Rocco Chinnici: la testimonianza dell’unico superstite alla strage

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rocco chinnici

Rocco Chinnici, prima ancora di essere un giudice, era un marito e padre di famiglia. “Io ed Elvira eravamo ancora in pigiama. Sentimmo un boato, un’esplosione. Sembrava la fine del mondo. Era successo qualcosa di tremendo a papà. Lo capimmo subito, senza neanche affacciarci al balcone. Scendemmo precipitosamente, dal terzo piano giù per le scale. C’era fumo, fumo dappertutto. Vedemmo prima il corpo del portiere, a terra, il povero Stefano, ma non riuscivamo a trovare papà. Girammo attorno, con l’angoscia nel cuore. Lo scoprii io. Gridai a Elvira: “Guarda è li”. Non auguro a nessun figlio, anzi proprio a nessuno, di vedere con i propri occhi uno strazio simile. Ci chinammo, urlammo di disperazione, ci abbracciammo. Poi rimanemmo ammutoliti“. Giovanni Chinnici.

37 anni fa perdeva la vita Rocco Chinnici, magistrato e padre del pool antimafia, il cui operato condusse alla realizzazione del maxi-processo. Un risultato eclatante per l’epoca, che decretò ben 19 ergastoli, per un totale di 2.665 anni di pena.

Palermo come Beirut

Rocco Chinnici venne a ricoprire il ruolo prima detenuto da Cesare Terranova, ucciso a colpi di pistola nel 1979. Lo scenario in cui Chinnici si insedia è preoccupante. Pare un vero e proprio teatro di guerra in cui la violenza e la morte sono all’ordine del giorno.

I titoli dei quotidiani recitavano “Palermo come Beirut”, rendendo l’idea di una realtà drammatica che richiedeva un intervento nuovo e decisivo.

Il destino di Rocco Chinnici si intreccia così a quello di molti altri fedeli servitori dello Stato e delle Istituzioni, barbaramente uccisi dalla mafia prima di lui. Tra gli altri, nel gennaio del 1980, infatti, Piersanti Mattarella morì vittima di un agguato. Il 4 maggio la medesima sorte toccò a Emanuele Basile, capitano dei carabinieri di Monreale, ucciso mentre teneva la figlia in braccio. Il 6 agosto, crivellato da colpi di pistola, perì Gaetano Costa, procuratore capo del Tribunale di Palermo.

Un bollettino di guerra.

Rocco Chinnici: un uomo contro la mafia

La mafia è sempre stata reazione, conservazione, difesa e quindi accumulazione della ricchezza“. Rocco Chinnici aveva ben chiaro il fenomeno che si apprestava ad affrontare. Possedeva una concezione differente e nuova, rispetto a quella preesistente, della mafia come fenomeno di criminalità organizzata. Scelse pertanto “un’arma” a cui, sino a quel momento, non aveva mai pensato nessuno. Fondò così il pool antimafia , radunando i magistrati più competenti, dinamici e dal pensiero all’avanguardia, come Falcone e Borsellino.

Aveva molto a cuore la questione dei giovani, delle nuove generazioni che si trovavano a convivere in quella terra, con un male radicato e difficile da estirpare. “Sono i giovani che dovranno prendere domani in pugno le sorti della società, ed è quindi giusto che abbiano le idee chiare. Quando io parlo ai giovani della necessità di lottare la droga, praticamente indico uno dei mezzi più potenti per combattere la mafia“.

Cosciente dell’eventualità che, il suo agire, potesse costargli cara la vita, non ha desistito. “Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. […]. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare“.

L’attentato del 29 luglio 1983: le parole dell’unico sopravvissuto

Quel rischio si concretizzò la mattina del 29 luglio 1983. Come tutte le mattine il giudice si recava al Palazzo di Giustizia, scortato dai suoi uomini. Una Fiat 126, imbottita di tritolo, fatta detonare a comando, da Antonino Madonia, esplose non appena Chinnici varcò l’atrio del condominio in cui abitava, in Via Pipitone Federico.

Un agghiacciante boato lasciò nell’asfalto una voragine, un enorme vuoto. Non vi fu scampo per il giudice, che morì sul colpo. Insieme a lui persero la vita Mario Trapassi, maresciallo dei carabinieri, Salvatore Bartolotta, appuntato, e il portiere del palazzo Stefano Li Scacchi.

Vi fu un solo sopravvissuto a tale efferatezza, Giovanni Paparcuri, che si trovava alla guida dell’Alfetta che avrebbe dovuto scortare il magistrato. “Un’accecante luce bianca in fondo a un tunnel. Così ho visto la morte, per poi tornare alla vita. Si, certo, mi sono reso conto della fortuna di essere rimasto vivo. Ma ho anche pensato e penso ancora, quasi con un senso di colpa che non dovrei provare e che in questi anni è stato alimentato da qualcuno, ai tanti, troppi orfani di quella terribile strage“.

Giovanni Paparcuri: testimone dell’eccidio

Racconta, con parole dettate dai ricordi nitidi e ben impressi nella mente. Impossibile dimenticare. Anzi, mai dimenticare. Bisogna mantenere vivo il ricordo di fatti come questo e Papicuri ne ha fatto la ragione della sua vita, che gli fu miracolosamente risparmiata.

“Non chiudere le palpebre, non chiuderle ti prego, altrimenti muori”.

Giovanni Paparcuri, investito dall’esplosione si trovò in condizioni disperate a lottare tra la vita e la morte. Aveva schegge conficcate ovunque, i timpani perforati, due dita della mano staccate ed il gomito spappolato. Tradotto in ospedale, nel reparto di Neurochirurgia al Civico, subì un decorso ospedaliero lungo e doloroso.

Paparcuri ricorda di quando Paolo Borsellino, accorse in ospedale per infondergli coraggio, esortandolo a non smettere di lottare, pur non conoscendolo. “Per me quel momento è una specie di contratto, un patto di sangue tra veri uomini d’onore“.

Paparcuri coglie a pieno la seconda possibilità concessagli dal destino e da quel momento si occupa di diffondere la sua testimonianza, tra giovani ed adulti. Svela il lato più umano e valoroso degli uomini che ha avuto l’onore di affiancare durante la loro missione.

“Ripercorrere quelle esperienze fa male, ma parlarne mi ha permesso di superarle”.

Il “bunkerino”: Museo Falcone e Borsellino

La stanza n.64 del Palazzo di Giustizia a Palermo riprende vita per volere della Corte d’Appello, dell’Anm (Associazione Nazionale Magistrati) e, in particolare, grazie all’impegno di Giovanni Paparcuri.

Paparcuri vi raccoglie preziose testimonianze per non far sfumare la memoria di quanto si verificò tra quelle mura. Per impedire che lo straordinario lavoro di Chinnici, Falcone, Borsellino e molti altri come loro.

È la guida dei molti visitatori che vi si recano per toccare con mano, per vedere con i propri occhi la storia della lotta alla mafia. Anche conosciuta come il “bunkerino” è il Museo Falcone e Borsellino, un simbolo forte ed inequivocabile della volontà di sradicare il cancro mafioso, sorretto dalla speranza e collaborazione di tutti i cittadini onesti.

Perché Chinnici?

La mafia ha capito tutto. Avrebbero potuto colpire me o Falcone, ma avrebbero solo reciso la diramazione di un corpo articolato. Uccidere Chinnici, il consigliere istruttore che ha impresso una svolta epocale nelle indagini antimafia, significa troncare la testa di quel corpo, la mente di un ufficio“. Con queste parole, Paolo Borsellino chiarisce il motivo per cui, quel giorno, la Nazione venne privata di un uomo come Rocco Chinnici.