Reporter pro Palestina: contro Israele vietato dissentire

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Come può un attacco israeliano a Gaza portare al licenziamento di una reporter pro Palestina? Questo è lo strano caso di Emily Wilder, che ha perso il suo posto ad Associated Press (AP) per un pretesto. Almeno, così la vedono i suoi sostenitori. I quali accusano lo Stato ebraico di reprimere la libertà di opinione, prima che il diritto di cronaca. Il tutto condito con una campagna diffamatoria.

Licenziata una reporter pro Palestina?

La vicenda inizia con una bomba israeliana caduta sulla sede di Associated Press, a Gaza City. E si conclude con il licenziamento di una giornalista, colpevole di esser stata un’attivista filo palestinese durante gli anni del college. Quello che è occorso in mezzo è un cocktail di propaganda di destra e ostruzionismo politico. Prima ancora che mediatico. Il che ha dato il via a una campagna denigratoria cavalcata dagli estremisti di Hamas. Ma procediamo con ordine. Per ricostruire questa storia dobbiamo risalire al 15 maggio scorso. Più precisamente, all’attacco dell’esercito israeliano alla Torre al-Jalaa. La sede di numerose agenzie di stampa estere nell’enclave. Oltre che un palazzo usato, si dice, dagli alti ufficiali di Hamas.

Il raid

Secondo Israele, proprio questa supposizione sarebbe bastata a giustificare la sua offensiva. Sulla scorta del principio dell’autodifesa, le forze di sicurezza avevano preferito colpire l’edificio quel giorno, mentre era in corso una riunione tra i capi militari di Hamas. Un’illazione alla quale si era opposta AP, che ora ha chiesto un’indagine indipendente. In particolare, l’agenzia ha affermato di non aver mai sospettato attività di militanti di Hamas nel palazzo. Tantomeno la loro presenza. In nessuno dei 15 anni nei quali aveva affittato i suoi uffici nella Torre di al-Jalaa. Del resto, nemmeno Israele aveva prodotto prove a sostegno delle sue congetture. Eppure, quel pomeriggio del 15 maggio i reporter di AP hanno ricevuto la chiamata.

La “call” per fuggire

Le forze israeliane invitavano i dipendenti dell’agenzia a evacuare l’edificio al più presto. A nulla sono valse le suppliche del proprietario dell’immobile. Ragion per cui i giornalisti si sono affrettati a salvare quante più attrezzature possibili. Riuscendo a scappare appena prima che una bomba di fabbricazione israelo-statunitense distruggesse il palazzo di 12 piani nel quale avevano lavorato per anni. Il resto lo hanno fatto i media statunitensi di destra e un ex dipendente di AP, che deve serbare ancora rancore. Anziché condannare l’attacco alla libertà di stampa a Gaza, gli haters avevano provato a giustificare il raid di Israele. Dipingendo AP come una fonte partigiana e pro Hamas. Il che ha costretto Associated Press a mettersi sulla difensiva.


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Licenziamento di una reporter pro Palestina

In questo contesto s’inserisce l’incidente che ha riguardato Wilder, licenziata giovedì. Dopo che attivisti sionisti di estrema destra hanno scoperto la sua partecipazione a Students for Justice in Palestine e a Jewish Voice for Peace. Due organizzazioni universitarie filo palestinesi. Al Guardian, Wilder ha confermato che sarebbe stata allontanata “per aver violato le politiche aziendali sui social media nei loro valori e principi delle notizie a un certo punto tra la mia data di inizio il 3 maggio e ieri“. Eppure, il consiglio direttivo di AP non ha specificato quale dei suoi tweet avrebbe infranto la loro policy. Wilder, che è ebrea, aveva twittato 18 volte da quando era entrata a far parte dell’agenzia con sede a New York City. La maggior parte erano retweet.

Tweet pericolosi

Il 16 maggio, il giorno dopo l’attacco alla Torre, Wilder aveva pubblicato un post critico nei confronti della copertura mediatica della guerra in atto. “L’oggettività è precaria quando i termini di base che usiamo per riportare le notizie implicitamente rivendicano una pretesa”, aveva scritto. “Usare ‘Israele’ ma mai ‘Palestina’ o ‘guerra’ ma non ‘assedio e occupazione’ sono scelte politiche, eppure i media fanno quelle scelte esatte tutto il tempo senza essere contrassegnati come di parte”. Un’opportunità servita su un vassoio d’argento per quanti abbiano voluto screditare l’agenzia di stampa. Come infatti è stato.


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Cosa c’è dietro?

L’episodio che ha interessato Wilder, suo malgrado, è definibile come un esempio di “cultura dell’annullamento”. Questa settimana, i media sionisti di destra e conservatori hanno pubblicato post denigratori su Wilder, che in precedenza aveva lavorato per il quotidiano Arizona Republic dopo la laurea alla Stanford University. Nel frattempo, i repubblicani del college statunitense ne hanno approfittato per regolare vecchi conti. Per ciò hanno twittato un thread che confermava il precedente attivismo filo palestinese di Wilder. I post includevano screenshot delle opinioni di Wilder su Facebook, in cui è critica nei confronti di alcune personalità sioniste di spicco. Tra cui Sheldon Adelson, il defunto miliardario sostenitore di Trump.

Opposizione di una reporter pro Palestina

Nel 2019, Wilder aveva contribuito a organizzare un discorso a Stanford del fumettista ebreo filo palestinese Eli Valley. All’epoca, i repubblicani del college avevano disseminato l’Università di volantini che paragonavano i lavoro di Valley alla propaganda nazista, provocando una protesta nazionale. Nel frattempo, due organi di stampa di destra si sono accaniti sulla reporter. Si tratta del Washington Free Beacon e del Federalist. Entrambi hanno giustificato il raid aereo israeliano sulla scorta dei rapporti di Canary Mission. Un’organizzazione che tiene una “lista nera” di studenti che ritiene pro Palestina e anti Israele. Talvolta, questo elenco viene utilizzato dai servizi di sicurezza israeliani per allontanare gli oppositori politici dal Paese.

Ambiguità

In un primo momento, la direzione di AP aveva detto a Wilder di non preoccuparsi per i suoi precedenti post sui social media. Ma poi il licenziamento. In merito, un portavoce dell’agenzia ha detto che mentre l’organizzazione “generalmente si astiene dal commentare le questioni relative al personale, può confermare i commenti di Emily Wilder”. La fonte ha aggiunto che “Ogni giornalista di AP è responsabile della salvaguardia della nostra capacità di riferire su questo conflitto, o su qualsiasi altro, con correttezza e credibilità, e non può prendere posizione nei forum pubblici“. Eppure, questi post avevano poco o nulla a che fare con il conflitto israelo-palestinese. Oltre a riferirsi al periodo precedente alla sua carriera da giornalista.

Il rischio

Ma il dado era stato lanciato. Abbagliata dai riflettori o troppo concentrata a difendere la sua credibilità, AP non si è accorta che ha scoperto il fianco ai suoi detrattori. Ancor più di prima. Ora l’agenzia ha raccolto critiche da entrambe la fazioni. Dai media conservatori per essere anti sionista; come dai sostenitori di Wilder, che l’accusano di cedere alle pressioni esterne. In ogni caso, un segno di mancata imparzialità. Intanto, la News Media Guild, il sindacato che rappresenta i membri del personale di Associated Press, ha aperto un indagine sul licenziamento di Wilder. L’associazione rappresenta anche il personale del Guardian US.

La dichiarazione della reporter pro Palestina

A me sembra che AP si pieghi alle richieste ridicole e al bullismo a buon mercato delle organizzazioni“, ha detto Wilder al Washington Post. Molti giornalisti sono accorsi in difesa di Wilder, osservando come si puniscano i giovani giornalisti per errori minimi mentre violazioni dell’etica molto più eclatanti rimangono impunite.


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L’accusa

Ma l’accusa ad AP era ben più subdola. Perché gettava un’onta sull’etica (e l’affidabilità) dell’agenzia. In tal senso, il Washington Free Beacon, quotidiano conservatore, ha ipotizzato che l’assunzione di Wilder “potrebbe alimentare le preoccupazioni circa l’obiettività dell’AP tra le rivelazioni che il notiziario condivideva un edificio per uffici con l’intelligence militare di Hamas a Gaza“. Di lì, la campagna contro AP ha preso slancio, fino a entrare nelle sale del Congresso Usa. “Perché l’Associated Press condivide un edificio con Hamas? Sicuramente questi intrepidi giornalisti sapevano chi erano i loro vicini“, ha detto il senatore repubblicano Tom Cotton in un discorso di lunedì.

Oltre una reporter pro Palestina

Si sono lasciati consapevolmente usare come scudi umani da un’organizzazione terroristica designata dagli Stati Uniti? AP ha tirato i pugni e ha rifiutato di riferire per anni sui misfatti di Hamas? Affermo che l’AP ha alcune domande scomode a cui rispondere“, ha rilanciato Cotton. A questo punto vale la pena di fare un’osservazione. Mentre l’Associated Press e la reporter rivendicano la loro integrità, ciò che passa in secondo piano è la gravità delle azioni che hanno dato origine alla controversia. Le forze israeliane hanno affermato che l’intelligence militare di Hamas stava operando fuori dall’edificio. Ma c’erano molte ragioni per dubitare di questa narrazione ufficiale.


Israele e l’insostenibile leggerezza dell’autodifesa


Il Congresso

Lo stesso segretario di stato americano, Antony Blinken, ha detto di non aver ricevuto informazioni che provassero la presenza di Hamas nell’edificio. Mentre alcuni militanti di Hamas si erano riuniti effettivamente al di fuori del palazzo che ospita gli uffici di Associated Press e Al Jazeera a Gaza. Secondo alcune indiscrezioni, il giorno precedente al raid l’esercito israeliano avrebbe fornito ai reporter stranieri informazioni fuorvianti sui movimenti israeliani. Questo allo scopo di attirare i combattenti di Hamas in una trappola. Allo stesso modo, fonti israeliane affermano di aver dato al governo degli Stati Uniti una “pistola carica”. Martedì, Blinken aveva confermato di aver ricevuto un rapporto dell’intelligence relative all’attacco aereo, ma ha rifiutato di commentare il suo contenuto.

Le relazioni pericolose

In ogni caso, nulla può trasformare il palazzo dove ha sede un’agenzia di stampa in un obiettivo militare legittimo. Eppure, questo non è stato il focus della vicenda. Né ha inficiato le relazioni commerciali tra USA e Israele. Specialmente quelle per la difesa. Dato che venerdì il Congresso ha bloccato in extremis la vendita di armi per un valore di 735 milioni di dollari a Israele. La fornitura comprende ordigni dello stesso tipo di quello sganciato sulla sede di Associated Press. A Gaza.