Il popolo romeno è chiamato alle urne: 6 e 7 ottobre referendum per l’abolizione delle nozze tra individui dello stesso sesso. Il movimento LGBT protesta.

“L’omosessualità è una variante naturale del comportamento umano che comporta l’attrazione sentimentale e/o sessuale verso individui dello stesso sesso”: questa è la definizione fornitaci dalle ricerche su internet, tuttavia il termine naturale non è accettato in modo unanime. La Romania difatti è alle prese con una battaglia contro le nozze-gay.

Un movimento contrario al matrimonio tra membri dello stesso sesso ha recentemente raggiunto un largo consenso popolare: con un totale di oltre 3mila firme, ha reclamato la modifica dell’articolo 48 della Costituzione rumena. La richiesta è stata accettata dalla Corte Suprema di Bucarest, col fine di mutare l’imprecisa espressione “tra due coniugi” e sostituirla con “tra uomo e donna”.
Le motivazioni alla base sono ripetitive: le nozze-gay vengono considerate contro natura ed andrebbero a nuocere l’idea di famiglia intesa politicamente, urtando i valori tradizionali.

Una scelta retrograda, contro corrente in un mondo che si sta con difficoltà adattando al cambiamento, ma soprattutto un tentativo di abolizione arrivato troppo presto, in quanto in Romania l’omosessualità è stata depenalizzata solo nel 2001.

Per il movimento LGBT è un atroce colpo, che si tenta di reprimere attraverso il boicottaggio. La comunità LGBT, sostenuta da Amnesty International e dalle istituzioni Ue, lotta da sei mesi contro l’approvazione del Referendum del 6 e del 7 ottobre 2018.

Il vicepresidente della Commissione europea, Franz Timmermans, ha espresso la preoccupazione che “i valori della famiglia siano trasformati in argomenti che incoraggiano i demoni più oscuri e l’odio contro le minoranze sessuali”; tesi avallata dalla Chiesa e dai socialisti, che si adoperano affinché i valori restino integri.

Dalle ore 7 locali (6 in Italia) del 6 ottobre 2018 si sono aperte le urne.  Alle 3:20 è stata registrata una affluenza di appena il 5,72%, dei 19 milioni di elettori chiamati a votare, secondo quanto reso noto dalla Commissione elettorale.

Il Referendum, per essere approvato, deve avere almeno il 30%.

Le polemiche si aprono su più fronti

Il costo totale delle elezioni si aggira attorno ai 35milioni di euro: soldi mal spesi, secondo le forze di opposizione, in un paese che ha solo 776 chilometri di autostrade (dei quali 100 ereditati dal regime comunista caduto nel 1989), fatiscenti strutture ospedaliere.
Inoltre la controversia si accende anche per quanto riguarda l’esercizio referendario in due giorni, procedura non prevista dalla legge.

 

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