Problemi cognitivi dopo il Covid: gli scienziati indagano

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Non è un segreto che l’infezione da Covid 19 possa causare effetti negativi anche a lungo termine. Forse però gli scienziati stanno scoprendo come affrontare i problemi cognitivi dovuti alla malattia.

Quali problemi cognitivi può causare il Covid?

Il caso in esame è quello di una responsabile delle comunicazioni, che ha contratto il Covid all’inizio del 2021. Dopo 4 settimane di malattia vera e propria, ritornata infine al lavoro si rese conto di sentirsi sempre stanca, e con sintomi che caratterizzano la cosiddetta “nebbia cerebrale”: ne abbiamo parlato anche noi, tempo fa. Ma per quanto tempo può protrarsi questa condizione?


Nebbia cerebrale da cosa è causata e come superarla


Lo studio sui problemi cognitivi

La ricerca è uscita sulla rivista Cell, ed è guidata dalle ricercatrici Michelle Monje (Università di Stanford) e Akiko Iwasaki (Università di Yale). Gli esperimenti sono stati condotti su topi da laboratorio, e hanno rilevato che il Covid ha interrotto la normale attività di diversi gruppi di cellule cerebrali, lasciando segni di infiammazione. Questi risultati potrebbero allo stesso tempo spiegare i problemi cognitivi insorti dopo l’infezione e aiutare a trovare terapie efficaci per contrastarli.

Segnali di deterioramento cognitivo

La dottoressa Monje è una neuro-oncologa, e da 20 anni cerca di comprendere le neurobiologia dietro i sintomi indotti dalla chemioterapia: il nome utilizzato in questo caso è “nebbia chemio”. All’arrivo del Covid, ha pensato subito che potesse causare qualcosa di simile. “Quando hanno iniziato a venir fuori segnali di deterioramento cognitivo, è stato chiaro che si trattava di qualcosa di molto simile. Gli stessi sintomi di ridotta attenzione, memoria, velocità di elaborazione delle informazioni, funzione non esecutiva: clinicamente sembra proprio la nebbia-chemio che stavamo studiando” ha spiegato.

Una collaborazione fruttuosa

Nel settembre del 2020 quindi la dottoressa Monje ha contattato la dottoressa Iwasaki, immunologa. Precedentemente lei e il suo team avevano già stabilito un modello murino di Covid, grazie alla loro autorizzazione al livello di biosicurezza 3 per lavorare con il virus. Utilizzando un vettore virale, il team ha quindi introdotto il recettore umano ACE2 nelle cellule dei topi: a seguito ha introdotto il virus, facendo attenzione che rimanesse limitato al sistema respiratorio. L’infezione si è risolta in una settimana, senza perdite di peso.

Uno studio tramite GoPro

Naturalmente, in tempo di restrizioni la collaborazione tra le due ricercatrici ha dovuto essere effettuata a distanza. Buona parte del lavoro si è quindi svolta nel laboratorio della dottoressa Iwasaki a Yale, mentre i campioni venivano trasportati nottetempo a Stanford per le analisi. In certi momenti le operazioni venivano filmate con una GoPro, per essere sicuri di vedere tutti la stessa cosa.

Primi risultati

Dopo l’avvenuta infezione, gli scienziati hanno valutato i livelli di citochine nel sangue e nel liquido cerebrospinale dopo 7 giorni e 7 settimane. Alcune citochine si sono rivelate elevate in entrambi i periodi di tempo, e per di più c’è stato un aumento della reattività della microglia nella sostanza bianca sottocorticale del cervello. Un altro segno, insomma, di potenziali problemi.

Le microglia sensibili agli stimoli

Precisiamo cosa sono le microglia. Si tratta di cellule immunitarie con il compito di “pulire” il cervello, la loro funzione più importante. “C’è una sottopopolazione unica di microglia nella sostanza bianca chiamata microglia del tratto assonale. Questi hanno una firma genetica specifica, e sono squisitamente sensibili ad un’ampia gamma di stimoli” ha spiegato la dottoressa Monje. A seguito di questi stimoli, la microglia può diventare perennemente reattiva: una delle conseguenze è la distruzione di neuroni necessari o di altre cellule cerebrali, interrompendo l’omeostasi del cervello.

Gli stessi effetti della chemioterapia

Parlando sempre del Covid, gli scienziati hanno scoperto che tale reattività persiste anche dopo 7 settimane dall’infezione. Una reazione similare era già stata osservata dalla dottoressa Monje in pazienti in cura con la chemioterapia: nell’ippocampo, area del cervello legata alla memoria, l’eccessiva funzione della microglia può impedire la creazione di nuovi neuroni.

Il contributo del fattore CCL11

Alla ricerca di una spiegazione sulla reattività della microglia, i ricercatori hanno posto l’attenzione sulle citochine con livelli elevati. Il dottor Anthony Fernandez Castaneda, co-autore dello studio, ha così scoperto CCL11: un fattore capace di diminuire la generazione di nuovi neuroni e di compromettere così l’apprendimento e la memoria. “Il risultato elevato di CCL11 è stato molto interessante, perché potrebbe potenzialmente spiegare perché alcuni sopravvissuti al Covid sperimentino difficoltà cognitive” ha dichiarato.

Ulteriori sviluppi

A questo punto il team è passato ad una seconda fase dell’esperimento. Ad un gruppo separato di topi è stato somministrato il CCL11, esaminando successivamente i tessuti del cervello per capire dove la microglia era stata reattiva. La zona interessata si è rivelata essere l’ippocampo, agendo su cellule specifiche legate alla memoria.

Dati interessanti

La neurologa cognitiva Joanna Hellmuth, non affiliata allo studio, ha osservato che i dati sono “molto interessanti”. Aggiunge però che sono necessari altri studi, allo scopo di comprendere come tali risultati possano convertirsi in trattamenti per pazienti umani. Anche per questo è fondamentale capire le cause biologiche della cosiddetta nebbia cerebrale. “Un termine colloquiale”, precisa “che delegittima le persone con un disturbo neurologico”. Anche Wes Ely, specialista in pneumologia e terapia intensiva presso il Vanderbilt University Medical Center non affiliato allo studio, pensa che tutto questo possa portare a futuri sviluppi terapeutici. “Questo lavoro apre la strada a meccanismi riabilitativi farmacologici, neuropsicologici e cognitivi per ricostruire la potenza del cervello” afferma.