Rivolta femminista in Egitto: stop a violenze e abusi

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Rivolta femminista in Egitto: migliaia di donne si riversano nelle strade per protestare contro le violenze e gli abusi cui sono quotidianamente oggetto. E chiedono al governo una presa di posizione a favore dell’uguaglianza dei diritti e della parità di genere. Il movimento è rinato dopo lo scandalo mediatico del luglio scorso, quando un ventunenne egiziano è stato condannato per le aggressioni a studentesse e ragazze, anche minorenni. L’episodio ha favorito il diffondersi di rinnovate istanze d’uguaglianza e parità dei diritti per le donne in tutto il mondo arabo, nonché una nuova concezione di femminismo.

Rivolta femminista: cosa sta accadendo in Egitto?

Un eclatante caso di violenze sessuali ha ridestato la rivolta femminista in Egitto: “Uomini e donne sono uguali, hanno gli stessi diritti, sia nell’Islam che nel Cristianesimo. Noi donne abbiamo il diritto di parlare e il mondo ci deve ascoltare“. Nel Paese le donne hanno sempre vissuto in un clima di oppressione dovuto a una cultura patriarcale, che limita la loro indipendenza e le rende oggetto di abusi di ogni genere. Già nel 2013 l’Egitto era considerato il peggior paese del mondo arabo per la condizione femminile. Allora, secondo uno studio delle Nazioni Unite il 99% delle intervistate era vittima di molestie sessuali. Nel 2019 il Global Gender Gap Report classificava l’Egitto 134° su 153 paesi per rispetto dei diritti delle donne. Ad aggravare la situazione è che per le donne è difficile ottenere la condanna dell’aggressore sebbene le molestie sessuali siano un crimine dal 2014.

La svolta

In Egitto sono moltiplicati i movimenti femministi, sociali e politici delle donne. Senza considerare il ruolo assunto dai social network negli ultimi tempi. Volano della rivolta femminista è stato l’attacco lanciato sui social media lo scorso luglio dalla ventiduenne Nadeem Ashraf. La studentessa aveva creato l’account Assault Police per denunciare il coetaneo Ahmed Bassam Zaki di ripetute violenze e aggressioni. Subito dopo, decine di ragazze hanno sommerso la pagina di messaggi riportanti violenze, molestie, aggressioni e ricatti da parte dello stesso Zaki. Ritenuto artefice di oltre 50 aggressioni, in pochi giorni è stato processato dalla Corte egiziana che lo ha condannato come molestatore seriale.

Una nuova presa di coscienza?

La condanna di Bassam Zaki non sorprende soltanto per la sua celerità. Soprattutto, indica una presa di posizione importante per un Paese noto più per bollare di comportamento immorale le donne vittime di abusi che punire gli aggressori.
Mozn Hassan, una delle attiviste più convinte, ha commentato: “Questo è un altro passo di un movimento costruitosi negli anni“. Pur riconoscendo il ritardo del suo Paese e ammettendo la lunga strada da percorrere, Hassan è orgogliosa dei risultati finora raggiunti.

L’opinione pubblica e la causa femminista

Nadeem, trasferitasi negli USA, ha raccontato di essere sopraffatta dal ruolo della sua iniziativa sulle istanze di uguaglianza promosse dalla rivolta femminista. Infatti, mai si sarebbe immaginata tale risonanza quando ha creato la sua pagina social: “In poche settimane il parlamento ha emanato una legge per proteggere l’identità delle donne vittime di crimini sessuali“, ha precisato. Oggi il suo profilo vanta oltre 200’000 followers. Celebrità e influencer del mondo arabo hanno subito cavalcato la causa femminista. E grazie alle denunce di Assault Police anche le guide spirituali hanno dimostrato interessamento. Dopo la solidarietà dimostrata da Al-Azhar, la maggiore istituzione religiosa in Egitto, molti centri di culto hanno sollevato la questione prima delle preghiere del venerdì. Tuttavia, restano ancora forti preoccupazioni.

Rivolta femminista: cosa riserva il futuro?

Le organizzazioni a difesa dei diritti delle donne auspicano da anni un miglioramento del sistema legale per crimini sessuali, con scarso successo. Le molestie, infatti, sono state penalizzate solo nel 2014 e restano pochi i processi per stupro. In particolare, Rothna Begum, ricercatrice presso la Human Rights Watch, ha sottolineato l’ipocrisia del governo, schierato a favore delle donne solo all’apparenza. “Le autorità hanno fatto di tutto per arrestare le donne che sono influencer sui social per incitamento alla dissolutezza” ha spiegato l’esperta. Come dimostra l’incidente occorso nel 2014 al Cairo. La vicenda ha coinvolto nove uomini di spicco della società egiziana. Complici di aver violentato una giovane donna, hanno filmato l’aggressione e diffuso il video tra gli amici. Ecco come sono andate le cose.

L’aggressione al Cairo

La pubblica accusa aveva disposto il fermo di imputati, testimoni e quanti fossero legati all’indagine, sottoponendoli a visita medica obbligatoria. Inoltre, le forze dell’ordine avevano sequestrato i telefoni di tutti per reperire informazioni. Azioni particolarmente gravi per Begum perché, ha spiegato, il governo “lancia alle donne il messaggio che denunciando uno stupro o comparendo a testimoniare il rischio è di essere arrestata“. Le donne però sono determinate a fermare le violenze nonostante lo scherno dei parenti e un sistema legale che ammette i delitti d’onore e non le tutela. Ad esempio, la femminista egiziana americana Mona Eltahawy è “tenacemente ottimista” perché convinta della rivolta iniziata contro l’ostruzionismo delle autorità. A cominciare dai social.

Rivolta femminista: Salma El-Wadany

Per le donne e le ragazze in Egitto, la violenza nei loro confronti è stata a lungo endemica, ma adesso le vittime stanno reagendo come mai prima“, scrive l’attivista Salma El-Wadany. “Ogni donna che ho conosciuto in Egitto ha alle spalle una storia di molestie sessuali, aggressioni o stupri. Sono all’ordine del giorno in un Paese in cui la scelta di come vestirsi per le donne non si basa sui gusti ma sulla propria tutela“.
La causa è dovuta alla cultura del patriarcato, in particolare a conservatorismo e religione. Per Salma ciò “ha fatto sì che le donne spesso rimanessero in silenzio dopo aver subito un abuso, una pratica fin troppo comune“.
Oggi, però, donne e ragazze stanno rompendo decenni di silenzio” sottolinea. E aggiunge: “accedono ai social per condividere le loro storie di violenza, darsi conforto e chiedere giustizia“.


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Salma El-Wardany, un volto per la causa femminista

Nata in un paesino del deserto egiziano da padre pakistano e madre irlandese, Sarma è scrittrice, poetessa e artista. Cresciuta nel Regno Unito, ha conservato un forte legame con la propria terra d’origine. Protagonista della Primavera Araba e volto pubblico della campagna femminista, Sarma da anni s’impegna per il riconoscimento dei diritti civili e politici alle donne musulmane. Come precisa nel suo sito, il suo obiettivo è raccontare le storie delle donne troppo spesso vittime di soprusi e attrarre l’attenzione pubblica. E giungere, un domani, a una vera condizione di uguaglianza.

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