Revenge porn: stessa morbosità se la vittima è un uomo?

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Revenge porn: stessa morbosità

Revenge porn: stessa morbosita se la vittima è un uomo? Dunque sentiamo spesso parlare di questo fenomeno. Recentemente riportato alla luce dal caso Diana Di Meo. Giovane arbitro di calcio. Vittima di revenge porn. Dopo la diffusione in rete di alcuni suoi video privati. Girati durante momenti di intimità.

Revenge porn: stessa morbosità se la vittima è un uomo?

Il web è uno dei mezzi più utilizzati dalla maggior parte della popolazione. Se da una parte però, facilita l’esercizio del diritto alla conoscenza, dall’altra può minare il diritto alla riservatezza. Alla privacy e all’identità personale. La memoria digitale, ignora la dimensione umana. E travalica i suoi confini. Rovinando la vita delle persone. Il revenge porn, definito come “pornografia non consensuale” consiste appunto nella distribuzione online di foto e/o video dal contenuto sessualmente esplicito. Senza il consenso del soggetto protagonista. Con l’intento di umiliarlo e di danneggiarne la reputazione. Spesso a commettere questo reato sono ex partner interessati a “vendicarsi” per la rottura della relazione con la vittima. E perciò diffondono tra gli amici foto sessualmente esplicite della ex compagna. Nel 90% dei casi la vittima è di sesso femminile. Ma la domanda che ci poniamo è: se la vittima di revenge porn fosse un uomo ci sarebbe lo stesso accanimento? Credo proprio di no.

E’ sempre colpa delle donne

Come non dare la colpa alle donne? E’ sicuramente colpa loro per il solo fatto che sono nate donne. Gli stereotipi e i pregiudizi che ci affliggono, del resto anche io sono una donna, sono veramente troppi. Il sessismo non è solo verso le donne, sia chiaro. Ma per quanto riguarda il sesso i giudizi sulle donne sono più pesanti. Generalmente se una donna viene ripresa in modo erotico è una p….poco di buono, mentre l’uomo ci passa come un grande conquistatore. 

Gli effetti sulle vittime di revenge porn

Le conseguenze di tale fenomeno possono essere durature e devastanti. Tra i principali effetti, ritroviamo vergogna, umiliazione, insicurezza. Perdita di fiducia e controllo. Difficoltà nelle relazioni intime, amicali e familiari. Danni nei rapporti di lavoro presenti e futuri. Rabbia, senso di colpa, ansia, attacchi di panico. Depressione, e, nei casi più estremi, suicidio. Un caso eclatante di revenge porn fu quello di Tiziana Cantone. La ragazza che arrivò a suicidarsi in seguito alla diffusione di un video erotico che la ritraeva. Non resse la pressione dei social e del web che nel giro di poco avevano reso il video virale. Così come è accaduto a Diana. Che ha trovato però la forza di fare denuncia.

Forme di tutela

Con la Legge 19 Luglio 2019, n. 69, il cosiddetto “Codice Rosso”, è stato introdotto nel codice penale l’art. 612-ter rubricato: “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”. Nello specifico, la norma prevede: la reclusione da 1 a 6 anni e la multa da euro 5.000 a euro 15.000, per chiunque sottragga e diffonda materiale sessuale senza il consenso della persona rappresentata. La pena viene aumentata, se commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, anche dalla persona che è stata legata solo affettivamente alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso l’utilizzo di mezzi informatici o telematici. La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di una persona in condizioni di inferiorità psichica o fisica o in danno di una donna in stato di gravidanza. Per dare la definitiva estinzione di queste piaghe sociali il primo passo per contrastare il revenge porn e tutte le altre pratiche vergognose che ledono la donna nella sua persona è quello di riconoscere che questi non sono problemi delle donne”, ma dell’intera società. Di tutti noi.