Pagare per rinunciare

Chi usufruisce del reddito di cittadinanza dovrà pagare per rinunciare. La notizia proviene dal Caf che sottolinea il dovere, per chi non vuole usufruire del beneficio, di restituire allo Stato la somma complessiva già ricevuta. Niente rateizzazione, l’importo dev’essere quello completo, in un’unica soluzione. Non è ancora attiva la procedura per chiedere la disdetta e quindi lo stop dei bonifici, dunque chi oggi è già sicuro di non voler proseguire, riceverà comunque gli accrediti. In aggiunta, quando la procedura sarà resa disponibile dall’INPS, saranno necessari settimane o addirittura mesi per completare l’iter burocratico.

Un nuovo canale telematico per rinunciare

Il Messaggero scrive: “sull’entità degli importi da ridare indietro e le relative modalità dovrebbe fare maggiore chiarezza una circolare dell’Inps in arrivo nei prossimi giorni, in cui verranno affrontati anche altri aspetti ancora poco limpidi, a incominciare dai tempi che saranno necessari per elaborare le rinunce”. Infatti, per consentire ai delusi del reddito di formalizzare la loro decisione, sarà necessario aprire un nuovo canale telematico attraverso cui far passare le richieste. Si pensa che i rinunciatari del sussidio ammontino a circa 130 mila persone.

Lavoro nero o reddito?

I delusi sono tanti, sono cittadini che si aspettavano di ricevere somme dignitose e invece si sono visti accreditare 70 o 80 euro, quando non 40. I rinunciatari infatti, sono soprattutto coloro che hanno ricevuto meno di 100 euro, cifra per la quale non sono disposti a sottostare ai vincoli lavorativi e agli obblighi derivanti dalla misura. A quota 300 euro si trovano i maggiori indecisi, cittadini che stanno valutando attentamente i pro e i contro. Purtroppo molte valutazioni vengono fatte utilizzando il lavoro nero come confronto, cercando di capire quanto convenga veramente rischiare per importi così bassi. Per i furbetti infatti, cioè per coloro che percepiscono il reddito e, contemporaneamente, svolgono un lavoro irregolare, è prevista una pena fino a 6 anni di carcere.

La platea di nuclei famigliari che riceve un sussidio inferiore ai 100 euro è di 60 mila. Queste persone saranno quindi le maggiori interessate alla procedura di rinuncia, ci saranno tuttavia anche alcuni beneficiari che toccano quota 300 euro (cioè più indigenti dei primi) ai quali questa disdetta costerà più cara.

Globalmente, sono state presentate circa 1 milione di domande; se si pensa che le 130 mila persone rinunciatarie fanno riferimento al solo mese di maggio, c’è da riflettere. Il Giornale riporta un dato incisivo: soltanto il 16% dei richiedenti ha ottenuto un importo superiore a 750 euro.

Su un altro fronte emerge un altro problema. “Italia” equivale infatti troppo spesso a “inefficienza” e questa misura non fa eccezione. Sempre il Caf informa che i motivi della rinuncia non sono solo di carattere economico. Alcune pratiche, spiegano, si fermano per piccoli errori come un numero di telefono sbagliato o un indirizzo e-mail assente. Ci sarà un modo per aggiornare la domanda con gli elementi errati o mancanti? No. I centri di assistenza fiscale non hanno a disposizione interfacce tramite le quali comunicare all’INPS le necessarie integrazioni.

Va meglio per i poverissimi

Il successo dello strumento di lotta alla povertà voluto da Luigi Di Maio e dal suo movimento non sembra quindi riscuotere molto successo. Coloro che si aspettavano 780 euro in più sul conto corrente sono rimasti insoddisfatti e ora dovranno pure restituire in un unico blocco ciò che hanno ricevuto tramite bonifici mensili. Andrà meglio per i poverissimi. A quella sottilissima fetta di popolazione che fino a qualche settimana viveva nell’indigenza più assoluta, saranno garantite condizioni di vita un po più umane. La domanda successiva è: quanto durerà?

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