di Michela Zanarella

I Riaffiora nascono nel 2002 a Cittadella (PD). Nel 2005 auto producono assieme a Max Trisotto l’ Ep “Come D’Inverno” , mentre è del 2006 la firma del contratto discografico con la “Nopop” di Guido Elmi, per la quale pubblicano due brani inediti nella compilation “BandsA New Adventure In Rock” (2007) e un Ep – “French Kiss” (2008) -, dal quale viene estratto l’omonimo videoclip “French Kiss” vincitore nel 2009 come miglior videoclip indipendente dell’anno al MEI di Faenza.
Nel giugno del 2009 passano sotto Dischi Soviet Studio con la pubblicazione di “Antonio P“, un originale progetto dove coesistono 3 nuovi brani originali, un racconto collettivo e un video d’animazione girato da Cristian Guerreschi.
Dopo un live tour che li ha visti condividere il palco con Diaframma, Yuppie Flu, Meg, Lombroso e Nomadi, decidono di dedicarsi alla stesura del primo album ufficiale affidandosi alle sapienti mani del produttore americano Ronan Chris Murphy (King Crimson, Steve Morse, Terry Bozzio). Il risultato è “La Marsigliese” (2011, Dischi Soviet Studio), dieci brani in bilico tra rock alternativo e cantautorato, con testi che raccontano storie di personaggi come un curioso alchimista alle prese con la trasmutazione del piombo in oro, il funerale di un killer della mafia nella Palermo di inizio autunno e Andreij, cocchiere di San Pietroburgo, in attesa sotto la tempesta di neve del padrone, ospite del ballo dell’aristocrazia a lui negato.
MTV New Generation presenta il primo videoclip estratto “Alla Fine“, per la regia di Saverio Luzzo.

 

D- Riaffiora,  come ha preso forma il gruppo  e perché questo nome?

R- Il gruppo prende forma ancora nel lontano 2002, quando Andrea, Paolo ed io decidiamo di dedicarci con continuità allo sviluppo di brani originali, dopo aver affrontato gli inizi, abbiamo proposto un mix di cover, con il nome di Arbre Magique Più.
Era il periodo in cui la proposta di rock alternativo italiano godeva di ottima salute, muovevano i primi passi i Verdena e band come Afterhours e Marlene Kuntz diventavano di culto. Peraltro erano da poco terminati gli anni 90, e il grunge aveva un nutrito seguito, anzi era senza dubbio ancora un genere popolarissimo.In questo contesto decidiamo, senza un’idea ben precisa di quale direzione prendere, di comporre brani inediti,  tutti accomunati da una passione per suoni ruvidi e distorti, ma allo stesso tempo intrecciati da melodie dolci e accattivanti, ispirati anche  da certa musica d’autore italiana, un po’ retrò, e all’energia romantica dei primi album dei Placebo. Il perché di questo nome deriva dall’emozione che ci suscitavano i primi brani di nostra composizione, ovvero una sorta di malinconia garbata, che, a nostro avviso, induce anche il termine “riaffiora”, con il suo particolare significato di emozioni che tornano alla luce, metabolizzate e private delle loro accezioni più negative dallo scorrere del tempo. Riemergono malinconiche, garbate, appunto.

D- Ripercorrendo le tappe della vostra carriera, quali sono stati i passi fondamentali  per la vostra affermazione nel mondo della musica? Chi vi ha maggiormente sostenuto nella realizzazione dei dischi?

R-Direi in primis l’incontro con Max Trisotto, dopo una data al “Banale” di Padova. Con lui abbiamo cominciato a dare un suono caratteristico alla band, poi senza dubbio ha portato alla luce quella che era ed è tuttora la nostra attitudine nel fare musica. Poi, senza dubbio, un momento di svolta è stato il concerto che abbiamo tenuto al “Roxy Bar” di Red Ronnie, serata nella quale abbiamo avuto il piacere e l’onore di conoscere il direttore artistico dell’etichetta discografica bolognese NOPOP, Danilo Tomasetta (con cui siamo ancora in contatto), che è stata la nostra label nel periodo 2007-2008. La NOPOP era di proprietà di Guido Elmi, celebre per essere il produttore storico di Vasco Rossi, e lo stesso Elmi ha prodotto il singolo del nostro ep, uscito nel 2008, dal titolo “French kiss”. Nonostante la collaborazione sia terminata dopo quest’unica uscita, abbiamo realizzato, assieme al grandissimo Saverio Luzzo, un videoclip del brano omonimo, che ha avuto un notevole successo: nel 2009 infatti ha vinto al MEI di Faenza il premio come miglior videoclip indipendente italiano dell’anno, confrontandosi con alcuni tra i nomi più illustri del panorama italiano underground, senza contare che è stato scelto per l’homepage di myspace italia e di youtube. Arrivando poi al 2010, ho deciso di fondare la “Dischi Soviet Studio”, una piccola etichetta indipendente con sede a Cittadella (nata come sorta di collettivo di splendidi gruppi, principalmente veneti, che spero veramente prima o poi possano avere la popolarità che meritano), che ha curato chiaramente l’uscita dei nostri ultimi lavori: un ep chiamato “Antonio P”, e finalmente  l’album, “La Marsigliese”, che ha avuto come produttore d’eccezione Ronan Chris Murphy, oramai prima di tutto un amico, oltre che una  persona spettacolare, che ha dato il suo personalissimo contributo alla realizzazione del disco, portandoci a registrare parti di voci e di chitarre persino nelle calli veneziane e in piazza San Marco. Nella lavorazione di entrambi i progetti, ci ha seguito, come membro attivo della band, anche uno splendido tastierista, Alessio Montagna, che così tanto ha portato alla band, come entusiasmo e creatività, che sarebbe riduttivo parlarne qui in poche righe.
Tante persone poi abbiamo incontrato e poi perso per strada, e moltissimi gruppi hanno condiviso con noi alcuni tra i palchi più brutti (ma non solo) del triveneto e di tutto il nostro caro vecchio stivale. Forse prima o poi, magari tra un’altra decina d’anni, raccoglieremo un po’ tutti i ricordi e scriveremo qualcosa.

 

D-Condividere il palco con i Nomadi, Diaframma, Yuppie Flu, cosa ha aggiunto al vostro percorso artistico?

R-Condividere il palco con artisti di fama è sicuramente un’opportunità per le band spalla: spesso ci è capitato, in queste occasioni, di suonare davanti ad un numero importante di ascoltatori, che talvolta hanno pure apprezzato la nostra proposta, acquistando anche qualche nostro disco. Di contro, la maggioranza delle volte, e lo dico con rammarico, le band headliner non hanno troppo a cuore le sorti di chi  apre il loro concerto: lasciano a questi  gli  ultimi scampoli di tempo per poter fare il soundchek, spesso  poi presentandosi nel locale esattamente al termine dell’esibizione della band spalla. Giusto per citare un paio di situazioni ricorrenti, che, organizzando anche serate per l’etichetta, riscontro con molta frequenza. Lungi da me voler fare di tutta l’erba un fascio, oppure criticare chi magari è provato da ore di macchina e da una tournèe serrata, ma ho trovato raramente una grande umanità tra i nostri colleghi con maggiore esperienza e fama, strano a dirsi parlando di creativi e di artisti. Nello specifico, i Nomadi non li abbiamo potuti avvicinare, mentre abbiamo trascorso una piacevole  cena assieme agli Yuppie Flu. Di Fiumani non dico nulla perché sono un suo grande fan, e magari prima di quella data non era particolarmente in vena.
Ad ogni modo ricordo un rocambolesco viaggio in macchina da una cittadina di montagna nei pressi di Trento fino a Padova, con a bordo Cesare Basile che ci aveva chiesto un passaggio. Grandissimo rispetto. Peccato che succeda raramente, a mio parere un po’ di umiltà in più (badate umiltà, non modestia), potrebbe giovare senza dubbio.
Poi recentemente sono venuto a scoprire che pure siamo citati assieme alle band più significative della zona in un brano al vetriolo di un gruppo hardcore di Cittadella, che si intitola provocatoriamente “Rockstar”. Mi rendo conto di quanto possano quindi essere differenti i punti di vista, e quanto multiforme possa essere l’intelletto umano.

 

D- Le vostre canzoni  sono state collocate nel genere Alternative rock,  voi che definizione date alla vostra musica?

R-Direi che noi facciamo senza dubbio rock, per attitudine.
Siamo poi indipendenti, al 100%, e ci piacciono le melodie, ci piace che la nostra musica non riesca difficile o cervellotica, ma piacevole, fin dal primo ascolto. Sicuramente sono/siamo contrari a tutto ciò che è patinato o di maniera.

 

D- Quanto Cittadella, la terra veneta,  ha influenzato il vostro stile musicale?

R- Moltissimo. La nostra musica è intrisa di nebbia, di provincia, di personaggi minori, di voglia di rimboccarsi le maniche e continuare. Di insistere prepotentemente e procedere anche a 33 anni suonando con una band, in una terra famosa per l’operosità della propria forza lavoro, una terra pragmatica fino al midollo, ma culla di città di straordinaria bellezza e di artisti inarrivabili.

 

D- MTV New Generation ha scelto il vostro singolo “Alla fine”,  qual è il messaggio di questo brano e quali sono le caratteristiche che lo hanno reso un singolo di successo?

R- Intanto il giorno che siamo stati scelti come artisti della settimana sul web da MTV New Generation ci siamo andati giù duro con un buon Valpolicella. “Alla Fine” è stato un video rischioso, lontanissimo dai cliché dei videoclip moderni, nella sua lentezza, nel suo drammatico messaggio, nella forza evocativa delle immagini, per una regia più similare ad un cortometraggio che ad un clip, regia nuovamente affidata all’amico e maestro Saverio Luzzo. Per il resto, il testo del brano è stato scritto da Andrea, una sorta di preghiera con cui accompagna la sua cagna Thelma nella morte, in seguito ad un incidente stradale.Le caratteristiche che hanno reso questo pezzo così fortunato stanno probabilmente in qualche melodia ben riuscita e nel sua assoluta onestà e semplicità. Poi, ringraziando sentitamente ancora e sempre Mtv per questa scelta a noi particolarmente gradita, non si può proprio dire, almeno qui in Italia, che andare nelle tv e nelle radio commerciali più importanti significhi fare buona musica, per certi versi è invece molto più spesso vero il contrario.

 

D- Progetti per il futuro.

R-Intanto suonare assieme. Abbiamo ricominciato di recente, dopo una pausa di diversi mesi, in cui abbiamo metabolizzato diverse cose, ce ne siamo detti di ogni, e abbiamo deciso infine che la cosa giusta da fare era ritornare a scrivere brani, fosse anche solo per noi stessi. Abbiamo perso per strada il tastierista, impegnato con un’altra band ora nella registrazione di un importante disco. Abbiamo nel cassetto una serie di brani “slow” che ci piacciono molto, anche se sono molto tristi. Ecco, vogliamo registrarli, in tranquillità, nella nostra saletta, il soviet studio. Le velleità dei ventenni non le abbiamo più, ma ci è rimasta l’urgenza di sfogarci e comunicare alla nostra maniera, per chi vorrà ascoltare.

 

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