perdita di entrate nelle casse dello Stato l’unica soluzione sarà, come già anticipato dal governo, quello di ridurre alcune “nuove politiche di welfare” (il riferimento al reddito di cittadinanza non è affatto nascosto) ma, secondo il Professore, anche “vecchie politiche di welfare” verranno attaccate con una forte riduzione della spesa pubbliche nella sanità e nell’istruzione in primis. I vari rappresentanti di governo parlano dei tagli alla politica, “piccolezze” da un punto di vista numerico, per non parlare dei più gravi tagli allo stato sociale.

La crescita inesistente in Italia

Alla scellerata politica fiscale ed economica del governo giallo verde si deve aggiungere la miopia rispetto al problema della crescita. “A Renzi si può fare qualunque tipo di critica possibile, ma il piano industria 4.0 aveva rilanciato l’economia italiana che progressivamente aveva raggiunto il terzultimo posto tra i paesi europei. Non c’era da gioire per una posizione così bassa, dice il Professore, ma si avanzava rispetto alla retrocessione all’ultimo posto a cui assistiamo oggi. La mancata crescita dipende che nel paese e da parte degli investitori esteri c’è una profonda sfiducia nel sistema Italia. Chi viene in Italia oggi compra delle aziende, ma non investe più nelle stesse, come provano i casi del Mercatone Uno e della Whirpool. Questo sta avvenendo perché “il pesce comincia a puzzare dalla testa”. I cittadini sono confusi e ciascuno si muove per conto proprio perché il governo non riesce a presentare alcun vero piano economico.

Sovranismi e voto europeo

Data questa situazione, continua Prodi, l’Italia deve far di tutto per non perdere staccarsi dall’Europa e soprattutto dovrebbe evitare di attaccare i grandi paesi dell’Unione. La speranza dei sovranisti di avere un peso dopo il voto europeo si è spenta quando sono stati comunicati i dati ufficiali. Neanche unendosi ai popolari potrebbero far valere le loro richieste e far sentire la loro voce, o per meglio dire “le loro voci” essendo “i sovranisti per definizione impossibilitati a trovare un accordo tra loro”. I continui insulti “fisici” verso le istituzioni europee ed i principali paesi tradizionalmente amici dell’Italia, metteranno ora i nostri paesi in una condizione di isolamento dalla quale si dovrà far di tutto per poter uscire quanto prima. Gli attacchi a Juncker o la solidarietà espressa alle frange violente dei gilet gialli hanno fatto dell’Italia un paese attenzionato dall’Europa, non solo per quanto riguarda la sfera economica.

Brexit

L’incertezza del futuro europeo è tuttavia meno nero di quanto si possa credere, nonostante i movimenti interni al vecchio continente che operano per il crollo dell’Unione. “Da quando Trump ha portato avanti la sua nuova politica imperialista e di chiusura doganale ed in seguito alla Brexit, nessun dice più di voler uscire dall’Europa”. L’uscita della Gran Bretagna dall’Europa è stata per il Professore un duro colpo, per quanto gli inglesi non si siano mai particolarmente sentiti legati a quanto avveniva nel continente. Schiavi di una mentalità imperialista oramai ridicola se confrontata con la potenza di Stati Uniti e Cina (o anche solo della Germania) sarebbe bene che Londra rientrasse quanto prima nel progetto europeo e che lo facesse umilmente e abbassando la testa di fronte alle altre nazioni.  È importante, per Prodi, che l’Inghilterra rinunci alla Brexit, perché, pur non essendo più la Gran Bretagna il paese più importante nel contesto europeo, “il mondo guarda all’Europa attraverso l’Inghilterra”.

Trump e l’Europa

Per quanto riguarda la politica di Trump rispetto all’Europa, l’intervistato fa notare come il presidente americano sia il primo dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi, con particolare riferimento agli ultimi 30 anni a non aver avuto nessun contatto con l’Europa nella sua formazione e che forse per questo fa del vecchio continente uno dei principali obiettivi dei suoi attacchi. Se i Bush avevano origini europee, Clinton aveva studiato in Europa ed Obama, pur se a fasi alterne aveva sempre rispettato il ruolo dell’Unione, Trump è invece, così miope da non vedere che un indebolimento dell’Europa non potrà che rappresentare un problema, sul lungo periodo, anche per gli Stati Uniti. Anche durante la costruzione dell’Euro, ricorda Prodi, quando sarebbe bastato muovere un dito per mettere in agitazione i mercati e far fallire il progetto della moneta unica, gli Stati Uniti si sono dimostrati distaccati o in alcuni casi impegnati attivamente per un felice esito del processo, essendo i presidenti di allora pienamente coscienti dei vantaggi derivanti dalla creazione di un mercato stabile nel vecchio continente.

Libia

Per chiudere la sua riflessione sull’Europa, il Professore spiega che è fondamentale che l’Unione riveda alcune delle sue politiche e rimedi, quando ancora possibile ad alcuni errori del passato. Se, da un lato, l’economia deve essere si gestita dagli organi centrali con rigore, ma provando ad adattare le singole scelte ai singoli casi, è soprattutto sul tema dell’immigrazione e della crisi libica che un intervento europeo deve essere chiaro, forte, unito e rispettoso delle posizioni e delle possibilità dei singoli Stati. Anni fa venne commesso l’errore di dichiarare guerra alla Libia e di eliminare Gheddafi, in molti casi con piena coscienza di quanto sarebbe accaduto in seguito a questo. La mancanza di un interlocutore sull’altra sponda del mediterraneo che riesca a tenere sotto controllo le azioni delle tribù libiche rende ogni forma di diplomazia particolarmente difficile, ma è obbligo dell’Europa rimediare agli errori fatti in passato.

Immigrazione e migrazione europea

Strettamente legata alla crisi libica è quella delle migrazioni di intere popolazione che fuggono da fame, guerre, povertà e lager per cercare una vita migliore in Europa. Se è vero che in Spagna e Danimarca hanno vinto le sinistre che hanno proposto nel loro programma una limitazione ai flussi migratori, è pur anche vero che una volta entrati in quei paesi (o in altri dell’area germanico-scandinava) le procedure atte ad una completa integrazione dei nuovi arrivati sono efficienti e globali, dalla casa alla all’istruzione all’avviamento ad un percorso di formazione professionale. Inoltre, sottolinea Prodi, se da un lato bisogna affrontare il problema dell’immigrazione dall’Africa e dall’Oriente, dall’altro bisogna essere coscienti del fatto che i paesi europei si stanno spopolando dei loro cittadini e che entro il 2025 gli italiani che vivranno fuori dall’Europa saranno pari, come numero, alla popolazione dell’Emilia Romagna. La migrazione dei popoli è fondamentale, continua Prodi, per l’economia degli Stati e sarebbe necessario ritornare a quando l’arrivo di badanti e mungitori stranieri vennero accolti con gioia perché indispensabili per l’economia e per la vita quotidiana delle popolazioni europee.

L’Innominabile ed il Papa

Per chiudere il suo intervento Prodi ha parlato del PD e della propaganda attuale di alcuni partiti politici. Su quest’ultimo punto ha considerato “naturale” che simboli religiosi vengano usati da alcuni leader “innominabili” (Salvini, n.d.r), in quanto la Chiesa tende ad aggregare e questo non farebbe il gioco del capo della Lega, il cui scopo e “dividere e comandare”, creare ansia ed instabilità per poi potersi presentare come unica soluzione possibile ai problemi da lui stesso generati. Su questo tema vengono ricordate le parole del Cardinal Bassetti il quale ha ricordato che mai nessuno aveva provato a staccare il Papa dai suoi fedeli e che questo sarebbe (o potrebbe essere) molto pericoloso.

Personalismi e liti nel PD

Circa il PD Prodi si è detto contrario a quanto sostenuto da Zingaretti il quale chiederebbe elezioni anticipate in caso di crisi di governo. “Perdere prima o perdere dopo a me non interessa” ha dichiarato il professore. Bisogna smetterla di muoversi sulla linea dettata dalla Lega, tornare ai valori della sinistra, primo tra tutti l’equità. È necessario, inoltre, smetterla con i personalismi e gli attacchi personali all’interno del partito, riferendosi in questo caso a quanto affermato da Renzi in mattinata, ossia che “Letta non aveva autorità in Europa” e che fu Speranza a spingere perché lo sostituisse. A Prodi non interessano queste baruffe tra singoli uomini, ma sottolinea quanto più importante sarebbe tornare a rispettarsi reciprocamente. Chiosando su Letta, il Professore aggiunge che gli pare strano che una persona che non è rispettata in Europa “diventi Decano dell’Alta Scuola per gli Studi internazionali di Parigi, soprattutto considerando come ci considerano a volte i francesi”.

Che fare?

Il PD, conclude Prodi, dovrebbe tornare alle discussioni nei circoli, non farsi prendere dall’inganno della rete. “La rete è un luogo d’espressione, non di formazione” ed il Partito Democratico deve parlare ai giovani un linguaggio diverso da quello al quale sono abituati, coinvolgerli, renderli interessati alla politica. “Basta vedere quello che stanno facendo per l’ambiente per rendersi conto del potenziale al quale si sta rinunciando”. Bisogna scrivere dei programmi comuni, articolati, inclusivi. “Mi si critica per la lunghezza del mio programma oggi che ci si esprime con un tweet. Che sia benedetto quel programma”. Bisogna puntare sul welfare e sull’Europa, perché uno è il cuore dell’altra e perché la seconda è la patria mondiale del primo. Lavorare per dare dignità agli insegnanti spesso sottopagati ed umiliati, federare varie forze perché con il tripolarismo è impossibile che vinca il singolo partito (e questo è necessario che lo capiscano anche i partiti minori, sottolinea Prodi), puntare sull’unità e sui diritti delle persone per fermare l’autoritarismo. Viviamo in una società complessa e l’autoritarismo è una soluzione semplice ai difficili problemi del presente, quindi, fondamentalmente sbagliata. Il PD deve ripartire dalla pluralità delle voci e da un sistema articolato di programmi, idee e valori.

Il ruolo di Romano Prodi

“Io, per la mia parte, data la mia veneranda età” ha concluso Prodi “potrò essere la coscienza critica di una parte della popolazione, non un maestro o il fondatore di una scuola. Potrò osservare e dire la mia con lo stesso distacco che porrò in mezzo tra me e la vita politica attiva. Il mio ruolo, in un periodo frammentato e turbolento come quello presente, sarà quello di chi proverà a rasserenare con un sorriso e di aggregare”.

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