Il ritrovamento della tomba di Biancaneve è il sensazionale recente ritovamento che fa esultare storici e appassionati di racconti, perché come non tutti forse sanno Biancaneve non è solo un personaggio inventato dalla esuberante fantasia dei fratelli Grimm, ma analogamente a molte favole leggendarie fu una persona in carne ed ossa veramente vissuta in un periodo quasi contemporaneo al tempo degli scrittori sulla vita della quale gli autori molto probabilmente si sono ispirati per una delle fiabe più belle e conosciute della storia letteraria mondiale. Ad oggi la fonte più accreditata della trama della fiaba di Biancaneve, non solo per la figura della protagonista ma per le vicende narrate che, secondo gli studi letterario filologici condotti dal Karl Heinz Barthels già nel 1986 sarebbero davvero attinenti, quasi sovrapponibili, al racconto dei Grimm, risulta essere accertata nella persona della baronessa Maria Sophia Margaretha Catharina von Erthal, nata nel 1725 a Lohr sul Meno, in Germania, ad un centinaio di chilometri da Bamberg, non lontano da Hanau, la città natale proprio dei fratelli Grimm.

Descritta come ragazza dall’aspetto aggraziato e giovane dalla rara bellezza che non si faceva remora nell’aiutare poveri e bisognosi, figlia di Philipp Christoph, un importante magistrato e produttore di vetri e specchi locale nonché rappresentante del Principe Elettore tedesco, la nobildonna che i fratelli Grimm hanno edulcorato trasformandola in principessa per riscattarla, almeno attraverso l’abilità di penna e l’immortalità della fama dai patimenti che si vide costretta a subire in vita, perse la madre in giovane età venendo successivamente allontanata dai favori sociali e patrimoniali della famiglia per vlontà del padre il quale preferì agevolare i figli avuti da un altro matrimonio. La vita della povera Maria Sophia, nonostante i suoi natali d’alto ceto, fu triste e senza amore, trascorsa nella solitudine degli affetti, infatti dal momento in cui venne rinnegata dalla famiglia e costretta a lasciare il palazzo si ritiene che trovò rifugio nei boschi lì attorno, probabilmente trattatasi della spaventosa foresta di Spessart, abitati e frequentati dai lavoratori delle famose miniere della zona, piccoli uomini o bambini in grado di passare attraverso gli stretti cunicoli delle cave per poter ricavare carbone e minerali di cui la Germania in quel periodo di sviluppo industriale richiedeva costantemente.

Castello di Lohr am Main, il castello di Biancaneve

E’ consuetudine comune, dettata d’altronde da basi storiche, che queste piccole persone che si accovacciavano nelle grotte delle cave per raggiungere anche gli angoli più angusti delle miniere siano state l’idea per i sette nani. A seguire la turbolenta e leggendaria vita della povera von Erthal, pochi anni dopo l’esperienza delle foreste la donna morì di vaiolo, evidentemente contagiata per le condizioni inospitali del luogo ancora più pericolosi per una signora d’alto rango abituata alle comodità di una vita curata, protetta e agiata. Seppure il fascino di un’esistenza fiabesca lontana dalla letteratura, proveniente da tradizioni orali, faccia già di per sé delle vicende storiche della donna un conglomerato di eventi parimenti fantastici al libro dei fratelli Grimm, in realtà la baronessa morì in un convento nel 1796 a 71 anni, sola e affetta da cecità di cui soffriva fin dalla giovane età, rimanendo così nubile sino alla fine dei suoi giorni.

Sulla sinistra Maria Sophia von Erthal, sulla destra Biancaneve

Anche lo specchio parlante della fiaba ha attinenza storica, poiché oltre al fatto che il padre di Maria Sophia era un fabbricante e commerciante di specchi, egli stesso regalò alla matrigna della donna uno specchio sonoro o specchio parlante, attualmente attrazione turistica nel castello dei von Erthal, straordinario marchingegno acustico meccanico in voga nel Settecento capace di catturare voci e suoni al fine di riprodurli il più realisticamente possibile. Sempre più impressiona come le correlazioni tra l’opera artistica e la vira della Erthal sono sorprendentemente combacianti. Risulta evidente come i fratelli Grimm, probabilmente affranti dalla sfortunata esistenza della loro compatriota, hanno voluto rappresentarla come una martire in grado, alla fine, di trovare l’amore e il lieto fine che avrebbe meritato. Oltre a ciò l’odio verso la figura della matrigna da parte di Biancaneve alias Maria Sophia nonché dai sette nani, ossia i minatori, sarebbe fatto pressoché realisticamente sicuro, in quanto l’avversione dei suoi concittadini per la compagna malvagia, forse poco raccomandabile, del nobile von Erthal inasprì la figura di quest’ultima a vantaggio proprio di Maria Sophia vista come signora debole ma benevola a cui si devono elargire doni e protezione affinché l’ingiustizia, come la povertà, possa essere definitivamente estirpata, cosicché amore e uguaglianza riescano finalmente a governare nel mondo.

Maria Sophia von Erthal

Dunque dagli studi e dai restauri della lapide di Maria Sophia von Erthal, revisionata dalle maestranze del museo della diocesi di Bamberg, in Baviera, si è potuto capire di più sulla mitica figura della nobildonna riuscendo ad aggiungere un altro tassello alla storia e alla filologia della stessa che va a combaciare in modo pressoché corretto alla letteratura dei Grimm, un’ulteriore pregevole dimostrazione delle analogie tra realtà e fantasia, fra storia e finzione. Chiaramente l’assoluta certezza dell’attinenza tra Biancaneve e la von Erthal non è ancora completamente dimostrata, e mai forse lo sarà, poiché, come sostiene in una dichiarazione rilasciata alla BBC Holger Kempkens, il direttore e curatore del Museo della Diocesi di Bamberg:

Molte delle loro fiabe sono ispirate a storie raccontate dalle persone comuni. La vita di Maria Sophia era ben nota già all’inizio del XIX secolo. Ci sono diverse testimonianze, anche se non possiamo provarlo con certezza, che Sophia fosse la fonte ispiratrice del personaggio di Biancaneve.

Come la storia della baronessa è conosciuta da tempo anche l’esistenza della lapide era risaputa finquando non scomparve al momento della demolizione della chiesa in cui la tomba della donna era collocata, effettuata nel lontano 1804. Ritrovato da una famiglia nella sua casa di Bamberg dopo essere stato conservato per lungo tempo nella chiesa in cui risiedeva la lastra commemorativa per poi essere trasferita in un edificio ospedaliero, l’epitaffio è stato donato al museo diocesano della città, ora l’epigrafe sta venendo riscoperta da profani e studiosi. Nonostante, come evidenzia il Kempkens, all’epoca della von Erhal era inusuale che le donne avessero una propria pietra tombale con un’incisione, quella della baronessa recita:

Nobile eroina cristiana, qui giace dopo la vittoria del destino, pronta per essere trasfigurata nella resurrezione

Il funzionario della chiesa Norbert Jung con la lapide di Biancaneve

Dimostrazione del fatto di quanto fosse amata dal popolo la povera donna, che se non ebbe abbastanza felicità in vita sicuramente la gloria di cui si può vantare oggi non ha pari nella storia. Alla fine quel riscatto che le spettava è riuscita ad ottenerlo, la riabilitazione che meritava è stata esaudita dalla popolarità che essa in parte ebbe in vita dai ceti meno abbienti e dopo la morte grazie alla letteratura che la esaltò come mai nemmeno lei avrebbe forse creduto o sperato.

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