Raffaele Mutalipassi: intervista allo scrittore in Bolivia

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Raffaele Mutalipassi è un ingegnere, un cooperatore progettista internazionale dell’Unione Europea. Inoltre, Mutalipassi è uno scrittore italiano che vive in Bolivia. Nel 1981, Mutalipassi parte per la prima missione di lavoro in Somalia. Dal 2018, l’ingegnere risiede in Bolivia, dove dedica il tempo alla figlia ed alla scrittura.

Raffaele Mutalipassi: biografia

Raffaele Mutalipassi nasce a Perdifumo, nella provincia di Salerno, nel 1951. Dopo la  nascita di Raffaele, la famiglia raggiunge Salerno. Nel 1954, i genitori optano per il trasferimento a Valmontone (RM) e poi nella città capitale italiana. Durante l’adolescenza Raffaele trascorre dei periodi difficili, in cui abbandona la scuola dell’obbligo. In seguito, Raffaele consegue la licenza media, al raggiungimento della maggiore età. Tuttavia, a vent’anni Raffaele consegue il diploma di geometra da privatista.

Raffaele Mutalipassi (seconda parte biografia)

A fronte di ciò, Mutalipassi lavora come operaio in una filatura di Prato e nel 1979 consegue la laurea in ingegneria. Nel 1981, Mutalipassi effettua la prima missione di lavoro in Somalia, per la coordinazione di progetti internazionali, dai finanziamenti dell’UE. Dal 2018, Mutalipassi vive in Bolivia dopo quasi quarant’anni di lavoro, dove esprime la passione della scrittura.

Raffaele Mutalipassi ed il pensiero dell’autore

Dalla metà del secolo scorso fino ad oggi, lo scrittore vive senza tregua le vicissitudini, del boom economico degli anni sessanta. Inoltre, il pensiero di Mutalipassi corre sull’infanzia, che attraverso i ricordi, lo catapulta nel racconto di una vita. Di fatto, dal Cilento Raffaele giunge a Roma, da cui inizia la carriera professionale, a livello internazionale. Sulla base delle esperienze che coinvolgono l’autore, prosegue il filo sottile della ricerca di se stesso. Tuttavia, i sentimenti dell’amore, dell’orgoglio, dei sensi di colpa trascinano l’infanzia ed i  ricordi di un bambino nella rete di una colpa, che poi non c’è.

 A ragion per cui, lo scrittore e l’uomo uniscono l’immagine di un bambino adulto e di un uomo, che con il pensiero sorride e ritorna bambino. Inoltre, la descrizione della terra di origine diviene soggetto del libro, dove emergono l’attaccamento alle tradizioni, alle consuetudini familiari dell’Italia. Mentre, l’autore sottolinea le bellezze di un Italia, che rappresenta il periodo del boom economico, traspare anche la tristezza di un passato che non torna più. A ragion per cui, il lettore legge e mentre riflette sul senso del tempo giunge al confronto tra un uomo ed un bambino. Di fatto, l’opera letteraria esprime uno stile narrativo coinvolgente, in alcuni tratti pungente ed in altri riflessivo.

Ciò nonostante, l’idea dello scrittore è condurre il lettore nell’ immersione di una cronaca autobiografica, mentre segue la riflessione esistenziale. A ragion per cui, l’infanzia, i sogni di gioventù, la spensieratezza e la libertà sono i sentimenti che aiutano l’autore ad emergere dalle difficoltà. Mentre, in conflitto con il viaggio interiore dell’autore ci sono il disagio giovanile, la paura, la disperazione, la fuga continua. In realtà, il lettore entra nella dimensione “dell’io”, che attraverso la scrittura regala voce, alle forti esperienze di una cronaca. Oltretutto, l’autore subisce la perdita del fratello minore e la voce diviene dolore che cresce ed allo scrittore rimane per l’Italia, l’antagonismo di “amore- odio”.  

Raffaele Mutalipassi: recensione del libro de “La vita ostile”

Lo scrittore intraprende un viaggio, in cui descrive l’unicità di una generazione, che il tempo modifica, in più forme. Inoltre, la prima generazione diviene l’oggetto di una rivoluzione giovanile, in cui la televisione diviene l’artefice, della trasformazione digitale. A fronte di ciò, l’autore apre il cuore ai lettori, attraverso le proprie sofferenze, dolori, gioie, incertezze e sensazioni che ricorda, in quanto reali. Inoltre, Mutalipassi scrive nel significato di un’apertura terapeutica, nei confronti di se stesso e del lettore, con l’idea di trasmettere la propria testimonianza.

Tuttavia, la copertina del libro raffigura un disegno della figlia Valeria, che regala i colori e la vivacità al lettore. In realtà, l’immagine di copertina vuole esprimere il significato di un sole, che senza la luna non c’è, come messaggio universale. Inoltre, lo scrittore inserisce come tema centrale dell’opera il contrasto amore- odio, un sentimento che vive nei confronti della terra d’origine. Allorché, le motivazioni sul risentimento verso l’Italia risalgono al fatto che la penisola lo dimentica, lo tradisce negli anni passati. A fronte di ciò,Mutalipassi decide di fare la stessa, verso il suo Paese. Mentre, l’autore esprime l’amore per Italia, sulle bellezze artistiche di cui la terra di origine risplende e vanta tutt’oggi.

Ciò nonostante, una parte del libro concentra il lettore sull’immagine dell’autore padre, che scrive mentre il pensiero arriva alla figlia ventenne. Inoltre, il cuore di padre riflette sulla crescita della figlia, lontana dalla sua terra di origine, ovvero l’Italia. Alla fine del libro, l’autore esprime la soddisfazione di diversi successi, che la vita nonostante le dure prove, gli regala ancora. Di fatto, lo scrittore in un’analisi introspettiva scrive di essere da una parte un vigliacco e dall’altra un eroe. A ragion per cui, lo scrittore- protagonista pone l’attenzione ai giovani, alla generazione della figlia, per riflettere sul passato ed affrontare il futuro.

“Buongiorno, chi è Raffaele Mutalipassi e come si definisce ai lettori?”

“Raffaele Mutalipassi nasce a Perdifumo in provincia di Salerno nel 1951. Subito dopo la sua famiglia si sposta a Salerno. Nel 1954 si ritrova a Valmontone (RM) da dove, nel 1962, si trasferisce a Roma. Qui trascorre un’adolescenza travagliata. Dopo aver abbandonato la scuola dell’obbligo, solo a diciotto anni consegue la licenza media. A venti si diploma geometra da privatista. A venticinque lavora come operaio in una filatura di Prato. Nel 1979 si laurea ingegnere.

Nel 1981 effettua la sua prima missione di lavoro in Somalia. Dopodiché accumula quasi quaranta anni di esperienza nella gestione, coordinazione e valutazione di programmi e progetti di cooperazione internazionale finanziati soprattutto dall’Unione Europea. Dal 2018 è pensionato residente in Bolivia, paese dove è nata la sua unica figlia.

Questo è il mio primo libro e mi potrei definire un autore amatoriale indipendente amante della vita. Nella vita io ho da sempre perseguito l’aforisma di Sigmund Freud: “Gli uomini non possono restare per sempre bambini ma devono andare ad affrontare LA VITA OSTILE”. Il titolo del libro deriva da questo aforisma”.

“Come nasce l’idea di un libro?”

“Il libro è un’autobiografia dedicata soprattutto a mia figlia di 20 anni che ha vissuto da sempre lontano dall’Italia affinché conosca e rifletta sulle radici di suo padre e della mia famiglia di origine. Quando un paio di anni fa sono andato in pensione mi sono accorto che mia figlia non mi conosceva. Come padre assente mi sono sentito nella obbligazione di dedicarle questo libro”.

“Cosa pensa sulla scrittura contemporanea?”

“A parte le dovute eccezioni la scrittura contemporanea riflette pedissequamente il nostro tempo. Rispondo con una considerazione di un grande critico letterario che ho letto sul web: “Sempre più la letteratura ivi compresa la grande editoria si sta trasformando in una fabbrica di merce venduta in base a mere strategie consumistiche a discapito totale della bontà letteraria, e dunque dell’elemento che dovrebbe garantire tale valore”.

“Ci sono dei libri a cui è particolarmente affezionato?”

“Le leggi fondamentali della stupidità “di Carlo M. Cipolla. Dal punto di vista sentimentale invece ricordo sempre con piacere “Gli Indifferenti” di Alberto Moravia”.

“Perché un libro autobiografico?”

“Arrivato a settanta anni con l’impalpabilità delle cose della vecchiaia ho sentito la necessità di fare un po’ d’ordine attraverso la rigorosa cronaca della mia vita. Questa è un’età importante per tutti. A questa età si fa il bilancio della propria esistenza e in tutta franchezza mi sono accorto di essere stato molto fortunato e che quello che ho fatto non è stato del tutto inutile”.

“Quali sono i principi morali e sociali di Raffaele Mutalipassi?”

“ Gli esperti hanno analizzato i dati da più di 600 fonti. Si è scoperto, in tutto il mondo vengono osservate sette regole: aiutare la famiglia, aiutare i membri del proprio gruppo, ricompensare il bene con il bene, essere coraggiosi, obbedienza alla gerarchia, distribuire equamente le risorse e rispettare le proprietà altrui. Ecco a parte il principio di obbedienza alla gerarchia io mi ritrovo in tutti gli altri sei principi”.

“La sua esperienza professionale la rende un uomo che conosce molte culture. Cosa si sente di raccontare sui suoi numerosi viaggi per il mondo?”

“Che i principi morali come quelli indicati al punto anteriore e le aspirazioni dei popoli sono universali in tutte le comunità umane nonostante le diverse differenze culturali, sociali e razziali.

Altra cosa che vorrei sottolineare è la grande immagine che l’Italia possiede in qualunque latitudine e longitudine e l’incapacità ed inettitudine degli italiani contemporanei che non sanno gestire ed approfittare di questa immagine che è stata costruita e tramandata nei secoli dai nostri avi”.

“Quale messaggio vuole comunicare con il suo libro?”

“Avrei la presunzione di voler comunicare molti messaggi:

  • Come a mia figlia vorrei dedicare il libro anche a tutti i suoi giovani coetanei che stanno per iniziare il loro percorso di vita. Però, credo, sia anche una lettura piacevole per i padri che possono ritrovare nel libro quelle bellissime ed indimenticabili atmosfere della nostra gioventù negli anni ’50 e 60’ quando la vita era meravigliosa.
  • La forza di volontà di un ragazzino che da una frazione di un piccolo comune del Cilento, una delle zone più retrograde d’Italia, giunge a Roma con la propria famiglia nel pieno del boom economico degli anni ’60 e che da lì nonostante tutti i suoi complessi e le grandissime difficoltà inizia la sua grande avventurosa cavalcata”.
  • “Dovuto anche al fatto di non aver potuto coronare il mio grande sogno di diventare un calciatore professionista, mi sono preso le mie rivincite sulla società che mi circondava e che mi sottovalutava diventando un ingegnere molto apprezzato avendo lavorato in più di 40 paesi in via di sviluppo nel campo della cooperazione internazionale.
  • Data la mia grande passione per il calcio, ho accompagnato la storia della mia vita attraverso il filo conduttore dei campionati mondiali di calcio dal 1958 al 2018 ricordando gli episodi salienti, buoni o cattivi, che determinarono i risultati della nazionale italiana di calcio”.

“Il racconto non è strettamente legato alle mie vicissitudini personali ma si svolge sullo sfondo dei grandi avvenimenti che hanno caratterizzato la storia degli ultimi 70 anni. L’infanzia degli anni cinquanta con l’avvento della televisione in Italia; La mia adolescenza travagliata all’inizio degli anni ’60 nelle periferie romane così come descritte da Pasolini e durante la quale in terza media fui espulso dalla scuola; La rivoluzione giovanile del 1968 mentre io studiavo da privatista per prendere la licenza media e due anni dopo nel 1970, sempre da privatista, il diploma di geometra”.

“Poi il periodo del terrorismo degli anni ’70 durante il quale studiando e lavorando ho preso la laurea in ingegneria; Le mie missioni di lavoro degli anni ’80 nei paesi dell’Africa nera più profonda ed il lavoro in America Latina degli anni ’90; Fino ad arrivare agli anni 2000 durante i quali sono stato consulente in nome e per conto della Unione Europea in molti progetti di ingegneria”.

“Il libro racconta anche il mio amore struggente per l’Italia e l’odio viscerale per gli italiani. Quando alla fine degli anni 70 me ne sono andato dall’Italia per andare a lavorare all’estero l’ho fatto perché volevo tagliare i ponti con l’Italia. Un paese che tradisce il proprio passato ed i propri figli. Gli italiani si erano dimenticati di me ed io mi volevo vendicare dimenticandomi di loro. Dopo una vita vissuta al di fuori dell’Italia ho capito che la prima grande opera d’arte che abbiamo è l’Italia stessa”.

  •  “Un capolavoro realizzato insieme dal Creatore e dalle antiche genti italiche. Solo gli italiani contemporanei non se ne rendono conto e fanno poco o niente per preservare tutto quello che i nostri avi ci hanno lasciato. Preservare questa bellezza garantirebbe ai politici italiani il favore popolare ed al popolo italiano un benestare perenne e la riconoscenza del mondo intero.
  • È un libro che al tempo stesso rappresenta lo specchio della mia generazione che è stata unica e che a poco a poco sta scomparendo”.

“La generazione artefice della più grande rivoluzione giovanile della storia dell’umanità con tutti gli stravolgimenti politici, culturali e sociali che ne sono conseguiti che è cresciuta con la televisione e che è stata protagonista della grande rivoluzione del ’68, della globalizzazione e dell’era digitale. Ed infine anche protagonista della più grande paura, insieme collettiva e globale, che ci attanaglia al tempo del coronavirus dato che è la generazione più esposta e più colpita da quest’ultimo flagello”.

“Francamente credo di aver avuto una vita straordinaria, fuori dal comune. Il filosofo Luciano De Crescenzo diceva che la lunghezza della vita si misura dal numero dei giorni diversi tra loro che un individuo ha vissuto. Tutti gli altri giorni quelli uguali non si contano. Ed io di giorni diversi ne ho vissuti moltissimi”.

“Quale difficoltà incontra uno scrittore di narrativa, secondo lei?”

“Io non ho incontrato nessuna difficoltà. Appena ho cominciato a scrivere mi è venuto tutto di getto fino alla fine. Il libro è strutturato in 9 capitoli ognuno diviso per decadi (anni ’50, ’60 e così via) tranne il primo e l’ultimo. Il primo capitolo è dedicato alle mie origini con un nonno agricoltore che negli anni’30 vince la battaglia del grano nella provincia di Salerno e l’altro nonno emigrato a New York che fu l’unico dei suoi otto fratelli che fece ritorno in patria per farsi la sua famiglia e finire i suoi giorni al paesello d’origine. L’ultimo capitolo che ho chiamato il “Tempo della Consapevolezza” riguarda invece la vecchiaia dei giorni attuali e alcune considerazioni sull’Italia di oggi”.

“Cosa rappresenta la scrittura per Raffaele Mutalipassi?”

“Non certo una professione. Diciamo un hobby che ho intenzione di coltivare in modo più assiduo e continuativo nel futuro”.

“Come definisce il suo stile letterario?”

“Se vogliamo dare una etichetta credo si possa inquadrare nel modo romanzesco con una narrazione ad intreccio (a volte anche parodica e umoristica) ricca di colpi di scena e avventure dove il protagonista incontra una serie di pericoli dai quali esce, generalmente, migliorato spiritualmente, che lo costringono a muoversi in un’ambientazione indefinita, irta di sorprese e incontri inattesi”. 

“Quali sono i suoi punti di forza che emergono dal libro?”

“Senza dubbio uno dei punti forza è la copertina partorita da un disegno di Valeria, mia figlia, colorata e vivace con due occhi grandi come il mondo e il sole e la luna che fanno comprendere quanto nella vita la luce non possa esistere senza il buio e viceversa.

Per quanto riguarda altri punti di forza potrei segnalare una recensione che ho ricevuto con grande soddisfazione mia su Amazon da parte di una mia lettrice inaspettata americana che vive negli USA: “Il romanzo è pieno di emozioni e sentimenti. Ci mostra l’Italia del passato ma sempre dipinta dalle esperienze dell’autore. Personalmente, non solo lo raccomanderei per quelli che hanno vissuto quell’epoca ma anche alle generazioni più giovani. Il libro mi ha fatto viaggiare in tanti posti belli del mondo dove l’autore ha lavorato. Insomma, facile da leggere, molto interessante, appassionante e sincero.”

“Cosa significa ritornare al passato, secondo lei?”

“L’aforisma che ho inserito nel titolo del libro è quello di un poeta arabo che dice che “la felicità non è una meta da raggiungere, ma una casa in cui tornare; non è davanti ma dietro; tornare non andare.” Secondo me è molto profondo perché anche considerando il titolo del libro La vita ostile ho cercato di sfatare sfatare il mito della cosiddetta felicità vissuta come obiettivo da raggiungere, perché la felicità, a volte se non sempre, è il luogo dove far ritorno. Spesso è ciò che abbiamo già, ma che non vediamo forse per troppa superficialità. Un passato dove tornare, e non come di solito si crede, un futuro da raggiungere”.

“Com’è Raffaele Mutalipassi, nella vita oltre la scrittura?”

“Lo dico richiamando l’ultimo capitolo del mio libro: “Ora che sono vecchio e solo sento l’impalpabilità delle cose. Quello che resta sono solo i sentimenti, l’unica ricetta. Solo ora per la prima volta nella mia vita sento che la mia età anagrafica è alleata ed allineata alla mia anima”. 

“Cosa pensa del viaggio autobiografico di un libro?”

“Come accade spesso a chi scrive di sé stesso nulla viene nascosto della propria vita privata. Le confessioni a 360 gradi sono inevitabili passando da notizie di vita normale ad altri aneddoti a volte anche scabrosi. Per me scrivere il libro è stata come mettere ordine agli avvenimenti trascorsi e la necessità di “vuotare il sacco” sia sulle delusioni che sulle soddisfazioni. Per me è stato come un’analisi introspettiva. Alla fine ho capito che è stata una vita dalla duplice lettura: a volte mi sento un eroe altre volte un vigliacco. Questo dilemma lo devo ancora risolvere dentro di me”.

“Ha forse un nuovo progetto letterario nel cassetto?”

“Si. Mi piacerebbe scrivere un libro sulla filosofia applicata ai nostri giorni”.

 

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