Il prezzo della moda

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Una volta la moda era sinonimo di grandi nomi che non creavano solo abbigliamento ma veri e propri simboli, come risultato finale di materie e tecniche di alta sartoria, una tradizione che con il passare del tempo sta andando sempre più scomparendo.

La situazione economica è ovviamente cambiata e con lei sono cambiate anche le abitudine del compratore medio, ecco perchè settori come quello della “fast fashion” (la moda ispirata all’alta moda ma venduta a prezzi ridotti) sono ormai una realtà confermata nel settore.

Esattamente perchè sinonimo delle attuali tendenze sociali ed economiche.

Sia chiaro qui nessuno è senza colpa, involontariamente chi più chi meno siamo tutti vittime dello stesso metodo: veniamo volutamente istruiti a comprare convinti che questo possa risolvere tutti i nostri problemi ma restiamo inconsapevoli di come questi prodotti siano arrivati nei nostri armadi.

Perché spesso la verità è che ci sono lunghe ore di lavoro e sfruttamento dietro quella giacca appesa nel guardaroba.

Quante volte comprando quella maglietta che costa meno di 10 euro ci siamo chiesti come fosse possibile?

Nel 2015 grazie al regista Andrew Morgan e al suo documentario “The true cost” venne mostrato come molte aziende fossero protagoniste di metodi lavorativi rischiosi e gli stessi lavoratori costretti ad estenuanti orari senza la benché minima sicurezza.

Ed è proprio questa la verità scomoda, quella verità a cui spesso non pensiamo perchè troppo distante dalle nostre abitudini.

Quando qualcosa costa molto poco, forse c’è qualcosa che non torna.

Fortunatamente ad oggi la situazione sembra essersi completamente ribaltata o almeno si sono fatti grossi passi avanti; già nel 2011 Greenpeace aveva portato avanti una campagna anti inquinamento che ha individuato nell’industria tessile la responsabile.

Andando oltre l’opinione pubblica e le informazioni a portata di mano cominciarono una serie di ricerche nelle aree industriali del settore, arrivando a studiare le aziende dei vari distretti tessili e scoprendo scarichi incontrollati di aziende che producevano per grandi marchi di moda e sportwear.

Questo portò Greenpeace a cercare di coinvolgere e sensibilizzare migliaia di consumatori chiedendo loro di sostenerli nella richiesta alle aziende di eliminare le sostanze pericolose: così i brand hanno firmato un impegno pubblico e trasparente con i consumatori che prevede un’azione diretta da oggi al 2020.

Per alcuni gruppi di sostanze pericolose l’impegno richiesto è di eliminarle subito.

Al contrario in certi casi, se per esempio è necessario sostituire la maggior parte delle sostanze impiegate o se per farlo occorre cambiare in modo profondo il ciclo produttivo, i tempi concessi possono allungarsi.

L’obiettivo, però, resta sempre uno solo: eliminare tutte le sostanze chimiche pericolose dai prodotti e dai processi produttivi.

Cosa può fare ognuno di noi per migliorare la situazione ?

Invece di fare shopping per distrarci, potremmo fare molto altro, abbiamo tutti degli hobby, iniziamo a metterli in pratica, inoltre i prodotti sostenibili, nonostante siano ancora una piccola percentuale, sono ormai una realtà in molti brand in linea con la moda etica.

Non solo grandi marchi come Stella McCartney o Vivienne Westwood ma anche le grosse catene di moda low-cost come Mango e H&M si sono unite alla campagna di sensibilizzazione attraverso le linee Mango’s Committed Collection e la H&M’s Conscious Collection.

Sempre più aziende inseriscono pratiche eco-sostenibili nella filiera oltre ad investire nella ricerca di nuovi tessuti e tecniche per il processo di produzione, assicurando la totale qualità e affidabilità dei prodotti.

In conclusione sono sempre di più i compratori attenti alla moda sostenibile (secondo uno studio della McKinsey&Co il 32% dei compratori in Europa è solito informarsi sulla politica di un brand ) ed è da qui che bisogna ripartire e da noi stessi per cambiare ciò che ci circonda.

 

 

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