Project Include: l’importanza di un linguaggio inclusivo

Project Include ha deciso di utilizzare un linguaggio più inclusivo. Perché?

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Project Include

Quando si pensa alla lingua, molti pensano che sia qualcosa di fisso. Sbagliato. La lingua evolve e cambia di continuo. La lingua si arricchisce, per esempio, di nuovi prestiti o calchi. Al vocabolario si aggiungono neologismi. La lingua si adatta alla società. Mutando con essa. Tra qualche anno, molti termini usati oggi saranno, dunque, considerati superati. Negli ultimi anni, poi, si è parlato di un linguaggio più inclusivo. Ed è proprio il problema che si è posta Ellen K. Pao, cofondatrice di Project Include.

Project Include: perché è stato utilizzato un linguaggio più inclusivo?

Innanzitutto, va messo in chiaro un punto. Project Include è un progetto che si occupa di inclusività. Sul sito vengono, dunque, caricati dati o ricerche basate su questa tema. Molto sentito ultimamente. Sia in Italia, sia nel resto del mondo. Non sorprende, quindi, la scelta di termini più inclusivi. Dopo la pubblicazione di una ricerca circa i problemi dovuti allo smart working, un membro del team, Ellen K. Pao, ha parlato della scelta di un linguaggio più inclusivo. Di come il team abbia scelto quel termine invece di un altro. Di come, soprattutto, il team si sia rivolto a chi fa parte di alcune minoranze. “Spesso alcuni termini considerati inclusivi per alcune persone non lo sono per altre“. Ha spiegato sul suo sito internet Ellen K. Pao. “Molte identità non hanno un termine inclusivo“.


Ecco come il linguaggio neutro rispetto al genere si sta sviluppando


I termini scelti

La scelta di determinati termini è stata ponderata con una certa attenzione. Pao cita l’esempio del termine “Latinx“. Parola che designa i latinoamericani. La scelta è ricaduta su “Latinx“, perché sentito come più inclusivo. Infatti, nello spagnolo si utilizza o la x o la e per indicare il neutro. Lo stesso discorso è valso, per esempio, per la comunità LGBTQ+. Pao spiega, infatti, l’utilizzo del termine “Non binary” per indicare tutte le persone che non si riconoscono nel binarismo di genere. Non binary è, però, un termine ombrello. Ossia, esso racchiude in sé altre identità di genere. Come, per esempio, bigender o agender. Allo stesso modo si è utilizzato il termine “Queer” per indicare tutti gli orientamenti sessuali al di fuori dell’eterosessualità. Nella ricerca, inoltre, si utilizzano “Donna” e “Uomo“. Ritenuti più inclusivi, poiché fanno riferimento all’identità di genere.

Perché è importante puntare su un linguaggio inclusivo?

La questione di Project Include si inserisce in una problematica più ampia. La lingua è davvero così inclusiva? Apparentemente no. Come già accennato, ciò si è reso più evidente negli ultimi anni. Basti pensare alla ricerca di un genere neutro. Adatto a tutti coloro che non rientrano nel binarismo di genere. Un linguaggio inclusivo non riguarda, però, solo questo aspetto. In genere, si toccano temi legati all’abilismo, al razzismo e alla misoginia. Ci vuole tempo, questo è certo. Al momento si propongono soluzioni momentanee. Sono battaglie che si possono portare avanti insieme ad altre. D’altronde, l’essere umano non è diviso a scomparti. Si può pensare a più problemi insieme. Cercando per tutti una soluzione. Un linguaggio inclusivo è necessario. Per il benessere di molti. Per fare in modo che nessuno sia dimenticato o messo da parte.

La lingua non è fissa

Come già accennato, la lingua muta e si adegua alla società. Molte sono le ricerche fatte al riguardo. Altrettanti sono i rami della linguistica che se ne occupano. Quando si prova a cercare una soluzione, non si sta cercando di rovinare una lingua o la sua grammatica. Alcune volte si utilizzano termini ancora più forti. Per esempio, in italiano si è proposto l’utilizzo della schwa o dell’asterisco per il genere neutro. Questo significa che verranno approvate? No. Anche perché entrambe hanno i loro limiti. Per esempio, l’asterisco crea problemi per le persone con disabilità visiva. Mentre la schwa può essere problematica per le persone dislessiche. Se si cerca un linguaggio inclusivo, ovviamente non si può lasciare qualcuno da parte. O non si parlerebbe di inclusività. Le due soluzioni italiane sono, però, un inizio. O, se si vuole, un primo tentativo. Un tentativo per capire dove andare. Per capire come proseguire.

Project Include e l’ascolto

Cosa rimane da fare, dunque? Ascoltare le minoranze. O, ancora meglio, chi non si sente incluso nel linguaggio contemporaneo. Vuoi per termini abilisti. Vuoi anche per quelli razzisti. Oppure sessisti e omofobi. Proprio come ha fatto il team di Project include. Nessuno dice che questo cambiamento debba accadere dall’oggi al domani. Ci vorrà tempo. C’è da lavorarci sopra. Ascoltare e informarsi sono già una base da cui partire. Un possibile pregiudizio, invece, non porta a nulla. Si può rimandare di qualche anno, ma non è detto che si smetterà di parlare di un linguaggio più inclusivo. Nel prossimo futuro, qualcuno potrebbe offrire soluzioni diverse. È possibile che termini utilizzati oggi saranno considerati altrettanto offensivi. Non si può predire il futuro. Soprattutto un linguaggio più inclusivo non significa discriminare gli etero o le persone cisgender.

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