Renzi: volevo essere Tony Blair, anzi Macron, ma va bene anche Craxi

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L’énfant prodige di Rignano sull’Arno irrompe nella scena politica nazionale grazie ad una candidatura blindata alla presidenza della Provincia di Firenze nel 2004 in quota Margherita; la sua scalata al PD inizia così e prosegue con le medesime modalità quando nel 2009 viene eletto sindaco del capoluogo toscano, da sempre appannaggio della Sinistra. Più che un predestinato, pare corretto definirlo “designato”.

Ma la carica di primo cittadino di Firenze è solo il suo trampolino di lancio: da subito inizia a promuovere una campagna contro il rinnovamento dei quadri del partito, mettendo nel mirino i dirigenti che provengono dalla file del PCI. Nel 2012 si candida alle primarie per segretario, ma viene sconfitto sonoramente da Bersani che ottiene il 60% dei voti; lo diviene alla fine del 2013, approfittando della situazione di stallo provocata dall’irrompere nel sistema bipolare del movimento 5stelle, che impedisce al leader del PD (che pure aveva vinto le elezioni) di formare un governo. Forte dell’appoggio che gode all’interno del partito, provoca la fine dell’esecutivo guidato da Enrico Letta e gli succede come Primo Ministro.

Il PD che sostiene Renzi è a trazione democristiana, e di questo spostamento al centro lui ne è l’interprete ideale. Il suo modello è Tony Blair, leader dei laburisti inglesi, capace di restare al governo per anni grazie ad una reinterpretazione dei valori della sinistra in chiave liberal, di cui abbiamo scritto qualche anno fa in termini critici:

È lo stesso Blair ad investirlo informalmente come suo “erede” dopo un incontro nel 2014. Renzi comincia così a recidere le radici di un Partito Democratico già in crisi di identità attaccandone la storia, i valori e le conquiste sociali. Si fa forte di un risultato elettorale alle europee del 2014 viziato in realtà da una astensione record che, aldilà dei proclami trionfalisti, ne ridimensiona la portata:

Col vento in poppa, cerca quindi di ricalcare le orme dello statista inglese, riuscendo laddove persino Berlusconi ha fallito: abolendo le tutele dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori (dalla forte portata simbolica, più che pratica), varando una riforma del lavoro accusata di favorire l’interesse delle aziende, e la discussa riforma denominata “buona scuola”. Rompendo con il tradizionale elettorato della Sinistra. Ma, a differenza di Blair, una parte consistente del Paese non lo segue: molti elettori del PD, anziché appoggiarlo in questa rivoluzione culturale, si rifugiano nell’astensionismo o nelle suggestioni di rinnovamento del Movimento 5stelle.

Allora Renzi sembra cambiare riferimento puntando il nuovo astro nascente della politica svincolata dai corpi intermedi: il giovanissimo Emmanuel Macron, che proviene dalle file dei socialisti, ma si avvia a fondare un partito personale che lo proietterà all’Eliseo. Il Primo Ministro Italiano accentua così la sua trasformazione nell’uomo solo al comando, e, circondato dai suoi fedelissimi, impone rigidamente la sua linea ad un PD sempre più spaccato, ostinandosi a dare battaglia sul campo più difficile, quello della legge elettorale e soprattutto della Costituzione. La riforma che propone diviene così un referendum personale: chi vota contro, è contro di lui. Al referendum del 2017, mentre Macron diviene inaspettatamente il più giovane Presidente della repubblica francese della storia, a Renzi, invece, l’Italia volta le spalle.

Ma lui non abbandona la politica come promesso pubblicamente. Si dimette da segretario del PD, certo della sua riconferma grazie al controllo che esercita sulla corrente di maggioranza, e infatti viene rieletto; ma è un successo effimero: il pessimo risultato elettorale del 2018 lo spinge a dare le dimissioni, stavolta irrevocabili. Non lascia la politica neppure in questa occasione, e si accomoda sui seggi del Senato.

A questo punto, impossibilitato a porsi come guida della maggioranza del suo partito, dopo l’uscita della Lega favorisce la nascita di un governo PD-Movimento 5stelle, e compie l’ennesima trasformazione: troppo lontano Macron, guarda in casa e sceglie la tattica di Craxi dell’ago della bilancia. Fonda un nuovo partito a caratura personale, e approfitta della volontà di non andare al voto degli alleati di governo per far pesare in modo essenziale la sua scarsa (numericamente) pattuglia di parlamentari.

Ecco, sino ad oggi, la parabola del designato leader che avrebbe dovuto fare del Partito Democratico la nuova Balena Bianca di democristiana memoria: sulle tracce del trasformismo di Blair, poi del personalismo di Macron, infine dell’opportunismo di Craxi. Una curva che forse non è esaurita, ma che non sembra tendere verso l’alto.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me ein anstàndiger Menschun, un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.

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