Le prime elezioni al tempo del contagio: la democrazia mutilata

Le prime elezioni al tempo del contagio sono passate. Con la vittoria del SI, si è ridotto il numero dei parlamentari e si è mutilata la democrazia.

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Prime elezioni al tempo del contagio

Le prime elezioni al tempo del contagio sono passate. L’esito è chiarissimo. Gli italiani sono contenti e soddisfatti. La volontà e il consenso popolare hanno legittimato e ritenuta la conditio necessaria e sufficiente, al superamento delle sovrastrutture normative costituite dalla Costituzione e dalle leggi.

E’ successo al tempo del Coronavirus, che poco più del 50 per cento degli aventi diritto con il referendum confermativo, sette italiani su dieci, ratificano la legge che riduce di un terzo i parlamentari. Sembra un gran risultato, ma forse non lo è. Del resto è curioso che l’intero arco politico era schierato per il sì. Curioso e sospetto. Fanno l’opposizione a se stessi? Molto probabilmente è il più classico degli inganni demagogici.

E’ vero, la politica ha fallito o sta fallendo su quasi tutte le questioni che oggi si stanno sottoponendo al voto dei cittadini. Ma questo modo di ricorrere al popolo per risolvere le contraddizioni, e recidere il nodo gordiano dell’indecisione e dell’indecidibile semplificando le questioni complesse, è una toppa peggiore del buco. Anche perché i referendum sono poi diretti e gestiti da quegli stessi politici che non sono stati capaci di costruire i processi decisionali. E votati da quegli stessi elettori che si rivelano sempre meno capaci di selezionare le loro classi dirigenti.

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Nel nome dell’antipolitica nelle prime elezioni al tempo del contagio

La presente analisi si limita a fotografare un sentiment popolare. Tralasciando dunque, l’analisi politica, partitica o di schieramento. Votando per il SI si è ridotto il numero dei parlamentari, in favore di un maggior risparmio. Un risparmio che si sarebbe del resto conseguito, riducendo gli emolumenti e le enormi spese generali dei parlamentari.

Risparmiare sulla democrazia, nella quale tutti spergiurano di credere senza se e senza ma, non è molto sensato. Si sente sempre più spesso parlare di “poteri forti“, di “centri di potere”, di persone che, “altre” rispetto a noi, sono in grado di controllare il mondo nel quale viviamo. Pochi però hanno obiettato che a minore rappresentanza, corrisponde maggior potere di lobby e poteri non eletti. 

D’altronde, non penso affatto che l’abuso di democrazia diretta sia ciò che determina la crisi dell’inclusività e della legittimazione, se non in modo del tutto marginale. E’ anzi più vero il contrario. Credo che sia stato l’impoverimento materiale e culturale della società a determinare la crisi di quei valori, alimentando il populismo che ha permeato la politica negli ultimi venti anni. Creando i mostri che si aggirano per l’occidente.

Depoliticizzazione e post-democrazia

Oggi la società e la politica non sono più capaci di costruire e mantenere la mediazione degli interessi, perché si è saldato un rapporto perverso fra la classe politica peggiore, e la società più povera. Stanca e usurata dell’ultimo secolo. Peraltro in un contesto di banalizzazione della politica, in cui difficilmente alla composizione dei conflitti sociali, corrispondono decisioni reali. Contesti in cui fagocitano e si preparano le radicalizzazioni e gli scontri di domani.

Il nostro contesto nazionale, è ormai noto, rappresenta un’arena dove si scontrano e si sono scontrati diversi populismi e fasi anti-politica nel tempo, con diversi toni e stili. Si è passati da una società dominata dai partiti e da organizzazioni politiche, ad una nuova mentalità antipolitica. La ricerca di nuove forme di legittimazione.

Prime elezioni al tempo del contagio: democrazia mutilata o una nuova democrazia?

In questa fase in cui i cittadini, si sentono distanti dalle istituzioni si viene a creare appunto una forte polarizzazione tra politica e società. La sua azione però, non sempre è quella di ripristino della sovranità popolare. C’è il rischio di una deriva autocratica. Perché l’esaltazione del popolo e della democrazia diretta, potrebbe invece tradursi in una forma di potere centralizzate ed in balia del leader.

Ciò porterebbe all’esclusione di molte parti politiche. A un indebolimento dello stato di diritto. Tutto retoricamente fatto in nome del popolo. Ma mettendo a rischio, in realtà, i presupposti democratici. In democrazia nessuna carica è superiore alle leggi e il potere è mediato e bilanciato dalle istituzioni. Di queste idee ne sono i leader politici, che si professano “vicini alla gente”, e il cui obiettivo dichiarato è quello di “riportare la sovranità al popolo“.

Andiamo a ritroso nel tempo

Nel V secolo a.C, in Grecia, i sette saggi vengono chiamati per scrivere una loro frase. Una massima esistenziale, sul frontone del tempio di Apollo a Delfi. Tra loro ricordiamo Chilone il quale scrisse gnōthi seautón, conosci te stesso. Oppure Solone, il grande legislatore ateniese, il quale lasciò il motto mēden agān niente di troppo.

Ad essere considerato il più saggio dei sette, però, non era né Chilone né Solone, era Biante. Biante di Priene. Si dice che lui non volesse scrivere nulla. Ma alla fine, incalzato dagli altri, incise sul marmo del tempio queste parole: oi plestoi kakoi. Cioè la maggioranza delle persone è ignorante.

E tuttavia, non è vero che la maggioranza delle persone siano ignoranti. Rassegnati forse, indifferenti, sempre di più. Ben poco riflessivi, certamente. Quella che noi abbiamo in mente non è una democrazia diretta, dove si vota in piazza per alzata di mano o con un sassolino colorato, la “nostra” è una democrazia rappresentativa. Il potere appartiene sì al popolo, ma tale popolo lo esercita mediante l’elezione di propri rappresentanti.



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