Ha preso il via ieri presso il Palazzo dei Trecento di Treviso il “Sole Luna Doc Film Festival”. Ad inaugurare il concorso è stato Prison Sisters, già vincitore dell’edizione palermitana del festival.

Il documentario del regista svedese-iraniano Nima Sarvestani non ha deluso le aspettative, confermando la sua capacità di trattare la tematica dei diritti umani seguendo passo dopo passo uomini e donne che, privati di questi, combattono per la loro affermazione.

ll film-documentario in concorso è il prosieguo di un altro film di Nima Sarvestani, No Burqas behinds bar, che tratta la vita di due donne in prigione in Afghanistan. Con Prison Sisters, invece, viene raccontato cosa accade a due di queste donne una volta uscite dal carcere, una vita che è più difficile e rischiosa rispetto al periodo di detenzione.

Sara, infatti, una delle due donne che ha dovuto scontare tre anni di prigionia per essere fuggita all’età di 17 anni con il suo fidanzato, che non era quello scelto dalla sua famiglia, uscita dal carcere deve affrontare il disprezzo del suo paese che la rifiuta essendosi macchiata di un crimine morale, un’onta così grave da farle temere di essere uccisa dalla sua stessa famiglia per cancellare il disonore.

Grazie all’intervento dello stesso regista riuscirà a scappare e sarà dallo stesso accolta a Stoccolma e l’aiuterà a fare richiesta del permesso di soggiorno.

Da questo momento in poi inizia la parte più interessante del documentario e cioè il percorso, la crescita di Sara in quello che per lei è il “nuovo mondo”. Per lei comincia la sua emancipazione: toglie il velo, frequenta un corso per imparare lo svedese, siede accanto a uomini e torna a casa da sola anche di pomeriggio. Tutti piccoli gesti che per noi non sono neanche degni di nota e che, invece, sconvolgono la sua vita e il suo rapporto con il marito che aveva sposato dopo essere uscita di prigione. Lui, Navid, è un uomo innamorato di Sara, che aveva sposato nonostante il suo crimine sfidando il suo paese, ma i valori ed i principi della sua cultura religiosa sono così forti in lui da farlo soffrire dell’emancipazione di Sara e da non riuscire a supportarla durante la sua solitudine in Svezia.

Questo mancato sostegno pongono Sara davanti ad un bivio morale: le ama quello che sta costruendo e riesce ad immaginare una nuova vita nel “nuovo mondo”, ma si sente in colpa per la sofferenza di Navid, che per averla sposata è emarginato dal paese. I

l legame con l’Afghanistan è così forte da non farle spiccare il volo. Un altro pensiero, inoltre, la tiene legata al suo mondo: Najibeh, sua sorella di prigione. Sara vuole sapere cosa le è successo dopo la scarcerazione e le giunge la notizia che è morta lapidata.

Sarà lo stesso Nima Sarvestani a recarsi a Kabul per scoprire la verità sulla sorte di Najibeh. Le sue ricerche sono caratterizzate da percorsi tortuosi perché una donna uscita di prigione non merita neanche un impegno degli uffici competenti nel rintracciarla.

Video trailer 


Il regista non desiste e riesce a trovare Najibeh che per scappare dalla sua famiglia ha trovato come unica salvezza una casa di tolleranza. Nima Sarvestani offre aiuto anche a lei, la porta via da una vita di prostituzione trovandole una casa sicura dove stare, mai le dopo una settimana fugge facendo perdere di nuovo le sue tracce.

Il finale di Najibeh, pur in un altro mondo, non è diverso da quello di Sara in Svezia, che riesce ad ottenere il permesso di soggiorno e a farsi raggiungere da Navid. A Stoccolma, però, più che il marito giunge l’Afghanistan, la sua cultura e visione della donna. Sara smette di andare a scuola, rimette il velo, non frequenta più gli amici e vive chiusa in casa: doppiamente emarginata stando ora in un paese che non comprende e condivide questo aspetto della sua cultura.

Entrambe le ragazze, quindi, nonostante fosse stata tesa loro una mano di aiuto, di salvezza non riescono a staccarsi dalle loro cultura, dalle loro radici e come dice la stessa Sara all’inizio del documentario, anticipando in qualche modo il finale, sono come le onde del mare che, pur non volendo, tornano sempre indietro da dove sono venute.

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