Rivolta del ghetto di Varsavia: 78 anni dalla Resistenza

Un narciso giallo rappresenta il loro sacrificio

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In questo giorno, 78 anni fa, scoppiò la rivolta degli ebrei del ghetto di Varsavia. Si trattò della prima ribellione su larga scala nel contesto drammatico della Seconda Guerra Mondiale. Oggi, il simbolo che ricorda quel sacrificio è un narciso giallo.

Quando fu la rivolta del ghetto?

Era il 19 aprile 1943 quando scoppiò la rivolta degli ebrei del ghetto di Varsavia, in Polonia. Il contesto era quello di un’Europa devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, alle prese con la Germania nazista. Un giorno simbolico, diventato sinonimo della Resistenza ebraica durante l’Olocausto. Nonostante le loro armi non potessero affatto competere con quelle dell’Esercito tedesco, gli ebrei riuscirono a mantenere la loro posizione più a lungo di quanto avessero fatto in precedenza. In particolare, due gruppi affrontarono i nazisti pur con un coordinamento minimo. Da una parte la fazione di sinistra della Jewish Fighting Organization (JFO), guidata da Mordechai Anielewicz e altri leader come Hashomer Hatzair (The Young Guard). Dall’altra quella di destra: il Jewish Military Union (JMU) al comando di Pawel Frenkiel.

Il sacrificio

Ma quel giorno era anche la vigilia di Passover, la Pasqua ebraica. La festa della liberazione per antonomasia. L’8 maggio, quando i tedeschi scovarono il bunker al civico 18 di Mila Street, trovarono la maggior parte dei leader e un centinaio di combattenti ebrei. Si trattava infatti del centro di comando della JFO. Ma per non arrendersi ai tedeschi ed essere catturati, ognuno di loro ingerì una pillola al cianuro. Anche Anielewicz sarebbe morto quel giorno, al civico 18 di Mila Street. Nel complesso, quasi 13.000 ebrei persero la vita durante la rivolta che si concluse il 16 maggio. Di questi, circa la metà furono bruciati vivi o soffocati. Oggi, gli ambasciatori e i ministri degli Esteri di Israele e Polonia, Gabi Ashkenazi e Zbigniew Rao, hanno celebrato il 78° anniversario della ribellione con l’iniziativa Narcisi Gialli.


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Come si ricorda la rivolta del ghetto?

I ministri degli esteri polacco e israeliano e più di 50 ambasciatori dal Brasile all’Europa, dal Kazakistan al Vietnam, hanno aderito alla campagna Daffodil (Narciso). L’iniziativa è stata ideata dal Museo Polin e promossa da ELNET, un’organizzazione senza scopo di lucro dedicata al rafforzamento delle relazioni tra Europa e Israele. Politici e diplomatici hanno appuntato al petto un narciso giallo in ricordo di quelle morti. Perché questo fiore? Ebbene, perché il defunto Mark Edelman (1919-2009), l’ultimo comandante sopravvissuto, ricevette per molti anni un mazzo di narcisi gialli nel giorno dell’anniversario. Oltretutto da un mittente la cui identità è ancora ignota. Mentre l’ultimo eroe che prese parte alla rivolta fu Simcha “Kazik” Rotem, scomparso nel dicembre 2018 all’età di 94 anni. Kazik, che combatté al fianco di Anielewicz, durante la ribellione servì da collegamento tra il bunker all’interno del ghetto e il sottosuolo nel lato “ariano” della città.

Verso l’Indipendenza

Nel quinto anniversario della rivolta degli ebrei di Varsavia, il 19 aprile 1948, fu inaugurato il Ghetto Heroes Monument nella capitale polacca. Appena 21 giorni prima della Dichiarazione d’Indipendenza di Israele e del successivo attacco da parte dei sette eserciti arabi. Questo monumento fu creato dallo scultore Nathan Rapoport, nato a Varsavia e membro di Hashomer Hatzair, un movimento giovanile ebreo laico socialista-sionista. Di certo, si tratta del monumento più famoso sull’Olocausto che attrae visitatori da tutto il mondo.


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Negazionismo sulla rivolta del ghetto?

Nel 1942, l’anno prima della rivolta, nel 1942, la maggior parte dei 400.000 ebrei del ghetto di Varsavia si trovava già nel campo di sterminio di Treblinka. Quando il fumettista statunitense Arthur Szyk decise di commemorare il primo anniversario della rivolta del ghetto di Varsavia, nella didascalia scrisse di dedicare la sua opera alla “battaglia eroica dei nostri fratelli nella guerra contro i barbari nazisti“. L’immagine mostrava uno gruppo di ebrei che combattevano contro una macchina da guerra nazista che stava radendo al suolo il ghetto. Sebbene Szyk sapesse che la ribellione coinvolse anche le donne, decise di non raffigurarle. Solo ragazzi con i ricci tradizionali e uomini con il berretto da operaio. Mentre i simboli accennavano al socialismo, al sionismo e al nazionalismo polacco. Ma nessuna donna.

Fake news?

Quando scoppiò la rivolta del ghetto di Varsavia, il 19 aprile 1943, gli ebrei di tutto il mondo si stavano preparando per il seder pasquale. Tranne che in Europa, dov’erano perseguitati. All’inizio, la ribellione fu definita una fake news da parte di alcune comunità ebraiche negli Usa. “Il ricordo della rivolta e il ricordo della resistenza finiscono per essere molto legati“, ha detto lo storico Avinoam Patt. Direttore del Center for Judaic Studies presso l’Università del Connecticut, l’esperto ha scritto un libro che sarà pubblicato il 4 maggio (The Jewish Heroes of Warsaw: The Afterlife of the Revolt). Come fa notare l’esperto, la rivolta del ghetto di Varsavia fu “adattata” per essere presentata al pubblico americano e in molti modi. Tra questi, ha osservato Patt, c’era un “tipo specifico di immagine eroica che privilegiava i combattenti maschili come leader della resistenza, presentando le donne come simboli di martirio e sacrificio“.

Storia o Memoria?

Nel suo libro Patt indaga ciò che successe all’indomani della rivolta, quando le comunità ebraiche iniziarono a “elaborare” l’accaduto. Oltre che elaborare le narrazioni che esistono tutt’oggi. Ad esempio, lo storico ha dimostrato come in Israele la rivolta sia commemorata per rafforzare l’ideologia sionista. A differenza che negli Usa. “Il libro esamina l’interazione tra storia e memoria“, ha detto Patt al Times of Israel. “Nel contesto americano, le identità degli eroi sembravano meno importanti“, ha osservato Patt. “Per i leader sionisti dell’Yishuv, i nomi contano molto, come hanno fatto per i bundisti a New York e altrove“, ha aggiunto. Mentre negli Usa, ha fatto notare lo storico, “La rivolta è stata interpretata in modo diverso dai diversi gruppi di ebrei“.

Dopo la rivolta del ghetto

Come ha notato Patt: “Le attuali agende sociali e politiche determinano il modo in cui la storia viene ricordata“. Durante i mesi successivi alla rivolta del ghetto, si scatenò una “battaglia” per le pubbliche relazioni. Nello specifico, i leader sionisti temevano che i bundisti rivendicassero il merito di ciò che era accaduto a Varsavia. Nel maggio 1944, diversi leader israeliani nascosti ad Aryan Warsaw compilarono resoconti della rivolta da tutti i settori dei combattenti del ghetto. Poi, la raccolta dei documenti fu inviata a Londra e il nome Mordechai Anielewicz, che all’epoca dei fatti aveva appena 24 anni, entrò nella storia sionista ed ebraica. Ma quando i leader sionisti compilarono le loro 120 pagine di testimonianza, si assicurarono di esasperare il ruolo del movimento nell’unificare i movimenti di resistenza attraverso i ghetti.

Dov’è la verità?

Eppure, la narrativa secondo la quale gli ebrei avessero potuto proteggersi da soli contrastava, ad esempio, con l’enfasi dei bundisti sulla cooperazione ebraico-polacca. Ad ogni modo, in Israele la rivolta finì per essere vista come “una rivoluzione nella storia ebraica”. Tanto che il primo giorno della rivolta è diventato un riferimento per Yom HaShoah (l’Olocausto) e per la costituzione di Yad Vashem. Che è l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah, a Gerusalemme.

Il commento

Tuttavia, osserva Patt, solo alcuni nomi dei valorosi ebrei che si ribellarono ai nazisti è passato alla storia e dunque alla memoria collettiva. Mentre altre centinaia cadranno nell’oblio. La maggior parte della popolazione nel ghetto. “Lo spirito simbolico che animava i combattenti sarebbe stato più importante delle identità dei combattenti stessi“, ha spiegato Patt. E ancora. “Gli storici cercheranno di registrare i nomi degli eroi nel ghetto“. “La memoria richiedeva solo che il popolo ebraico ricordasse che quegli eroi avevano combattuto per l’onore e la dignità ebraica”, ha concluso.

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