Proteste pro Palestina: il mondo arabo denuncia la diaspora

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Le proteste pro Palestina e anti Israele dilagano in tutto il mondo. Arabo e non. Da Cipro a Detroit (USA), dal Pakistan alla Cisgiordania occupata. Come alla Siria, al Libano. Fino all’Iran. Seppur per motivi diversi, le dimensioni e la portata delle recenti contestazioni è qualcosa a cui non si era mai assistito prima. La lotta per Al-Aqsa, per Gerusalemme, è diventata la lotta per la liberazione. Per di più, la liberazione di tutti i palestinesi dall’oppressione israeliana.

Dilagano le proteste pro Palestina?

I media mainstream tendono a considerare il milione e mezzo di palestinesi che vivono in Israele e quelli che abitano nei territori occupati come due entità separate. In realtà, questa divisione esiste solo per il pensiero occidentale. E le recenti manifestazioni lo dimostrano. A partire dal 9 maggio, migliaia di palestinesi di Israele, spesso indicati come “arabi israeliani” sono scesi nelle piazze. Dopo i tentativi di sfratto nel quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est, e le incursioni delle forze di occupazione nella moschea di al-Aqsa, dove i fedeli erano raccolti in preghiera, i manifestanti hanno espresso sostegno ai loro connazionali. Nella Città Santa come a Gaza. Ora, le sollevazioni interessano non solo città miste arabo-ebraiche. Come Haifa, Jaffa e Lod, chiamata Lydda dai palestinesi. Ma anche comunità a prevalenza palestinese. Tra cui Nazareth e Umm al-Fahm.

Un po’ di storia

Storicamente, i cittadini palestinesi di Israele si sono sempre identificati con i loro connazionali dei territori occupati. Anche se mai su questa scala prima d’ora. Ciò nonostante le autorità sioniste avessero cercato di “fidelizzare” la minoranza di palestinesi che rimase nel Paese dopo la proclamazione di Israele, nel 1948. Il tutto come parte di uno sforzo più ampio per isolarli dalla stragrande maggioranza dei palestinesi che erano fuggiti o espulsi dallo Stato di recente costituzione. Ad ogni modo, questi “arabi israeliani” rimasero sotto il governo militare fino al 1966, senza possibilità di contattare i familiari che vivevano nei campi profughi. Molti di loro acquisirono la cittadinanza israeliana nel 1952. Sebbene abbiano dovuto affrontare una serie di leggi discriminatorie.


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Proteste pro Palestina: le discriminazioni

Le discriminazioni esistono ancora oggi. Specialmente sotto il profilo economico. Per di più, i cittadini palestinesi sono soggetti a prassi di polizia “stop and perquis”. Mentre le organizzazioni per i diritti lamentano una politica di apartheid da parte di Israele. Il quale è accusato, ad esempio, di cambiare la demografia nei territori palestinesi occupati inviando “coloni”. Ancora oggi, nonostante sia vietato per legge, le comunità ebraiche istituiscono comitati di ammissione che limitano di fatto il numero di cittadini palestinesi nelle città a prevalenza ebraica. Nel 2020, sono state più di 9 mila le nuove unità ebraiche, avanzate o approvate negli insediamenti della Cisgiordania. Il tutto offre un quadro di Israele come potenza coloniale.

La concausa

Proprio l’ennesimo tentativo di sfratto è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Nonostante il tribunale del distretto di Gerusalemme avesse sospeso la decisione, l’allontanamento di alcune famiglie palestinesi di Sheikh Jarrah aveva contribuito a far esplodere un clima già teso. Poi, l’irruzione delle forze di occupazione nella Moschea più sacra per l’Islam, sul Monte del Tempio, aveva fatto il resto. In poche ore, le manifestazioni erano dilagate dalle vie di Gerusalemme Est all’intera città. Nel frattempo, cortei opposti di ebrei estremisti si erano radunati alle Porte principali, gridando “Morte agli arabi”. Mentre i fedeli musulmani dei territori limitrofi facevano pressioni sul confine israeliano, alle volte forzando i posti di blocco della polizia.


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Si estendono le proteste pro Palestina

Ben presto, la rivolta si è trasformata in qualcosa di più grande. Anche a causa dell’intervento del gruppo terroristico di Hamas, che dalla Striscia di Gaza ha cominciato a lanciare i suoi missili. Cosa sarebbe successo se ciò non fosse avvenuto, non lo sapremo mai. Di certo, questi eventi hanno instillato un senso di unità e appartenenza nel popolo palestinese che non si vedeva da anni. Ora, i palestinesi hanno alzato la testa e vogliono essere ascoltati. Soprattutto, le proteste pro Palestina suggeriscono il fallimento dei tentativi del governo israeliano di isolare i cittadini palestinesi di Israele dai palestinesi nei territori occupati. E qualsiasi repressione nei confronti dei manifestanti non farebbe altro che alienare ancor di più i cittadini palestinesi dallo Stato di Israele.

Un nemico su più fronti

Lo Stato ebraico sta affrontando un solo nemico ma su più fronti. Specialmente interno. In questi giorni, al mondo occidentale sono pervenute scene inquietanti. Alcune mostrano le forze di occupazione che irrompono nei luoghi sacri dei musulmani. O, all’opposto, blindano la Città Santa per impedirne l’accesso. Ancora, agenti che sedano in modo violento proteste pacifiche degenerate in disordini. Oppure, forze di sicurezza israeliane dispiegate nei quartieri palestinesi del Paese e vigilantes ebrei armati che attaccano i palestinesi nelle città miste. Fino alle lotte etniche. A Tel Aviv, due uomini ebrei hanno aggredito un giornalista che assisteva un raduno di ultra nazionalisti. Nella città israeliana di Lod un cittadino ebreo è stato ferito da un uomo arabo. A Giaffa, un soldato israeliano è stato attaccato da un gruppo di arabi. Poi ricoverato in gravi condizioni.


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Proteste pro Palestina: razzismo

Negli anni 80, la violenta ideologia anti araba del rabbino Meir Kahane era considerata talmente ripugnante che Israele lo bandì dal parlamento, mentre gli Stati Uniti definirono la sua fazione come gruppo terroristico. Nelle scorse settimane, centinaia di suoi discepoli marciavano per le strade di Gerusalemme, cantando “Morte agli arabi”. Aggredendo chiunque incontrassero. Eppure, non è un sentimento condiviso da tutti gli israeliani. Al contrario, la maggior parte della popolazione ebraica ha condannato la violenza, definendo l’estremismo di destra come un’aberrazione o una reazione alla violenza palestinese. Ma per i cittadini arabi, che costituiscono il 20% della popolazione israeliana, gli eredi di Kahane sono una conseguenza naturale di un sistema discriminatorio legalizzato. Un regime di apartheid che dura dal 1948.

Senso di appartenenza

Il popolo palestinese è tutt’altro che frammentato, anzi. Vive una rinnovata coesione sociale. Poco più di 9 milioni di ebrei stanno combattendo contro 12 milioni di palestinesi. Questo e il numero stimato dal Centro Studi Palestinese per le statistiche. Soprattutto, la mobilitazione si è trasformata in una lotta congiunta. Quello che i palestinesi vogliono è la liberazione dall’oppressione israeliana. Non solo dalla destra che li ha demonizzati come una “quinta colonna”. Come a dire: se non ora mai più. Pertanto, una nuova generazione di arabi è scesa nelle piazze per rivendicare la propria identità. Ad Haifa, a Giaffa, a Ramle, a Tamra. Oltre che in quelle stesse città stravolte nei nove giorni di guerra tra Israele e Hamas.


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Proteste pro Palestina: chi ne beneficia?

Le proteste pro Palestina a Gerusalemme Est e in Cisgiordania sono sfociate in battaglia. Questo anche grazie all’intromissione del gruppo terroristico di Hamas, al potere dal 2007. Fin dall’inizio, uno degli obiettivi dei capi fondamentalisti dell’enclave era quello di aprire un altro fronte: spingere la Cisgiordania a sollevarsi. Tra i primi a evocare la Terza Intifada, la sollevazione araba contro Israele, è stato Khaled Meshal. Uno dei capi militari di Hamas. Da allora, Gaza ha lanciato 3.750 razzi contro lo Stato ebraico. Di questi, 550 erano difettosi e sono caduti nel territorio della Striscia. Nel frattempo, si è aggiunta un’insolita attività di droni con tecnologia iraniana diretti sul confine con Israele. Uno di questi abbattuto ieri dal sistema di difesa antimissile Iron Dome. Mentre nella notte tra il 18 e il 19 maggio, l’aviazione israeliana ha sganciato 122 bombe sull’enclave costiera.

Una soluzione?

Eppure, l’epilogo della vicenda sembra lontano. Nell’immobilismo della comunità internazionale, anche le monarchie petrolifere del Golfo sprecano gli appelli a un cessate-il-fuoco e a una risoluzione che tarda ad arrivare. Intanto, il presidente Abdel Fattah Al Sisi ha promesso 500 milioni di dollari per ricostruire Gaza. Del resto, le autorità egiziane sono interessate a riappropriarsi della loro influenza nel corridoio strategico che corre tra Egitto, Israele e Mar Mediterraneo. Allo stesso modo, gli Stati Uniti hanno interesse a sostenere Israele, il loro alleato chiave in Medio Oriente. Come dimostrano le scelte fatte in passato. Ci sarà mai pace in Terra Santa?


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