Si è svolta ieri sera allo Stadio Olimpico della capitale Roma-Milan, finita in un 1-1 pari.
Eppure uno dei momenti più toccanti della partita si è svolto fuori dal campo, in mezzo alla tifoseria giallorossa. La Curva sud della Roma ha infatti voluto ricordare – con una coreografia dipinta da ventinove stendardi e una bandiera con il suo volto – quanto successo trent’anni fa prima di uno dei tanti incontri tra le due squadre.

Era giugno 1989, a poche ore dall’inizio della partita Milan-Roma, quando un gruppo di tifosi milanisti ha assaltato e provocato la morte di Antonio De Falchi; un diciannovenne romanista in trasferta a Milano per vedere la sua squadra del cuore entrare in campo e giocare.

Mancavano meno di cinque ore all’inizio della partita. Nei pressi dello stadio non vi erano più di una trentina di poliziotti, preoccuparti per lo più a mantenere la sicurezza tra i tornelli d’ingresso del “Meazza”.
Antonio era appena sceso dal tram 24, e si stava avvicinando al settore ospiti con altri amici, quando, un ragazzo grande quanto lui e apparentemente innocente, gli si avvicina, come se stesse cercando qualcosa.
Da quel momento nulla ha più alcun senso.
Il ragazzo milanista, eccitato per ciò che stava per accadere, chiede al suo “rivale” una sigaretta, una normale domanda innocente che nascondeva però uno scopo diverso, più oscuro, più terribile.
Mettere in pericolo la vita di Antonio.
Per quale motivo poi?

Antonio, probabilmente cosciente di ciò che stava per accadere, risponde tentando di nascondere quell’accento che gli sarebbe costato caro. La cosa sembrò funzionare, fino a quando il ragazzino non gliene pone una seconda lasciandolo, questa volta, senza alcuna via di scampo.

“Mancano cinque minuti a mezzogiorno”. Cinque parole che diedero inizio all’inevitabile. Poco meno di una frase che per una stupida ed inutile sensazione di superiorità costò la vita ad un ragazzo e ne ferì altri tre.
Il diciottenne fece un gesto dietro di sé, alla ricerca di rinforzi, e quasi dal nulla comparvero un gruppo composto almeno da un’altrettanta trentina di persone che si accanirono sui quattro tifosi romanisti.
Provarono a scappare, a correre lontano, ma per Antonio non ci fu nulla da fare. Cadde a terra e su di lui si avventarono una decina di “nemici” che iniziarono a prenderlo a calci e pugni senza fermarsi di fronte a nulla, in un pestaggio che durò pochi istanti; per lasciarlo poi vivo, ma inerme, n mezzo alla strada.

I soccorsi arrivarono quasi immediatamente. Antonio riuscì ad alzarsi da solo, scambiò alcune parole con i poliziotti e provò a rimettersi in sesto.
Ma all’improvviso il dramma.
De Falchi inizia a prendere colore; crolla a terra e, nonostante il massaggio cardiaco attuato da un poliziotto, entra in coma. Non fa nemmeno in tempo a raggiungere il San Carlo, un ospedale lì vicino, che il suo corpo lo abbandona. A causare la morte risulterà essere un infarto dovuto dalla paura che si era impossessata di lui.
Antonio De Falchi, diciannove anni, era morto.

Un caso che non ottenne giustizia. Luca Bonalda, 20 anni, riconosciuto dagli amici di Antonio e dai poliziotti, venne condannato ad un totale di 7 anni. Eppure, dati i 50 milioni pagati in anticipo sui danni e dato il beneficio della remissione in libertà, Bonalda scontò solo poche ore di carcere per poi tornare a fare il fattorino come se nulla fosse mai accaduto. 28 anni dopo lo stesso Bonalda verrà arrestato dai carabinieri della Compagnia di Desio per aver gambizzato un amico a causa di un debito di droga.

Una drammatica giornata che non tutti ricordano; un drammatico fatto che purtroppo non è isolato, non è unico, non è “il solo”. Che fossero milanisti e romanisti poco importa. Antonio prima di essere un tifoso era un ragazzo; e come abbiamo visto recentemente, non è morto perché “de la Roma”, ma perché un avversario. Infatti, è passato poco più di un mese dall’ultimo dramma che ha visto la morte di Daniele Belardelli, investito da un Suv in fuga prima della partita Inter-Napoli, sempre a San Siro. Daniele ha perso la vita durante uno scontro tra i due gruppi ultras tra bombe, calci, pugni e mazze.

Risulta incredibile e a dir poco inaccettabile come un ragazzo, un uomo, una qualunque persona, rischi la vita, rischi di morire e di non tornare mai più a casa, per un ingiustificabile odio verso i propri avversari.
Non è accettabile che questi muoiano per mano di un gruppo di coetanei, molti dei quali giovani ragazzi, mentre stanno andando a divertirsi, a vedere una partita di pallone, a passare novanta minuti vedendo i propri idoli giocare.
Non è accettabile che uno dei migliori momenti di svago della settimana diventi il momento più buio della nostra vita, per cosa? Per un inutile e ignorante odio.

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