“Qualunque cosa ci insegnino i vincitori, abbiamo appreso dai vinti”. Nasceva oggi Pietro Ingrao

Storico dirigente del Partito Comunista Italiano e padre della Repubblica Italiana. Primo Presidente della Camera eletto dal PCI. Era il 30 marzo 1915, nasceva Pietro Ingrao. Bertinotti: "Comunista eretico senza scisma". Amato dal popolo e sofferto dal PCI

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Pietro Ingrao nacque a Lenola (oggi provincia di Latina) il 30 marzo 1915. Da Francesco Renato, impiegato comunale, vicino ai socialisti riformisti, e da Celestina Notarianni.

Studiò al Liceo classico di Formia e cominciò ad appassionarsi di letteratura. Tra i suoi insegnanti Gioacchino Gesmundo e Pilo Albertelli. Entrambi caduti nell’eccidio delle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. Influenzarono la sua formazione e l’avvicinamento all’antifascismo.

A soli diciannove anni partecipa, con una propria poesia, ai Littoriali della cultura e dell’arte. Manifestazione che prevede gare multidisciplinari dedicate a chi vuole far carriera nel Partito Nazionale Fascista. La sua poesia, “Coro per la nascita di una città (Littoria)“, ottiene il terzo posto.

Tra il 1934 e il 1935 frequenta a Roma il Centro sperimentale di cinematografia come allievo regista.

Si iscrisse al Gruppo universitario fascista (GUF). Partecipò ai Littoriali della cultura e dell’arte di Firenze (1934), dove arrivò terzo al concorso di poesia e a quello di teatro. Ai Littoriali di Roma (1935), arrivò secondo al concorso di poesia e non classificato a quello di organizzazione politica.

Si trattò di esperienze importanti, non solo per lui ma per molti suoi coetanei.

Come Ingrao stesso, ricordò in seguito. I Littoriali costituirono un luogo di contatto con una realtà nazionale in cui “migliaia di giovani studenti, lontani e separati gli uni dagli altri da pesanti barriere provinciali, si trovarono a discutere insieme di cultura, di politica, di questioni sociali

Probabilmente se non ci fosse stata nel 1936 la guerra di Spagna, che lo richiamò bruscamente all’antifascismo e al comunismo, sarebbe diventato davvero un poeta a tempo pieno. Oppure un regista di valore.

In ogni caso, sarebbe comunque emerso.

Lasciato il Centro di cinematografia, inizia nel 1939 l’attività antifascista tra gli studenti dell’università di Roma. Tramite questi, entra in contatto con l’organizzazione clandestina del PCI.

L’incontro in questo periodo con Lucio Lombardo Radice e sua sorella Laura, che sposerà nel 1944.
Si laurea in Giurisprudenza e Lettere e Filosofia, diventando poi giornalista.

Nel 1940 entra a far parte formalmente del Partito Comunista e partecipa attivamente alla Resistenza partigiana. Opera tra Milano e la Calabria.
Il 26 luglio 1943 organizza con Elio Vittorini, a Milano, il grande comizio di Porta Venezia.

Lavora all’edizione clandestina dell’Unità di Milano. Nel 1944 entra nel comitato clandestino della federazione romana del PCI.

Nel ’47 è nominato direttore dell’Unità, incarico che ricoprirà fino al ’56. Nel ’48 entra nel Comitato Centrale del PCI e viene eletto deputato per la prima volta. Sarà rieletto per dieci legislature consecutive fin quando, nel ’92, chiederà di non essere ricandidato.

Storico capofila dell’ala di sinistra interna movimentista del PCI, chiamata appunto Ingraiana. Ala vicina ai movimenti studenteschi del tempo. Particolarmente concentrata sulle tematiche legate all’ambientalismo e femminismo.

Nel 1956 entra nella Segreteria del PCI, dove resterà per dieci anni. All‘XI Congresso del PCI, nel 1966, rivendica il “diritto al dissenso“. Nel 1968 è eletto presidente del gruppo parlamentare comunista della Camera dei Deputati. Nel ’75 è nominato presidente del CRS (Centro di Studi e Iniziative per la Riforma dello Stato).

Fu il primo comunista a presiedere la Camera dei Deputati, dal 1976 al 1979, in un periodo di grandi tensioni sociali. La sua Presidenza lasciò il segno sia nei lavori di Montecitorio, sia nella richiesta di un miglioramento della legislazione ordinaria.

Nel 1988, al XIX Congresso del PCI, chiede di non essere rieletto nella Direzione nazionale. Vi rientrerà due anni dopo.
Nel 1989 si oppone alla svolta di Achille Occhetto che trasformerà il PCI in PDS. Ma è contrario ad ogni ipotesi di scissione.

Nel 1991 aderisce al PDS come leader dell’area dei Comunisti Democratici. Nel ’93, in polemica con il PDS abbandona il partito.
Nel 1998 fonda con Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Valentino Parlato, Fausto Bertinotti e Lucio Magri La rivista del Manifesto.

Dopo le elezioni europee del 2004 aderisce al Partito della Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti.

Poi alle elezioni regionali nel Lazio del 2010 e alle politiche del 2013 dichiara di avere votato per Sinistra ecologia e Libertà di Nichi Vendola.

Ingrao muore a Roma il 27 settembre 2015. Sei mesi dopo aver compiuto 100 anni. È sepolto presso il cimitero comunale di Lenola.

L’influenza del pensiero di Giuseppe Bottai

Ingrao, da giovane, nonostante le tradizioni antifasciste della sua famiglia, aderì con entusiasmo al Fascismo. L’incontro con l’antifascismo arriva dopo un passato liceale durante il quale partecipa persino ai Littoriali.  Le manifestazioni sportive e culturali riservate agli universitari fascisti.

Secondo lo storico Aldo Giannuli, Ingrao subì l’influenza di Giacomo Bottai. Leggiamo sul suo blog.

Ingrao fu influenzato dalla figura e dal pensiero di Giuseppe Bottai, il maggior intellettuale del regime ed, insieme, il gerarca più attivo nel promuovere la formazione delle giovani generazioni. Dalle sue riviste presero le mosse alcuni dei nomi migliori dell’intellettualità post fascista ed antifascista. .

Ad avvicinare queste due figure opposte del Novecento italiano, non fu solo la propensione all’eresia e la profonda compenetrazione fra politica e cultura. Ma anche il gusto del dubbio sistematico, la propensione all’astrattezza, una certa sofisticatezza intellettuale, l’eterna insoddisfazione per la propria ricerca“.

Bottai credette sino all’ultimo nell’uomo Mussolini, dal quale si distaccò tardi. Ingrao ha avuto sempre fede nel Partito, contro il quale lui non cercò mai di aver ragione“.

Pietro Ingrao, grande padre della sinistra, ha attraversato il ‘900. Lo ha fatto con il suo temperamento sanguigno, la sua voce da leader. Con la sensazione amara del fallimento di un progetto e la consapevolezza degli errori, da quell’editoriale filosovietico sui fatti d’Ungheria all’espulsione dei suoi amici più cari, gli ingraiani del manifesto.

In “Volevo la luna“, la sua autobiografia, scrive: “Noi siamo stati sconfitti, ma abbiamo vissuto un’esperienza straordinaria. Oggi, a volte, l’orizzonte della politica mi sembra diventato più piccolo e angusto“.

I 100 anni di Pietro Ingrao

30 marzo 1915-30 marzo 2015 Ingrao ha vissuto un intero secolo. Intensamente a sinistra, tra politica e famiglia.

I suoi 100 anni sono densi, contengono la storia di questo Paese, dal fascismo alla Resistenza, da Budapest a Praga. E poi, l’assassinio di Moro, la fine del compromesso storico, la sconfitta del comunismo, l’eclissi del Pci.

Una vita trascorsa tra la politica e la famiglia, avviandosi al tramonto dei suoi giorni.

Gli anni della vecchiaia sono quelli più intimi. Trascorsi tra poesia e musica. Nella sua casa di Roma, pochi gli amici ammessi.

Fausto Bertinotti, uno dei più costanti frequentatori di casa Ingrao, lo definisce così: “è stato un eretico senza scisma. L’eresia, per Pietro, doveva fertilizzare il campo di appartenenza, e anche il conflitto veniva messo a disposizione di questo obiettivo“.

Il mito di Pietro  –  dice Bertinotti  –  vive in primo luogo nella famiglia.

Il comunista ruvido e raffinato, figlio di proprietari terrieri del Basso Lazio, si innamora di Laura Lombardo Radice. Compagna nella lotta antifascista, madre dei suoi cinque figli Celeste, Bruna, Chiara, Renata e Guido.

Ingrao rimase vedovo nel 2003. “Provai un dolore assai aspro quando quella sua luminosità umana mi abbandonò” , disse.

Walter Veltroni lo ha intervistato per il suo film su Berlinguer, una delle ultime conversazioni pubbliche, alla fine del 2013. “Nelle sue risposte c’erano continui riferimenti agli spazi: case, città, quartieri, quasi più ricordi dei luoghi che delle persone“.

Durante l’intervista  –  dice Veltroni  –  alle mie domande lui mi rispondeva con altre domande. Voleva sapere della mia vita, della famiglia, del lavoro. Il suo istinto naturale: interrogarsi, coltivare la bellezza del dubbio, la ricerca del senso come un viaggio. C’erano grandi silenzi in cui improvvisamente Ingrao era lontano. Io attendevo, rispettando quei momenti “.

Ingrao ha sempre riconosciuto la fatica del parlare

Tu sali sul palco, hai dinnanzi, come ce le ho avute, piazze piene di gente. È un po’ una sceneggiata, un atto teatrale: i saluti, la presentazione, gli evviva, le bandiere. Tutto questo, però, è come l’involucro”

“Poi comincia una cosa molto più difficile e profonda: tu che stai là sopra riuscirai a comunicare veramente? Lo scopri solo se c’è un momento, del comizio, del tuo discorso, in cui senti che ti puoi fermare, senza nemmeno finire la frase”.

Ti fermi e ti accorgi che la piazza non si muove perché aspetta il seguito della tua frase. Se in quel momento ti accorgi che ti puoi fermare, bere un bicchiere d’acqua, soffiarti il naso o non fare nulla, e la piazza sta ferma a sentire, allora vuol dire che si è creato un filo, una comunicazione, un legame, tanto forte quanto impalpabile, tra te e le persone“.

L’interesse per il cinema

Oltre alla letteratura e alla poesia, un altro grande interesse di Ingrao divenne il cinema.

Con Gianni Puccini e Giuseppe De Santis, nel 1935 si iscrisse al Centro sperimentale di cinematografia. Collaborò, come altri giovani antifascisti, alla rivista Cinema, diretta da Vittorio Mussolini.

Nel 1940 conobbe il regista Luchino Visconti, con il quale ebbe inizio una significativa collaborazione per la stesura di sceneggiature. Sceneggiature che tuttavia non si realizzarono.

Si realizzò invece il film Ossessione (1943), tratto dal romanzo dell’americano James Cain Il postino suona sempre due volte. Fu il primo film del neorealismo cinematografico italiano.

La sceneggiatura era firmata da Alicata, De Santis, Antonio Pietrangeli, Puccini, Visconti. La firma di Ingrao, che pure vi aveva partecipato, non apparve per motivi cospirativi.

La produzione letteraria di Ingrao

La produzione letteraria di Pietro Ingrao comprende poesie e saggi politici.

Tra le sua opere più importanti c’è “Appuntamenti di fine secolo“. Altri titoli sono “L’alta febbre del fare“, “Masse e potere” (1977), “Crisi e terza via. Intervista di Romano Ledda” (1978), “Parlamento, regioni, Mezzogiorno” (1982), “Il dubbio dei vincitori” (1986).

E ancora. “Interventi sul campo” (1990), “Variazioni serali” (2000), “Conversazione su «Il dubbio dei vincitori»” (2002), “Non ci sto! Appunti per un mondo migliore” (2003)

Ed infine. “La guerra sospesa. I nuovi connubi tra politica e armi” (2003), “Una lettera di Pietro Ingrao. Con una risposta di Goffredo Bettini” (2005), “Volevo la luna” (2006), “La pratica del dubbio. Dialogo con Claudio Carnieri” (2007).

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