Referendum giustizia. Disastro epocale: quando il popolo non è sovrano

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Referendum giustizia.

Il flop referendum giustizia ha registrato un disastro epocale. I cinque quesiti referendari non hanno spinto gli italiani alle urne. L’affluenza è rimasta sotto il 20% per tutta la giornata di ieri. Per attestarsi poi al 20,9%. Tuttavia anche le previsioni più fosche della vigilia non prevedevano l’ipotesi che meno di un italiano su cinque andasse al voto. Record assoluto per una consultazione elettorale. Difatti gli italiani hanno disertato il voto in massa (in parte anche quello amministrativo), confermando le preoccupazioni di chi ritiene che l’astensione sia un problema serio nella nostra democrazia.

Referendum giustizia: un disastro epocale?

Non basta analizzare cosa è andato storto nella campagna referendaria, né serve la ricerca di uno o pochi colpevoli. Il flop referendario si inscrive in una crisi sistemica. Mostrando drammaticamente cosa si intende quando si parla di scollamento tra politica e opinione pubblica. Meno del 20% degli aventi diritto al voto ha partecipato alla votazione sui cinque quesiti referendari presentati da nove consigli regionali di centrodestra. Ben lontano dal quorum del 50%+1 richiesto per la validità del referendum. Il primo aspetto attiene specificatamente alla opportunità di ricorrere più o meno frequentemente al voto referendario, nonchè alla ricorrente tentazione di leader carismatici a trasformare una votazione (elettorale o referendaria), in un giudizio sulla loro persona. Mentre il secondo aspetto riguarda il tecnicismo esasperato e poco comprensibile ai più, dei quesiti referendari. Relativi a questioni che, almeno in parte, già rientrano nella riforma Cartabia e sono in discussione da tempo alla Commissione Giustizia in Senato. 

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Quando il popolo non è sovrano

I referendum non nascono come un sistema per contrapporsi a un potere dello Stato (la magistratura oggi, il parlamento ieri, il governo poi), ma per compiere scelte di civiltà. Tuttavia i quesiti referendari su eutanasia e cannabis sono stati giudicati inammissibili, dando luogo ad aspre critiche sul significato stesso di democrazia. Accade quindi, ancora una volta che la politica parlamentare non sia, o non voglia rendersi in grado, di assumersi le proprie responsabilità scaricandole sui cittadini. E trasformando lo strumento della democrazia diretta in un inadeguato sostituto di quella rappresentativa. Piuttosto che in un suo sano collaboratore che possa contribuire a porle in costante tensione. Perciò da tempo i cittadini hanno introiettato l’idea che la politica non è più in grado di incidere sulla loro vita, o almeno di farlo in meglio. Si è fatta strada l’idea che le decisioni, quelle reali, siano sempre prese altrove. E che le scelte dirette siano sempre eterodirette.

Referendum giustizia. Praticare la politica nella sua essenza

Il Paese è da decenni inviperito contro i partiti. E ai partiti, in particolare a quelli degli altri, attribuisce ogni responsabilità della crisi economica e sociale che stiamo vivendo. Nessuno ha saputo praticare la politica nella sua essenza. Per contrastare la diffidenza e l’insofferenza con scelte orientate e sostenute da profonde riflessioni. Limitandosi a rincorrere il consenso, in una spirale continua tra vittimismo e deresponsabilizzazione. Che tuttavia ha finito per coinvolgere anche gli elettori più fedeli. E’ tale e tanto il furore contro la casta, peraltro giustificato da fatti incontrovertibili e sedimentati nella nostra storia, che ormai tutti vivono nell’illusione di non avere alcuna responsabilità. Come se non fossero i cittadini quelli che alimentano il consenso di una classe politica che non è capace di proporre una seria visione del mondo. E se non fossero sempre loro a bersi come acqua fresca tutte le scemenze che oggi come ieri vengono raccontate per fare uscire il Paese dalla crisi. Di certo che trovare un senso di partecipazione personale in una politica fumosa e inconsistente è sempre più complesso.