Quattrocentoquarantotto anni fa la nascita di Caravaggio, genio e sregolatezza

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Caravaggio

In certi artisti il genio va di pari passo con una vita tormentata, e le ragioni possono essere molteplici. È il caso del protagonista di oggi.

Il suo nome era Michelangelo Merisi, ma ancora oggi lo conosciamo come Caravaggio. Come è logico pensare, il suo soprannome deriva dal paese dove nacque, in provincia di Bergamo, anche se poi visse prevalentemente a Milano.

Era dunque il 29 settembre del 1571. Il padre, Fermo Merisi, era un architetto al servizio dei marchesi di Caravaggio, e apparteneva alla piccola nobiltà.

Perso il padre a sei anni e la madre a tredici, il giovane Merisi fu posto sotto la tutela dello zio, fratello del padre, sacerdote. Compiuti i ventuno anni, il ragazzo emigrò a Roma.

Gli inizi non furono facili, principalmente perché manifestò presto segni di irrequietezza, oltre a collezionare diverse segnalazioni per reati piccoli e grandi (risse, aggressioni, duelli). Dopo un breve periodo di malattia, ricoverato in ospedale, decise di lasciare le botteghe dove aveva provato a formarsi e di mettersi in proprio.

Le cose iniziarono a girare quando venne ingaggiato dal cardinale Francesco Maria De Monte, colpito dal suo talento. Il religioso lo ospitò nel suo palazzo e gli commissionò un affresco: da qui, negli anni a seguire si avvicendarono i lavori richiesti da famiglie anche importanti, quali i Barberini, i Colonna (Costanza Colonna fu una delle sue maggiori protettrici) e i Borghese.

La maggior parte di questi quadri raffigurava soggetti religiosi, ma non sempre la visione di questo aspetto per il Caravaggio era condivisa da chi gli richiedeva le varie opere. Fu costretto, ad esempio, a ridipingere il quadro San Matteo e l’angelo, destinato alla cappella Cottarelli in San Luigi dei Francesi, perché giudicato “volgarmente irriverente”.

Nel 1606 iniziarono i suoi guai con la giustizia. Durante una partita alla pallacorda, per un fallo accidentale scoppiò una rissa ed egli uccise uno degli avversari, rimanendo a sua volta ferito gravemente alla testa. Condannato alla decapitazione fuggì da Roma, rifugiandosi a Napoli, poi a Malta, ma continuando sempre a produrre grandi opere. Scappò poi in Sicilia, raccogliendo varie commissioni e lasciando ovunque il segno dei suoi capolavori (fra gli altri il Seppellimento di Santa Lucia a Siracusa, o la Resurrezione di Lazzaro, oggi esposto a Messina). Esiliato per timore della condanna, e con i suoi protettori romani che si adoperavano per ottenere la grazia, venne arrestato per errore a Porto Ercole, ma rilasciato dopo due giorni. Febbricitante e con la mente ormai ottenebrata, morì il 18 luglio 1610, all’età di trentotto anni.

Le opere di Caravaggio sono innumerevoli, e in un certo senso rispecchiano il “lato oscuro” che fin dalla giovane età lo accompagnava. Basti pensare alla Conversione di San Paolo, dove si vede il Santo quasi schiacciato dagli zoccoli del suo cavallo, il tutto fra ombre e chiaroscuri e colori cupi e spenti. Ma nella sua arte c’era anche la ricerca del particolare, la perfezione delle espressioni, come in La crocifissione di San Pietro, dove si coglie anche il movimento dei muscoli nel momento dell’affissione sulla Croce. O i vari Bacchino malato o il Ragazzo morso da un ramarro, colti nei lineamenti perfetti del volto. E che dire dello Scudo con la testa di Medusa, realizzato nel 1598, con il guizzo dei serpenti dei capelli che sembrano quasi uscire dal quadro?

Una vita tormentata, dunque, ma che ha saputo ridisegnare il concetto di arte, soprattutto nei soggetti religiosi. Una vita, purtroppo, terminata troppo presto.

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