Riforma della giustizia: profili di incostituzionalità e incompatibilità con il sistema vigente

Profili di incostituzionalità si profilano per il nuovo ddl sulla riforma del processo penale che mal si concilia anche con il vigente sistema giustizia.

0
441

Si è svolto ieri ed è finito in tarda serata il Consiglio dei Ministri che ha dato il via libera al ddl sulla riforma del processo penale. Nel provvedimento anche il lodo Conte bis, il compromesso trovato da M5S, Pd e Leu sulla prescrizione. Alla decisione in Consiglio dei ministri non hanno partecipato le ministre di Italia Viva Teresa Bellanova, titolare dell’Agricoltura, e quella della Famiglia Elena Bonetti, come già aveva anticipato lo stesso Renzi.

Ma vediamo nello specifico i punti salienti della riforma e le rispettive critiche o domande da porre al Guardasigilli per avere più chiaro il futuro del nostro paese.

Notificazioni

La riforma prevede che tutte le notificazioni all’imputato, successive alla prima, vengano fatte al difensore, anche per via telematica. Al di fuori dei casi in cui l’imputato abbia eletto domicilio, sono previste delle deroghe alla regola generale, al fine di assicurarsi la effettiva conoscenza del processo da parte dell’imputato, come nel caso in cui egli abbia un difensore d’ufficio e la prima notifica non sia avvenuta a mani proprie o di un convivente.

Nei procedimenti penali di ogni ordine e grado, inoltre, il deposito di atti e documenti può essere effettuato anche con modalità telematiche.

Osservazioni: Certamente tale previsione alleggerisce di molto il lavoro degli operatori giudiziari oltre che degli avvocati, pertanto non può che essere guardata con favore, al di là di quella parte relativa all’obbligo di notifica al difensore per tutte quelle successive alla prima. Ci chiediamo infatti: se nelle more del processo il difensore rinuncia al mandato o l’indagato/imputato decide di revocarlo per nominarne un altro, questo sistema non allunga i termini processuali, vista la necessità di effettuare una notifica al difensore di nuova nomina, richiedendo necessariamente un rinvio d’udienza? Si valuti la possibile violazione dell’art. 24 Cost..

Durata delle indagini preliminari

La delega al Governo prevede dei termini di durata massima delle indagini preliminari, che variano in base alla gravità dei reati e che decorrono, ovviamente, dall’iscrizione nel registro delle notizie di reato.  In particolare, le indagini dovranno durare:

  • 6 mesi per i reati meno gravi, ossia puniti con la sola pena pecuniaria o con la pena detentiva non superiore nel massimo a 3 anni;
  • un anno e 6 mesi per i reati considerati di maggiore allarme sociale, quali quelli associativi di stampo mafioso o di natura terroristica o definibili complessi per numero di imputati e capi di imputazione;
  • un anno per tutti gli altri reati.

Il pubblico ministero ha facoltà di chiedere una proroga di 6 mesi, per una volta sola.

Osservazioni: I nuovi termini di durata delle indagini, seppur divisi in relazione alla gravità del reato, costituisce un primo passo concreto verso la ragionevole durata dei processi, posto che il tempo dei processi, “accusati” di finire in prescrizione, è ad oggi per la maggior parte occupato dallo svolgimento delle indagini. Ci chiediamo: ma il ministro Bonafede, e con lui il premier Conte, lo sa che le indagini per i processi di criminalità organizzata sono svolti principalmente con l’utilizzo delle intercettazioni? Oggi il pubblico ministero, soprattutto per questo tipo di reati, può chiedere proroghe dell’attività di intercettazione, con la motivazione che “sono emersi elementi tali da ritenere assolutamente necessario proseguire nell’attività“, senza dovere motivare specificamente le ragioni per le quali occorre protrarla, per un tempo indefinito e con spese notevoli a carico dello Stato. Avendo inciso la riforma sul tempo delle indagini, non dovrebbe a questo punto rivedere anche i termini massimi dell’attività di intercettazione per garantire l’effettivo restringimento dei tempi delle indagini? Forse il Ministro, o chi gli ha suggerito questa parte della riforma, non ci ha pensato.

La disparità evidente tra l’attività investigativa del pm e quella della parte indagata, nella formulazione attuale, soprattutto in questo tipo di attività, è chiaramente indicativa di una violazione del principio di parità tra le parti di cui all’art. 111 comma 2 Cost., oltre che di altri principi costituzionali.

Obbligo di discovery sugli atti

Scaduto il termine di durata massima delle indagini preliminari, nell’ulteriore periodo di 3,6 o 12 mesi, a seconda della gravità dei reati, il pubblico ministero deve richiedere l’archiviazione o esercitare l’azione penale. Decorso questo termine, anche senza aver esercitato alcuna facoltà, deve notificare all’indagato o alla persona offesa che ne abbia fatto richiesta, la fine delle indagini e il deposito della documentazione inerente alle indagini, con facoltà di prenderne visione e estrarne copia, lasciando così alle parti la possibilità di chiederne l’archiviazione o il rinvio a giudizio.

La violazione da parte del pm di queste prescrizioni integra illecito disciplinare quando il fatto è dovuto a dolo o a negligenza. Anche l’omesso deposito della richiesta di archiviazione o il mancato esercizio dell’azione penale da parte del pubblico ministero entro il termine di 30 giorni dalla presentazione della richiesta del difensore della persona sottoposta alle indagini o della parte offesa, fatte salve le sanzioni penali quando il fatto costituisce reato, integra un illecito disciplinare quando il fatto è dovuto a dolo o a negligenza.

Osservazioni: L’obbligo di discovery oggi è già garantito con l’avviso di conclusione delle indagini preliminari. Quello che la riforma prevede è la facoltà della parte di compulsare il procedimento in un senso o nell’altro. Non è questo un modo per complicare, invece che semplificare, il processo?

Inoltre, la violazione di queste nuove disposizioni costituirebbe un illecito disciplinare per il pubblico ministero che ritarda nell’attività quando il fatto è dovuto a dolo o negligenza. Ora il Ministro dovrebbe spiegare come e su quale base provare la responsabilità del pm e quali sono i presupposti integranti il dolo o la negligenza. In conclusione, la norma o verrà disapplicata o si dovranno aspettare le pronunce interpretative della Corte di Cassazione che chiariranno i confini del dolo e della negligenza del pm nello svolgimento dell’attività d’indagine.

Ma soprattutto, se finora non si è mai voluto affrontare seriamente il problema della responsabilità disciplinare dei magistrati in ordine ai ritardi nelle indagini o nelle udienze o agli esiti sbagliati dell’attività svolta, come potrà la magistratura accettare una riforma, che tra l’altro si limita a dare un imput senza chiarire i confini della suddetta responsabilità?

Semplice, la norma è stata coniata per dare l’impressione di remare non solo contro gli imputati, mediante l’eliminazione della prescrizione, ma anche contro la magistratura negligente. Il problema è che certamente la norma sulla prescrizione produrrà i suoi effetti, come già sta facendo; quella sulla magistratura sarà sospesa in attesa di migliore definizione.

Dunque, continueranno a “pagare” solo gli imputati.

Anche in questo caso, la violazione del principio di parità tra le parti di cui all’art. 111 comma 2 Cost. è evidente.

Riti alternativi

La delega fissa nuove regole riguardanti anche i riti alternativi. Tra le più rilevanti, si segnalano quelle inerenti al patteggiamento e al rito abbreviato.

Sarà possibile accedere al rito del patteggiamento per tutti i reati puniti con una pena non superiore agli 8 anni, anziché 5 come accade attualmente, con l’indicazione dei reati in relazione ai quali si esclude la possibilità di accedervi.

Il rito abbreviato condizionato la condizione della compatibilità dell’integrazione con le finalità di economia processuale viene sostituita dai requisiti di rilevanza, novità, specificità, non sovrabbondanza della prova o dei fatti oggetto di prova.

Osservazioni: Questa parte della riforma, con l’aumento della possibilità di accedere al rito del patteggiamento, è certamente da guardare con favore, perché da un lato contribuisce alla deflazione processuale e allo snellimento del carico dei ruoli, da un altro concede la possibilità all’imputato di evitare di sostenere il carico di un processo a vita.

Calendario del processo

Quando non è possibile esaurire il dibattimento in una sola udienza, dopo la lettura dell’ordinanza con cui provvede all’ammissione delle prove il giudice comunica alle parti il calendario delle udienze per l’istruzione dibattimentale e per lo svolgimento della discussione.

Osservazioni: Questa parte della riforma è del tutto inattuabile oltre che palesemente incostituzionale. Probabilmente il Ministro Bonafede non è mai entrato in un’aula di tribunale e non sa come si svolge il processo penale. Il giudice non potrà mai dare un calendario di udienza, se non indicativo, poiché diverse possono essere le cause di rinvio dei procedimenti e diverse le ragioni per le quali un processo può durare, ad esempio, 10 udienze anziché 5. Quante volte è accaduto che l’audizione di un testimone è durata 2 o 3 udienze, per ore e ore di dibattimento? Ma il Ministro lo sa che al di là delle richieste dei mezzi di prova proposte dalle parti, esiste l’art. 507 c.p.p. che consente al giudice di chiamare egli stesso altri testimoni che ritenga, al termine dell’istruttoria dibattimentale e prima della chiusura della stessa, utili e necessari ai fini della decisione? Che fine farà dunque questa norma?

È chiara la violazione del principio del giusto processo in tutte le sue sfaccettature, oltre che il diritto di difesa, posto che essa non può essere garantita se ci sono limiti di tempo troppo ristretti rispetto all’attività da espletare.

Appello

La riforma prevede limiti alla possibilità di proporre appello. Saranno inappellabili le sentenze di proscioglimento relative a reati puniti con la sola pena pecuniaria o con pena alternativa, la sentenza di condanna a pena sostituita con il lavoro di pubblica utilità.

Viene introdotto anche il procedimento monocratico in appello per i reati già giudicati in primo grado dinanzi al giudice monocratico.

Osservazioni: Il procedimento monocratico in appello, un terremoto per la giustizia italiana. Ma Bonafede sa perché il giudizio d’appello è collegiale? Sicuramente no, d’altronde non ha ancora incamerato nel suo vocabolario oltre che nel suo bagaglio culturale il termine “garantismo”. Ma non conosce neanche le norme dell’ordinamento giudiziario, ad esempio l’art. 56 R.D. 30 gennaio 1941, n. 12, che ha dimenticato di riformare volendo attuare una proposta del genere. In questo caso, consigliamo al Guardasigilli di leggere anche gli artt. 105 e 108 Cost., in modo da chiarirsi le idee sulla magistratura, come ordine, e su assegnazioni, assunzioni, ruoli e modifiche alle norme dell’ordinamento giudiziario.

Prescrizione

La riforma, con il lodo Conte bis, prevede modifiche alla disciplina della prescrizione, così come formulata nella legge Spazzacorrotti. La nuova disciplina, entrata in vigore il primo gennaio scorso che blocca la decorrenza dei termini dalla sentenza di primo grado, vede distinguere adesso tra condannati e assolti: per i primi resta lo stop, ma in caso di assoluzione in appello si potranno recuperare i termini di prescrizione rimasti nel frattempo bloccati; per i secondi il termine continua a decorrere.

In sostanza, la prescrizione si sospende dopo la condanna in primo grado e torna a decorrere retroattivamente in caso di assoluzione in appello, diventando definitiva solo in caso di doppia condanna.

Osservazioni: La riforma costituisce palese violazione dell’art. 3 Cost., differenziando il trattamento tra assolti e condannati in primo grado. Quello che viene provato in un processo non è la verità storica ma la verità processuale. Se solo il Ministro comprendesse il significato di queste due nozioni, potrebbe capire che con questa riforma rischia di agevolare colpevoli, che per loro fortuna sono stati assolti in primo grado, e affliggere innocenti, che si trovano per loro sfortuna ad essere imputati a vita.

Per ulteriori approfondimenti in materia si veda anche Prescrizione: legislatore incompreso?

“Quella norma sulla prescrizione è giusto che ci sia”. Ma è giusto per chi?

Processi in 4-5 anni

I tempi del processo penale vengono prefissati ad un massimo di 5 anni, salvo quelli per i reati più gravi quali mafia, terrorismo e quelli di maggior rilievo contro la Pubblica amministrazione.

Si prevede un anno per il primo grado, due anni per il secondo grado, un anno per il giudizio di legittimità, nei procedimenti per i reati di competenza del giudice monocratico; due anni per il primo grado, due anni per il secondo grado, un anno per il giudizio di legittimità nei processi davanti al tribunale collegiale.

I suddetti termini possono essere determinati in misura diversa dal CSM in relazione a ciascun ufficio, con cadenza biennale, tenendo conto di “pendenze”, “sopravvenienze”, “natura dei procedimenti e loro complessità”, “risorse disponibili”. Il dirigente dell’ufficio è tenuto a vigilare sul rispetto di tali regole e a segnalare ai titolari dell’azione disciplinare la mancata adozione delle misure organizzative “quando imputabile a negligenza inescusabile“.

Osservazioni: Buona la prospettiva, ma inapplicabile perché i tempi processuali non sono prevedibili, atteso che un processo può palesarsi semplice ma diventare complesso, pertanto richiedere tempi più lunghi di quelli previsti, per le stesse ragioni esposte sopra, quando si è parlato dei calendari di udienza. Ma poi, sarà chiarito cosa si intende per negligenza inescusabile del magistrato? O la norma verrà, come si prevede, automaticamente disapplicata perché di non chiara e immediata interpretazione?

Priorità a processi su disastri

Viene riconosciuta la priorità assoluta anche ai processi relativi ai “delitti colposi di comune pericolo“.

Osservazioni: Proposta interessante e rispettosa delle persone offese che hanno diritto ad avere giustizia, che però mal si concilia con i nuovi tempi del processo, posto che quando viene svolta un’istruzione dibattimentale sui disastri colposi, l’attività da svolgere, che prevede la complessa attività di produzione di consulenze e l’ascolto di periti e consulenti di parte, richiede un tempo non preventivamente determinabile. Va fatta giustizia, non solo per le persone offese ma anche per gli imputati che, ricordiamo sempre, possono anche essere innocenti. Si badi alla violazione del diritto di difesa, per i ristretti tempi a disposizione delle parti per provare la propria innocenza.

Appello in 6 mesi su richiesta parti

Nei casi di impugnazione delle sentenze di condanna, le parti possano presentare istanza di immediata definizione del processo, decorsi i termini di durata dei giudizi in grado di appello e in Cassazione: il processo va definito entro sei mesi dal deposito dell’istanza di immediata definizione.

I casi di violazione e di non adozione di idonee misure organizzative possono integrare un illecito disciplinare, se vi è stata “negligenza inescusabile”.

Osservazioni: Qui sarebbe il caso che il Ministro facesse uno sforzo per far sì che gli addetti ai lavori comprendano meglio le modalità di svolgimento di questo “appello in sei mesi”. Sta introducendo un nuovo istituto giuridico, sconosciuto e al momento incomprensibile oltre che incommentabile.

Assunzioni personale

Per dare attuazione alla riforma, finalizzata a garantire la celere definizione e il contenimento della durata dei procedimenti giudiziari e ad assicurare l’avvio della digitalizzazione del processo penale, il ministero della Giustizia potrà assumere, nel biennio 2020-2021, con contratto di lavoro a tempo determinato della durata di 24 mesi, anche in sovrannumero rispetto all’attuale dotazione organica e alle assunzioni già programmate, mille unità di personale amministrativo non dirigenziale. In arrivo anche 500 giudici ausiliari nelle Corti d’Appello.

Osservazioni: Positivo è l’impegno assunto dal Ministero della Giustizia per l’assunzione del personale amministrativo non dirigenziale che, ci si auspica, sia solo l’inizio di una fase di assunzioni nel settore giudiziario, posto che 1.000 nuovi posti di lavoro non basteranno a risolvere il problema della carenza di organico che affligge tutti i distretti di Corte d’Appello d’Italia.

Si tratta di una riforma che, se per certi versi risponde a quell’esigenza di semplificazione e celerità dei tempi processuali, per altri purtroppo conferma la natura giustizialista di chi l’ha scritta e l’incostituzionalità di procedure ed istituti che violano palesemente i diritti dell’indagato/imputato, contravvenendo al garantismo, fondamento del nostro sistema processuale oltre che dell’ordinamento costituzionale.

Commenti