Ripensiamo al clima nell’anniversario del Protocollo di Kyoto

A poco più di un mese dal problema inquinamento che ha coinvolto le maggiori città da Nord a Sud della nostra penisola, l’Italia fa i conti con la sempre più preoccupante situazione del cambiamento climatico e del rialzo delle temperature

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16 Febbraio 2005. Nel Nostro Paese entrava in vigore l’accordo siglato nella città di Kyoto, in Giappone, primo trattato di caratura internazionale in materia ambientale e riguardante il problema del surriscaldamento globale che ha coinvolto oltre 180 Paesi.

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Il 2018, pur non avendo toccato il record del 2016, si è confermato tra gli anni più caldi della recente storia del Nostro Pianeta. Secondo i dati raccolti dai due centri internazionali CRU e GISS, l’anomalo rialzo termico rispetto al 1890-1909 risulta essere di 0.95 e 1,07°C.

Il 27 Giugno 2019 si sono registrati 40°C in Italia, Francia e Germania. Il 25 Luglio si sono superati i 42°C negli stessi Paesi.

Nel 2019 l’emergenza climatica ha assunto una eco mondiale, tanto da divenire il tema di elezione del Word Economic Forum (WEF), summit tra i vertici internazionali recentemente conclusosi a Davos, in Svizzera, a fine Gennaio di quest’anno.
I “negazionisti del clima” bollano i dati come inutile allarmismo, tuttavia le temperature registrate e attese per il 2020 non possono e non devono liquidarsi con tanta facilità.

L’accordo di Kyoto, elaborato l’11 dicembre del 1997, aveva imposto anzitutto le riduzioni di emissioni dei gas serra e di elementi inquinanti come il biossido di carbonio, il metano, l’ossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi, esafluoruro di zolfo con l’obiettivo di un loro contenimento in misura non inferiore al 5% rispetto alle emissioni registrate nel 1985, anno in cui è scattato l’allarme.

Il Protocollo di Kyoto

Il problema del climate change (il cambiamento climatico globale) ha iniziato a preoccupare gli Stati già nel 1985. Dal 1995 si è iniziato ad affrontare per la prima volta le tematiche relative all’inquinamento ambientale e al connesso riscaldamento globale e che hanno portato all’elaborazione dell’accordo siglato nella città di Kyoto nel Dicembre del 1997.

Attraverso il trattato, 191 Stati più 1 organizzazione internazionale si erano posti l’obiettivo di raggiungere, entro il 2012, una riduzione volumetrica delle proprie emissioni di gas ad effetto serra – i gas “climalteranti”, principali fattori del riscaldamento globale – rispetto ai propri livelli di emissione del 1990 (anno di riferimento) in percentuali diverse a seconda dello Stato, nonché di realizzare un sistema di monitoraggio nazionale delle emissioni e degli assorbimenti dei gas inquinanti.

I principali gas responsabili dell’alterazione termica sono: biossido di carbonio, metano, ossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi, esafluoruro di zolfo.

A ciascuno dei gas oggetto di controllo è attribuito uno specifico GWP (Global Warming Potential), in quanto possiede quella che viene definita una “capacità serra” in relazione alla produzione di CO2 – convenzionalmente posta a 1 – in un arco temporale di 100 anni.
Tra i gas, la CO2 è quella ad avere il “potere climalterante” più rilevante confermandosi la principale inquinante e contribuendo da sola per oltre il 55% all’odierno effetto serra atipicamente modificato. Quando si parla di riduzione e di valutazione delle emissioni di gas serra di processi e prodotti si fa riferimento al CO2eq (CO2 equivalente), unità di misura che consiste nella somma ponderata della capacità serra di tutti i 6 diversi gas individuati come maggiormente dannosi dal protocollo, con l’obiettivo di esprimere il “potere riscaldante quivalente” e cumulativo di tutti i gas serra emessi.

Gli effetti inquinanti dei gas ad effetto serra

Secondo le indicazioni del protocollo di Kyoto i provvedimenti per contrastare la “mitigazione climatica” avrebbero riguardato gli strumenti di:

  • Join Implementation, sorta di metodo ad azione congiunta degli obblighi, secondo gli strumenti di cooperazione internazionale tra i Paesi aderenti;
  • Emission Trading, consistente nel trasferimento e acquisto di diritti di emissione tra Paesi, per cui si concede a uno Stato particolarmente virtuoso, che raggiunga il proprio target di riduzione prima del termine previsto, di vendere le proprie emissioni consentite ad uno Stato che rischi di mancare l’obiettivo;
  • e Clean Development Mechanism, quale sistema di collaborazione  e cooperazione internazionale tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo su progetti congiunti idonei all’attuazione degli impegni.

Gli Stati Europei più virtuosi nell’adottare strategie low carbon avevano positivamente superato il target di riduzione emissiva già nel 2009, segno che gli obiettivi prefissi a Kyoto non fossero poi così impossibili e che, anzi, abbiano portato a ricadute più che positive per l’economia nazionale.

Il protocollo ha terminato la sua validità il 31/12/2012 e prevedeva per gli Stati una riduzione emissiva media del -5% entro il 2012. 

Pur avendo avuto il merito di essere stato il primo generale impegno condiviso a livello internazionale, il Protocollo di Kyoto non è stato esente da critiche.
Le principali riguardano soprattutto la sua “incompletezza”: dal fatto che il trattato abbia introdotto dei vincoli solo per i Paesi più sviluppati o a economia in transizione all’aver previsto delle procedure scarsamente incisive in ragione dell’attuazione degli obiettivi, dalla scarsa incisività tecnico giuridica degli impegni alle (poco ambiziose) cifre preventivate. 

La prima Nazione ad abbandonare il Protocollo di Kyoto è stata il Canada, uscita nel 2011. Tra i Paesi non aderenti spiccano in particolare gli Stati Uniti, da soli responsabili di circa il 36,2% delle emissioni totali di biossido di carbonio secondo i dati di Marzo 2001, mentre Cina e India, che pure hanno firmato, non sono tenute a ridurre le proprie emissioni di CO2 per aver attuato accordi (volontari) non vincolanti.

Alcuni manifestanti di Greenpeace negli Stati Uniti

L’attuazione in Italia

Quanto all’Italia, il Belpaese ha attuato il 16 Marzo del 2012 un fondo rotativo con oltre 600 milioni di euro per finanziare investimenti in materia di efficienza energetica e dare precedenza alla produzione e all’utilizzo di energie rinnovabili.
L’iniziativa ha finanziato 588 progetti e 330 milioni di euro sono stati spesi per migliorare l’efficienza energetica degli edifici pubblici.
L’obiettivo di riduzione emissiva era stato stimato al -6,5% quale risultato di un pool di azioni tese all’ammodernamento del Paese e allo stimolo dell’economia nazionale. 

Al 2012, il valore delle emissioni sarebbe dovuto ridursi al 487,1 MtCO2eq rispetto al livello emissivo italiano del 521 MtCO2eq del 1990, per una riduzione complessiva corrispondente a -33,9 MtCO2eq totali. 

I provvedimenti normativi che si sono susseguiti sul piano interno per definire le strategie e attuare gli obiettivi siglati a Kyoto, da conseguire entro il 2012, sono stati:

  • Delibera CIPE 137/08 del 19/12/1998 “Linee guida per le politiche e misure nazionali di riduzione delle emissioni dei gas serra”;
  • Legge n. 120/02 del 02/06/2002 “Ratifica ed esecuzione del Protocollo di Kyoto alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, fatto a Kyoto l’11 dicembre 1997”;
  • Delibera CIPE 123/02 del 19/12/2002 di Approvazione del “Piano Nazionale per la riduzione delle emissioni di gas responsabili dell’effetto serra, 2003-2010”, di revisione delle prime linee guida.

Purtroppo l’Italia non ha realizzato tutti i risultati sperati.

Secondo i dati registrati nel periodo 1990-2012 dal Rapporto “Italian Greenhaouse Gas Inventory – ISPRA 2014”, le emissioni nazionali di CO2eq sono diminuite solo del -11,4%, arrivando al miglior risultato del -14,3% se si considerano gli assorbimenti di CO2 da parte di boschi e foreste.

Quanto invece agli specifici obiettivi del Protocollo di Kyoto di riduzione delle emissioni nel periodo d’impegno (2008-2012) rispetto all’anno di riferimento (il 1990) è stata “solo” del -4,6% a fronte di un target nazionale del -6,5%: ciò significa che le emissioni nel periodo 1990-2012 sono passate da 519 a 460 MtCO2eq, riduzione ottenuta principalmente grazie alla riduzione (e assorbimento) di emissioni di CO2 che rappresentavano l’84% delle emissioni di gas ad effetto serra dello Stivale.

Le emissioni registrate in Italia nel 2012 secondo il rapporto NIR 2014

La trasformazione dell’energia in Italia gioca ancora un ruolo preponderante quanto alle ricadute negative a livello climatico. I trend registrati dal 2012 mostrano risultati chiari: 

  • nel settore dei trasporti le emissioni sono aumentate del 2,9% a causa dell’incremento della mobilità di mezzi e passeggeri;
  • relativamente alle industrie energetiche, le emissioni sono diminuite del -8% nonostante l’aumento della produzione di energia termoelettrica e dei consumi di energia elettrica;
  • nel settore residenziale e dei servizi sono aumentate del +8,2% parallelamente all’aumento del numero di abitazioni o per fattori connessi;
  • nell’industria manifatturiera sono diminuite del 36,8%;
  • nei processi industriali sono diminuite del 26,5%;
  • in agricoltura sono generalmente diminuite del 16% in ragione della diminuzione dei capi di bestiame allevati;
  • nella gestione dei rifiuti sono diminuite del 17,5%, soprattutto grazie alla raccolta differenziata.

Cosa attendersi ora?

Sicuramente il Protocollo di Kyoto ha avuto il merito di tentare un primo approccio per rimediare al generale rialzo termico che dalla Rivoluzione Industriale del 1800 affligge il nostro Pianeta. Tuttavia, questo “primo passo” non può dirsi sufficiente e sono necessarie nuove visioni politiche e progetti molto più ambiziosi rispetto al recente passato.

Le recenti Conference of the Parties (COP) hanno cominciato a porsi degli obiettivi “post-Kyoto”, da ultima la COP 21 di Parigi del Dicembre 2015.

I prossimi obiettivi per contrastare l’inquinamento ambientale

Già nel Dicembre 2012 con la COP 18 di Doha, in Quatar, era stato approvato un documento chiamato “Doha climate gateway” col quale si era siglato un accordo climatico molto ambizioso da attuarsi entro quest’anno definito “Kyoto 2”.
Questo secondo impegno si ripropone di contenere il rialzo termico entro i +2°C di riscaldamento per il periodo 2015-2020, anche se i target definiti a Doha sono ampiamente inferiori a quelli che sarebbero necessari a garantire una riduzione emissiva idonea a contenere l’aumento delle temperature medie globali al di sotto del +2% rispetto ai livelli pre industriali. Il “Kyoto 2”, infatti, copre solo il 15% circa delle emissioni globali dei gas ad effetto serra con Unione Europea, Australia, Norvegia e Svizzera ai primi posti. Il rimanente 86% delle emissioni, tra cui quelle di Stati Uniti e Cina, sono gestite diversamente secondo un sistema di pledge and review”, ossia impegni volontari non vincolanti.

Oltre alla necessità di maggiori e più ambiziosi impegni statali, lo sforzo di ridurre gli effetti devastanti delle emissioni di gas termo alteranti deve iniziare da ciascuno di noi. Dovremmo essere tutti moralmente chiamati a intervenire volontariamente nella tutela climatica limitando le nostre “emissioni inevitabili” di energia beni e servizi attraverso il contenimento dei propri consumi e l’attuazione della raccolta differenziata.

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