Rispettare il clima con la dieta: è possibile?

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Può sembrare una domanda senza senso, ma una dieta vegana (o quasi) può aiutare a rispettare il clima. Ecco come.

Come può una dieta rispettare il clima?

Non è semplice cambiare radicalmente le proprie abitudini alimentari. Ma per rispettare il clima non è necessario diventare completamente vegani o vegetariani: anche piccoli accorgimenti possono avere un impatto sul nostro pianeta.


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Scelte influenzate dall’esterno

Se è vero che siamo noi a decidere come nutrirci, non possiamo negare che sia l’industria alimentare a influenzare le nostre scelte, dai prodotti che troviamo sugli scaffali ai menu quando andiamo al ristorante. “Le istituzioni intorno a noi influenzano la scelta del cibo” afferma Matthew Hayek, assistente professore di studi ambientali presso la New York University. “Le nostre scelte sono ridotte a cosa c’è al supermercato, sul posto di lavoro o alla mensa scolastica, nei ristoranti e nei centri commerciali”. Ciò significa una cosa: che se anche volessimo diminuire l’impronta di carbonio nella nostra dieta, non sempre possiamo trovare un’alternativa per farlo.

Un enorme impatto ambientale

Non è un mistero che ciò che mangiamo abbia un enorme impatto ambientale. Secondo gli scienziati, la produzione alimentare è causa del 35% delle emissioni di gas serra, e la sola carne costituisce il doppio dell’inquinamento di frutta, cereali e verdure. Per questo, lo scorso aprile il Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC) in un rapporto ha chiesto ai leader europei, soprattutto a quelli dei Paesi sviluppati, di sostenere una transizione verso diete più sostenibili, più sane e a basse emissioni. Naturalmente, poi, le singole persone con le loro singole scelte non possono sostenere da sole il peso di tutto questo: una parte di responsabilità va anche a produttori, rivenditori, ristoranti, luoghi di lavoro e gli stessi Governi.

Un cambiamento significativo

Mangiare meno carne è, secondo l’IPCC, uno dei cambiamenti più significativi che si possa apportare nella propria dieta, e proprio per questo anche il più difficile. Tuttavia, ritiene, non è necessario passare in maniera radicale al vegetarianesimo o al veganesimo. Potrebbe essere sufficiente adottare la classica dieta mediterranea, con cereali, verdure, noci, pesce e pollame, per vedere diminuire le emissioni del 29% entro il 2050.

Cambiare alla base

Molti consumatori affermano di esser pronti a mangiare in maniera più sana. La verità, però, è che spesso si tende a seguire il proprio istinto più che la coscienza. In poche parole, se la scelta è tra un cibo saporito e ricco di carne e un altro salutare, come un’insalata, la maggior parte delle persone non avrebbe dubbi. A questo scopo, la cosa più urgente da fare è apportare un cambiamento alla base: rendere i cibi sani attraenti quanto quelli meno sani. Alcune aziende di carne stanno già tentando diverse soluzioni, come ricreare la carne in laboratorio, proprio per ridurre le proprie emissioni.

Il contributo delle grandi aziende

Un esempio di questa politica è McDonald, che sta testando il McPlant. Oppure Burger King, che con la sua filiale britannica si impegna a rendere la metà del suo menu vegetale entro il 2030. O ancora Ikea, che si è prefissata lo stesso obiettivo ma entro il 2025. Ma anche Perdue, che produce crocchette ibride pollo-vegetariane per bambini. Tyson, che ha lanciato il suo marchio di prodotti a base vegetale. Infine JBS, che ha acquisito una startup di carne coltivata e punta a vendere bistecche, salsicce e hamburger prodotti in laboratorio dal 2024.

Tra le corsie dei supermercati

Anche la grande distribuzione ha le sue responsabilità. Nel Regno Unito, ad esempio, la più grande catena di supermercati, Tesco, ha come obiettivo di aumentare del 300% le vendite di proteine vegetali. Una soluzione per spingere i consumatori a variare la propria alimentazione è in realtà molto semplice: sistemare i prodotti vegetali accanto ai loro omologhi a base di carne, e non relegarli in scaffali meno esposti. Un esperimento in tal senso è già stato fatto negli anni 90, con il latte.

Le tante alternative del latte

Il fondatore del marchio di latticini Silk, proprio negli anni 90, aveva cominciato a confezionare il latte di soia nei tradizionali cartoni del suo latte, e aveva convinto i negozi di alimentari a sistemarli nei frigoriferi dei latticini. A questo si sono aggiunti latte di noci e cereali, mescolati a quello di vacca: il 90% delle vendite di latte alternativo, grazie a questa idea, vengono dal frigorifero e non da uno scaffale dedicato. Ma naturalmente, ci sono state anche delle voci che hanno remato contro.

Consumatori confusi?

In alcuni Stati, anche influenzati dalle associazioni agricole, si sono approvate leggi che limitano parole come “hamburger”, “salsiccia” e “hot dog” riferiti ad alimenti vegetali, con la convinzione che i consumatori potrebbero esserne fuorviati. Nell’UE invece una legge simile è stata bocciata, ma comunque i prodotti vegani non possono essere etichettati come latticini.

Scelte non razionali

Secondo un rapporto del 2020 del World Resources Institute, “il processo decisionale su cosa mangiare è raramente razionale e attentamente ponderato”. Si tratterebbe, insomma, di una questione psicologica, di familiarità e di essere “influenzati da sottili segnali fisici e linguistici”. Ritorniamo quindi al discorso del linguaggio: quello corretto può portare le persone a scegliere le alternative più sane. La prova che questo funziona è, ad esempio, il rivenditore alimentare britannico Sainsbury’s: le loro salsicce e purè di patate senza carne sono stati ribattezzati “salsiccia e purè vegetariani speziati di Cumberland”. Le vendite sono salite del 76%.

Inviti a sodalizzare

Un’altra alternativa possono essere gli appelli a far parte di una comunità. Messaggi come “Il 90% degli americani sta apportando il cambiamento per mangiare meno carne. Unisciti a questo movimento in crescita!”, oppure “Scambiare un solo piatto di carne con uno vegetale consente di risparmiare emissioni di gas serra equivalenti all’energia utilizzata per caricare il telefono per due anni” sono semplici, immediati ed efficaci.

Valide alternative

C’è ancora qualcos’altro che i ristoratori possono fare per proporre alternative valide, e anche qui molto semplice: nei menu, intervallare le opzioni vegetali a quelle a base di carne, piuttosto che separarle, magari in un angolo degli stessi. Molti studi rilevano che questo piccolo accorgimento rende le persone più propense a scegliere i piatti vegetariani.

Tassare la carne?

Da ultimo, alcuni esperti ritengono che sarebbe utile una tassazione sulla carne. Alcuni Paesi europei starebbero prendendo in considerazione questa opzione, ma sembra poco probabile che negli Stati Uniti possa mai accadere, anche se secondo uno studio un terzo degli americani sarebbe d’accordo.

Tentativi globali

Come abbiamo potuto vedere, dunque, le alternative per diminuire il consumo di carne ci sarebbero. Se applicate, potrebbero davvero contribuire a ridurre le emissioni ad esso correlate, ma serve un piano concertato e globale per raggiungere l’obiettivo. Non rimane che provare.