Post Natanz a Teheran sale la tensione: propaganda?

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La Repubblica islamica si prepara al post Natanz. Secondo le autorità sciite, l’attacco non solo permetterà di adottare centrifughe di ultima generazione. Ma anche non comprometterà affatto il “peso” di Teheran ai colloqui per il suo programma nucleare avviati a Vienna? Eppure, gli esperti della comunità internazionale non sembrano condividere i proclami dell’Iran. Che il boicottaggio riesca a bloccare il Jcpoa?

Quali accuse post Natanz?

Teheran si prepara al post Natanz, dopo che uno dei suoi impianti di arricchimento dell’uranio è andato distrutto. Mentre i media israeliani insistono che sia stato provocato da un cyber attacco, per le autorità sciite dietro al sabotaggio ci sarebbe proprio il Mossad. “Quello che hanno fatto a Natanz, hanno pensato che sarebbe stato a svantaggio dell’Iran“, ha commentato il ministro degli Esteri iraniano, Mohamamad Javad Zarif. Per il quale gli israeliani avrebbero fatto “una pessima scommessa”. Al contrario, Teheran sfrutterà l’occasione per sostituire le centrifughe danneggiate con un impianto di ultima generazione. “Vi assicuro che nel prossimo futuro Natanz passerà a centrifughe più sofisticate“, ha aggiunto il ministro. Intanto, le autorità iraniane hanno arrestato una persona che ritengono responsabile dell’interruzione di corrente.

La rabbia di Teheran

Circa l’entità dei danni, la tv di stato non ha diramato immagini post esplosione e le autorità sciite hanno minimizzato. Secondo una fonte del New York Times, il danno avrebbe interessato un sistema di alimentazione interno che fornisce le centrifughe sotterranee. D’altronde, ammettere quanto Israele sia riuscito a colpire “il cuore” del suo nucleare per Teheran non è un fatto da pubblicizzare. Sebbene, d’altra parte, faccia comodo incolpare lo Stato ebraico di questi attentati e presentarsi come vittima ai negoziati di Vienna. Nel frattempo, Reuters che ha citato il portale Nournews ha riferito: “La persona è stata identificata“. E “Sono state prese le misure necessarie“, ha spiegato il media, senza fornire dettagli né sull’arresto né sull’identità del sospettato. Intanto, l’emittente filo governativa ha divulgato un video di propaganda del nucleare iraniano.

Una guerra di sabotaggi

Ora Teheran ha fretta di individuare (e giustiziare?) un colpevole. Se israeliano, tanto meglio. All’indomani dell’incidente, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Saeed Khatibzadeh aveva giurato vendetta. Come al solito, Israele non ha né ammesso né smentito la sua responsabilità. Del resto, osserva InsideOver, questo “alone di mistero” torna comodo a Israele perché gli conferisce un’aura di invincibilità nella regione mediorientale. In effetti, questo ennesimo episodio di tensioni segue a un’escalation di attacchi e boicottaggi, per terra e per mare. Oltretutto, l’Iran non si era ancora ripreso da un episodio simile, accaduto sempre a Natanz nel luglio 2020. Anche in quel caso, il sabotaggio aveva inficiato le operazioni di arricchimento iraniane sia in termini di capacità di assemblaggio sia delle centrifughe avanzate. Oppure ancora il recente attacco ai danni di una nave cargo iraniana a opera delle Idf, tradite da una fuga di notizie.


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Le dichiarazioni di Israele

Se ciò non bastasse, le recenti dichiarazioni del primo ministro israeliano sarebbero capaci di dissolvere ogni dubbio. Durante l’incontro con il Segretario della Difesa Usa, Lloyd Austin, Netanyahu aveva precisato: “Entrambi sappiamo che sia necessario evitare una guerra“. Pertanto, “L’Iran non dovrà mai possedere armi nucleari“. Netanyahu aveva tenuto il suo discorso all’indomani dell’esplosione a Natanz. “La mia politica come primo ministro di Israele è chiara: non permetterò mai all’Iran di avere la capacità nucleare per realizzare il suo obiettivo genocida di eliminare Israele“. Soprattutto, “Israele continuerà a difendersi dall’aggressione e dal terrorismo dell’Iran“, aveva aggiunto il premier secondo il Times of Israel. Secondo Netanyahu, “In Medio Oriente non esiste minaccia più pericolosa, seria e pressante di quella posta dal regime fanatico iraniano“.

Coincidenze?

Una risolutezza che ha sempre contraddistinto l’opinione politica di Netanyahu, specialmente ora che Israele dovrà individuare il prossimo leader di governo. Di certo, nemmeno la tempistica fa propendere a favore dello Stato ebraico. Infatti, l’attacco di domenica è avvenuto il giorno dopo che l’Iran aveva iniziato a iniettare gas esafluoruro di uranio nelle centrifughe IR-6 e IR-5 dell’impianto di Natanz. Proprio mentre il Segretario alla Difesa degli Usa, Lloyd Austin, era in visita in Israele. Inoltre, l’incidente è giunto a meno di un mese da un rapporto dell’AIEA che riferiva come l’Iran aveva riavviato l’arricchimento presso l’impianto colpito. Quanto ai giorni scorsi, il capo del nucleare del paese, Ali Akbar Salehi, ha detto che la comunità internazionale e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica si troveranno ad affrontare attacchi che lui ha definito “terrorismo nucleare”.

Una fenice che risorge?

Dal canto suo, la Repubblica islamica ha precisato che l’incidente avvenuto a Natanz, nell’Iran centrale, non si tradurrà in una battuta d’arresto. Al contrario. Domenica a poche ore dall’esplosione, il portavoce Saeed Khatibzadeh aveva annunciato che solo le vecchie centrifughe IR-1 erano rimaste coinvolte e che sarebbero state sostituite da centrifughe IR-9 avanzate. Una minaccia condivisa dal ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif. “Natanz sarà più forte che mai con macchine più avanzate, e se pensano che la nostra mano nella negoziazione sia debole, questo atto rafforzerà la nostra posizione nei negoziati“. Nonostante alcune indiscrezioni lascino intendere che per ripristinare le operazioni di arricchimento dell’impianto saranno necessari almeno nove mesi.


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Il Jcpoa post Natanz

Inoltre, Teheran ha ricordato che a breve ospiterà il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, e il ministro degli Esteri serbo, Nikola Selaković. In questo modo, i funzionari iraniani sembrano rimarcare i buoni legami che hanno con la Russia. Una rivale degli Usa prima che una nazione che parteciperà alla discussione per il ritorno al Jcpoa. Quindi, al centro di tutto sarebbe ancora una volta il programma nucleare dell’Iran, avviato nel 2015 e bruscamente interrotto a causa del ritiro di Trump nel 2018. Di certo, non sono lanciate a caso le periodiche accuse della Repubblica islamica nei confronti di Israele e dell’Arabia Saudita. Ma se si presenta come “vittima” quando parla all’Occidente, però, l’Iran non fa altrettanto negli incontri con la Russia e la Cina.

Teheran sotto scacco?

Eppure, un paio di cose non tornano. La prima riguarda il fatto stesso che sia stato il ministro degli Esteri a giurare vendetta non torna. Visto che si tratta di un ufficio che ha poco o nulla a che fare con tutto ciò che riguarda il nucleare iraniano. La seconda, invece, è la scelta di Teheran di minimizzare i danni. A ben vedere, infatti, non si tratta solo di cattiva pubblicità. Piuttosto, la compromissione di uno dei suoi principali impianti di arricchimento potrebbe fargli “perdere terreno” nei confronti della comunità internazionale. Soprattutto, vanificare il peso delle minacce con le quali era quasi riuscito a trascinare l’Occidente al tavolo dei negoziati per il suo programma nucleare.

Il commento post Natanz

Al Jerusalem Post, Jonathan Schanzer ha spiegato che “Questo evento piuttosto drammatico e misterioso sarà visto come un indebolimento del fronte diplomatico. Ma la realtà è che darà potere al team statunitense, se lo vorranno“. Schanzer è vicepresidente senior per la ricerca presso il Freedom for Defense of Democracies (FDD), un think tank senza scopo di lucro. Per l’esperto, “la leva dell’Iran è e sarà sempre la sua minaccia di passare al nucleare“. Anche se “In questo momento, sembra che il regime non sia in grado di difendere le sue risorse nucleari dagli hackeraggi“.


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Come sarà il post Natanz?

A questo punto la domanda è: i negoziatori statunitensi coglieranno l’attimo? Per l’ambasciatore Dennis Ross, del Washington Institute for Near East Policy, l’incidente a Natanz non distoglierà l’Iran dal chiedere la revoca delle sanzioni. Ma “Potrebbe ridurre il senso di urgenza da parte dell’amministrazione Biden ripristinare il Jcpoa” ha spiegato Ross al Jerusalem Post. “Pertanto, l’interruzione dello sforzo iraniano di produrre e installare centrifughe più avanzate riduce la pressione che l’Iran è in grado di creare nei negoziati“, ha aggiunto il diplomatico. “Detto questo, la mediazione a Vienna che gli inglesi, i francesi, i tedeschi, i cinesi e i russi stanno conducendo tra iraniani e Stati Uniti non si fermerà“. E ha ammesso: “Ho il vago sospetto che vedremo la ripresa del Jcpoa già quest’anno.

Post Natanz: influenzerà i negoziati a Vienna?

Al Jerusalem Post Kaleigh Thomas ha osservato che: “Anche prima dell’incidente di Natanz, la fattibilità politica e il ritorno opportuno al Jcpoa erano in dubbio a Teheran“. In qualità di esperto del Middle East Security Program al CNAS, Kaleigh ha aggiunto: “Questo incidente probabilmente servirà ad aumentare lo scetticismo iraniano sul fatto che gli Usa siano a Vienna per negoziare in buona fede“. Mentre Mike Pregent, un membro anziano dell’Hudson Institute, ha riferito che gli alleati statunitensi nella regione sono preoccupati che l’amministrazione Biden possa rinunciare al suo vantaggio e accettare la revoca delle sanzioni. Per Pregent, “Il tutto dovrebbe scadere nel 2023 con l’abolizione dei vincoli sui missili balistici seguiti da quelli sulle centrifughe e dalla produzione di uranio a partire dal 2024“. E ha chiarito: “Ora è il momento di rinegoziare da una posizione di forza“.

Teheran è sola in Occidente?

Pertanto, ha continuato Pregent, gli alleati degli Usa stanno “intensificando le loro azioni per impedire all’Iran di trasformarsi in una bomba“. “L’attacco informatico a Natanz ne è l’esempio“, ha osservato. E ancora. “L’Iran è vulnerabile agli attacchi e la sua economia è debole: non è il momento di dare al regime un’ancora di salvezza economica e isolare gli alleati statunitensi nella regione escludendoli dai colloqui del Jcpoa“. Un fatto potenzialmente pericoloso, come ha fatto notare Pregent. “I nostri alleati nella regione conoscono meglio il regime, non gli piace quello che sentono dall’amministrazione Biden e stanno dimostrando la loro volontà di agire in modo indipendente per le loro preoccupazioni di sicurezza nazionale“. Come si comporterà l’amministrazione Biden?


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