Il carcere tra realtà e strumentalizzazioni

Questo articolo nasce in seguito al servizio televisivo andato in onda venerdì 18 aprile all’interno della trasmissione televisiva ProgagandaLive, su La 7 TV. Il servizio mostrava la realtà virtuosa del carcere femminile di Rebibbia, a Roma. Le detenute sono coinvolte in un programma di formazione lavorativa in un allevamento di polli e conigli, nell’ottica di un futuro reinserimento sociale, dopo aver scontato la pena. Subito dopo, un’intervista ad un signore nigeriano di cinquant’anni, ci mostrava invece il lato oscuro del carcere, all’interno del quale anche il miglior ragazzo può perdersi per sempre.

Il fuori onda immaginario

Là sarà pianto e stridore di denti (Mt, 22, 13)

Personalmente io ho lavorato in un carcere per circa due anni, come medico-psichiatra. Ho scelto di dimettermi perché, pur dedicandomi con il cuore al mio lavoro, le logiche istituzionali non ne tenevano conto, ed io tornavo a casa piena di angoscia, carica della sofferenza dei detenuti, che non riuscivo a metabolizzare. Quando mi sono dimessa il vice direttore, una donna, mi ha chiesto in ogni modo di rimanere, eravamo sulla stessa lunghezza d’onda, ma io non ce l’ho fatta.

Venerdì la trasmissione ha evocato i fantasmi di quel periodo e ho sentito l’urgenza di scrivere delle contraddizioni, dei punti di vista, delle sofferenze di tutti coloro che ruotano intorno al pianeta carcere. Da una parte una società che si autoproclama onesta, dall’altra persone che spesso vivono ai margini della stessa società, ma che a volte invece ne sono una delle tante espressioni.

Il desiderio di vendetta

Spesso dove c’è un colpevole c’è una vittima: un cadavere, un truffato, una violentata, un minore abusato. E con la vittima ci sono dei fratelli, genitori, società, paesi, città, che sono immersi in un trauma psichico, oltre che reale. Il dolore investe le loro vite, un dolore tagliente, profondo, che annebbia e lacera la mente e per il quale l’unica cosa che fornisce sollievo è il pensiero della vendetta: la vendetta è la maniacalizzazione del dolore. La società occidentale europea incanala il desiderio di vendetta in desiderio di giustizia, per questo noi non abbiamo la pena di morte. Perché nella pena di morte è insito il concetto della vendetta: occhio per occhio, dente per dente. La vendetta è pericolosa, perché non favorisce l’elaborazione del lutto e, dopo la sua consumazione, si rimane con un senso di vuoto, che ha portato anche al suicidio i parenti delle vittime.

La giustizia, però, non può prescindere dalla certezza della pena, cioè dalla garanzia che colui o colei che siano ritenuti responsabili di un delitto, paghino il loro debito con la società. Soprattutto su questo punto partono le strumentalizzazioni mediatiche, oltre che politiche. Pensiamo alla coppia Mambro-Fioravanti, condannati a nove ergastoli, che nel 2013 lei, nel 2009 lui, hanno visto estinta la pena, dopo un percorso di riabilitazione intenso e partecipato. Più di qualcuno ha ‘storto il naso’. Oppure su Angelo Izzo, condannato all’ergastolo per il massacro del Circeo, che in regime di semilibertà compie un altro duplice omicidio, mostrando un fallimento della rieducazione. Credo che non sia possibile trascurare ‘il punto di vista della vittima’. Di questo deve tenere conto l’ala progressista.

Il carcere tra rieducazione e certezza della pena

Il tema non è ‘marcire in galera’, come i più reazionari si sentono di voler evocare, il tema è garantire un’equa gestione morale, in cui la rieducazione e la pena possano convivere e l’una non renda nulla l’altra. E così come il condannato va rieducato, la vittima va sostenuta, affinché possa elaborare il trauma, accettare una realtà che non sarà mai più la stessa. Solo l’elaborazione del trauma può condurre al perdono, ma occorre rispettare anche coloro i quali non saranno mai in grado di perdonare.

L’incomprensione della giustizia

Spesso c’è una distanza tra la vittima e la giustizia, e dove la vittima percepisce di avere meno tutele del colpevole, si apre la protesta, l’incomprensione, che porta ad aderire incondizionatamente alla propaganda apparentemente garantista. Riemerge il desiderio di vendetta che non è più sublimato nella giustizia. Nascono i movimenti a favore della pena di morte, ai quali ovviamente non interessano i dati statistici sulla sua efficacia.

Leggi: situazione della pena di morte nel mondo

Reazionari e progressisti hanno bisogno di un compromesso. Una tutela bidirezionale. In modo che tutti possano sentirsi ugualmente umani e ugualmente considerati. Il colpevole e la vittima sono esseri umani, portano il peso della loro storia.

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