POPULISMO E DEMOCRAZIA

0
334

In questa sgrammaticata epoca in cui slogan e immagini sembrano aver sostituito la complessità che è propria del pensiero, si sta nuovamente affermando la pericolosa convinzione che la democrazia si eserciti coagulando le persone attorno a uno-due interessi particolari, più o meno fondati, e che ciò costituisca un programma sufficiente per governare i molteplici aspetti del mondo in cui viviamo.

Sembra che tutti si siano scordati che la costituzione di una rappresentanza (la si voglia chiamare movimento o partito) non nasce semplicemente da una rivendicazione, ma è il frutto di una storia consolidata fatta di cultura, idee, valori, progetti in comune che disegnano una società ideale nella quale vivere.

È qualcosa che appartiene intimamente alla Sinistra: mentre la Democrazia Cristiana nasce come apparato burocratico di governo, il partito socialista, poi quello comunista (ci metto anche la circoscritta ma preziosa parabola del Partito d’Azione) traducono in una visione della società l’esperienza delle rivendicazioni operaie di un intero secolo, del solidarismo che anticipa il welfare, della coscienza di classe, della giustizia sociale. Sono – o per meglio dire sono stati – il risultato di una storia e di una cultura sedimentate, non un’associazione di scopo. L’impoverimento culturale è uno dei principali motivi della scomparsa della sinistra in Italia, oggi.

Oggi è patrimonio comune pensare che la volontà dei cittadini si esprima attraverso la pressione esercitata da persone che si aggregano nel nome di uno o più interessi particolari, talvolta persino condivisibili unanimemente (come la pretesa di onestà di chi ci governa, su cui Antonio di Pietro costruì l’Italia dei valori), ma insufficienti per essere realmente rappresentativi o per costruire un programma di governo, basta vedere ciò che sta facendo il Movimento 5stelle.

L’idea che la rappresentanza politica sia qualcosa di simile ad una lobby, piuttosto che a un ideale da perseguire ha reso semplice la manipolazione delle masse (come avrebbe scritto un secolo fa Ortega y Gasset), sia in piazza che nella cabina elettorale. La strategia è sempre la stessa: innanzi tutto costruire una identità (anche solo estetica) chiara e semplice, in cui gli aderenti possano riconoscersi, quindi sovrapporla ad un obiettivo, tradotto in uno slogan di altrettanto facile comprensione.

Basti pensare alle camicie nere del partito fascista e ai “Tiro dritto”, “Me ne frego”, “L’Italia avrà il suo grande posto nel mondo”, o a quelle verdi della Lega de “L’Italia agli Italiani”, “Padroni a casa nostra”; non distanti da quei “gilet gialli” di “Paris est à nous” che migliaia di persone hanno deciso di indossare e portare così avanti la propria battaglia personale mistificata da movimento popolare.

Perché non mi convince – al netto delle informazioni a disposizione – la connotazione di Sinistra dei movimenti più o meno spontanei. Non mi convincono i “gilet gialli” per i presupposti che sono alla base della loro organizzazione, ovvero rivendicazioni particolari facilmente condivisibili da persone che viceversa non condividono la loro visione della società e di quanto ne consegue. Un’associazione di scopo che è tutto il contrario della Sinistra, insomma, ma molto vicina all’eterogeneo consenso riscosso dal movimento 5stelle alle ultime elezioni politiche, e adesso dalla Lega, arroccata dietro la presunta difesa dei “confini nazionali” declinati nelle più diverse accezioni, dal rifiuto dei migranti ad immaginarie politiche protezioniste.

Eccolo, dunque, il populismo nella sua accezione peggiore: non esercizio di democrazia, ma patto di scopo su obiettivi particolari con finalità diverse. La storia è piena di severe lezioni in questo senso, ma nel gettare via il bambino assieme all’acqua sporca – ovvero gli ideali di Sinistra e le persone che li hanno indecorosamente rappresentati – abbiamo reso la nostra democrazia qualcosa di simile al tifo da stadio. Tutti uniti contro l’avversario di turno, poi ognuno a casa sua: qualcuno ci sta guadagnando in tutto questo, e non siamo noi.

Commenti
Previous articleLA CACCIA ALLE STREGHE, UN CAPITOLO OSCURO DELLA STORIA
Next articleIl 5 dicembre 1453 nasce Giulio II, il papa guerriero
Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me ein anstàndiger Menschun, un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.