É morta il 31 ottobre a Bolzano Mariasilvia Spolato, prima donna in Italia (con una rilevanza pubblica e della quale é rimasta traccia delle sue dichiarazioni) a definirsi lesbica nel 1972 in un’epoca nella quale dichiararsi omosessuale era ancora una pratica di rivendicazione della propria identità non comune.

Ex insegnante di matematica ed autrice di saggi scolastici ed universitari sulla materia editi da Fabbri e Zanichelli, pagò  in prima persona con il licenziamento  e l’esclusione sociale, la decisione di rendere “visibile” il proprio orientamento sessuale.

Fotografata senza paure di essere riconosciuta l’8 marzo 1972 (l’anno prima era stata fondatrice del FLO, il Fronte di Liberazione Omosessuale per poi entrare nel FUORI!, il primo reale gruppo di attivisti per i diritti della comunità LGBTI in Italia)  durante una manifestazione femminista a Roma mentre indossava un “cartello sandwich” che riportava la scritta “liberazione omosessuale”, Mariasilvia Spolato divenne volto simbolo del nascente, in quel periodo, movimento per i diritti delle persone omosessuali in Italia perdendo la possibilità di fare carriera accademica dopo essere stata accusata di indegnità.

Abbandonata anche dal suo nucleo familiare di origine, Mariasilvia Spolato girò varie città in Italia diventando una senza fissa dimora nella città di Bolzano. Descritta come alla ricerca continua di libri e giornali, la Spolato trovò poi sostegno in varie strutture cittadine, fino ad essere ospitata fino alla sua morte a Villa Armonia.

La giornalista Rina Macrelli scrisse nella rivista EFFE  (rivista di controinformazione  femminile) “osò firmare il suo lesbismo con nome e cognome”.

Mariasilvia Spolato è stata però dimenticata anche dalla stessa comunità omosessuale italiana che raramente si è ricordata della sua figura e dell’estremo coraggio ad essere completamemte se stesse in un’epoca nella quale fare coming out (cioè dichiarare il proprio orientamento sessuale) non era di certo cosa semplice.

La storia di Mariasilvia Spolato è anche un simbolo dell’ancora poca visibilità in Italia della comunità di anziani e anziane LGBTI, spesso persone senza una famiglia, che a differenza di molti coetanei eterosessuali, non possono contare su figli/e e nipoti. Persone per le quali non essere visimili come bi o omosessuali era normale, dinamiche alle quali la fondatrice del FLO non scese mai a patti, dovendo così rinunciare a parte della propria identità.

Per approfondirealizzare i temi sull’invecchiamento LGBTI può essere utile seguire la pagina Rete Terza Età LGBTI.

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