Riaprono le città, ma non sono tranquillo

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No: vi dico che non sono tranquillo. La riapertura delle attività mi sembra palesemente il risultato della difficoltà delle Istituzioni a fronteggiare gli effetti della crisi economica, e non la conseguenza di una valutazione relativa all’emergenza sanitaria. I casi di contagio (e soprattutto dei ricoveri e conseguentemente dei decessi) sono in calo, è vero: ma quello che non mi convince è l’analisi della situazione.

Contagi e ricoveri

Per due mesi, sulle pagine di Periodico Daily, ho sottolineato come il dato più rilevante tra quelli divulgati dalla rituale conferenza stampa delle 18 della Protezione Civile (poi opportunamente sospesa) non fosse tanto quello dei contagi, ma dei ricoveri, in particolare in terapia intensiva. Perché il problema legato all’emergenza sanitaria non era (e non è tutt’ora) tanto la diffusione del virus, ma la capacità del sistema sanitario di garantire a tutti le cure necessarie.

Quando,  ancora oggi, le cronache raccontano delle vittime in Paesi stranieri, non specificano se e quanto il tasso di mortalità sia influenzato dalle carenze delle strutture ospedaliere: in altre parole, se le persone sono decedute perché mal curate o addirittura non assistite.

Non dimentichiamoci mai che l’elevata aspettativa di vita in Italia è dovuta proprio alla qualità del suo welfare, troppo spesso sottovalutato o dato per scontato.

Oggi, a fronte del dato dei contagi in calo, meno evidenti sono le possibili cause. Se le regole di distanziamento sociale hanno verosimilmente limitato la diffusione del virus, cosa dobbiamo aspettarci da un loro allentamento?

Il campionamento della popolazione

L’unico elemento previsionale su cui basarci potrebbe essere quello di un campionamento pesato della popolazione per capire le dinamiche della del contagio. Faccio un esempio: in Toscana, da subito avevo evidenziato un dato anomalo che tuttora persiste, ovvero l’alta incidenza percentuale dei ricoverati in terapia intensiva in relazione ai pazienti ospedalizzati (circa tre volte superiore alla media nazionale).

In più, l’andamento della curva del contagio ricalcava quella della Lombardia, anche se in numeri erano (fortunatamente) nell’ordine di dieci volte inferiori.

Una possibile spiegazione a questo fenomeno poteva essere quella della presenza sul territorio toscano di una significativa quantità di persone che avevano contratto il virus in modo asintomatico, e che il dato emerso restasse così circoscritto ai casi più gravi.

Tale scenario, se confermato, avrebbe permesso di capire quello che realmente stava succedendo; e anche di dare una risposta – seppure incompleta – alla domanda cruciale di questi giorni: cosa succederà adesso con la riapertura delle attività e una maggiore circolazione delle persone? Va da sé che, se il calo di contagi è dovuto al distanziamento sociale, è un conto, se è contenuto da una immunità di gregge (anche in consolidamento), un altro.

Il test sierologico

Per questo, più di tutti gli altri dati, vorrei conoscere il risultato dell’esame sierologico effettuato sulle diverse categorie di lavoratori: operatori sanitari, agenti della Polizia municipale e della Polizia provinciale, chi lavora negli esercizi commerciali e grandi strutture di vendita alimentare, chi è addetto al trasporto delle merci, i dipendenti pubblici che hanno contatto con il pubblico eccetera. Un campione non statistico in senso lato, ma sempre più esteso.

A differenza del tampone, il test sierologico sugli anticorpi è in grado di rivelare se la persona è stata in contatto con il virus in passato, sviluppando la malattia, anche in modo asintomatico o paucisintomatico. Con un buon margine di approssimazione, si tratta di soggetti che non sono soggetti né a contagiare, né ad essere contagiati.

A livello collettivo, se il loro numero fosse sufficientemente ampio, i modelli previsionali potrebbero essere riscritti con maggiore accuratezza; a livello individuale, la vita di queste persone, specie in relazione ai contatti con soggetti a rischio, potrebbe cambiare in meglio, ricominciando a frequentare (magari prestando aiuto) congiunti e amici più anziani o affetti da patologie per le quali il virus costituisce un potenziale pericolo.

Ma di questi dati – a livello nazionale – non si parla; ci si sofferma sul calo dei numeri (e sull’aumento dei guariti), magari evidenziando le differenze territoriali, ma sempre sottintendendo che, da adesso a due settimane, il contagio potrebbe di nuovo aumentare e le misure di riapertura essere revocate.

Il ruolo dell’informazione

Mi chiedo perché – come all’inizio si parlava di contagi e non di ricoveri – adesso si parli di guariti e non delle persone che, positive al test sierologico e negative al tampone, hanno contratto il virus in modo asintomatico, e che contribuiscono anche loro alla quota di popolazione immune, permettendoci di dare uno sguardo sul prossimo futuro possibile.

San Francisco

Ecco perché non sono tranquillo. In questi mesi di difficoltà e di incertezza, dobbiamo cercare di capire cosa sta succedendo, facendo circolare le informazioni e contestualizzandole, così da provare a tracciare una rotta che ci porti fuori al più presto – e con meno costi – da questa palude.

La mia impressione è invece che ciò non avvenga del tutto, che nella loro trasmissione ci sia un cedimento all’emotività e all’enfasi, oltre alle inevitabili fake che contribuiscono a confondere le idee. Perché la natura dei fatti non è altro dalla loro interpretazione.

Mi sembra che le ragioni dell’economia stiano prendendo il sopravvento su quelle della salute pubblica. Che, come sempre avviene ancor prima che le guerre siano finite, i politici già si preoccupano di riposizionarsi e scaricare le responsabilità (o le omissioni) agli avversari, piuttosto che analizzare gli errori e quello che ha funzionato, così da farne tesoro.

Ma forse sono io che mi sbaglio; e mai come oggi, avrei piacere che qualcuno mi convincesse che è così.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me ein anstàndiger Menschun, un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.