Chi non l’ha mai fatto nemmeno una volta, mente quasi sicuramente; tutti noi abbiamo scaricato illegalmente qualcosa: un’immagine, una canzone, un video, un libro, una serie TV, un film e molte altre cose, tutte molto facilmente reperibili sul Web. Fino ad oggi ci è sembrata una cosa normale, ma non tutti sanno delle conseguenze che la pirateria informatica può avere su chi, con questi strumenti, ci deve lavorare e quindi vivere.

La pirateria nel settore dell’audiovisivo costa all’economia italiana 1,2 miliardi di euro. È quanto emerge dai dati contenuti in “Industria, consumi culturali e comportamenti illeciti. Presentazione della nuova indagine sulla pirateria audiovisiva in Italia”, resi pubblici dalla Federazione per la tutela dei contenuti audiovisivi e multimediali (Fapav) il 5 giugno a Roma. Condotto in collaborazione con Ipsos , il rapporto mette in luce una situazione allarmante, in cui circa 20 milioni di persone (il 39 per cento degli intervistati su un campione di età superiore ai 15 anni) dichiara di aver consumato illegalmente contenuti audiovisivi, come film, serie tv, programmi televisivi e di intrattenimento. In totale, si stima che gli atti di pirateria compiuti siano stati 669 milioni. Il danno per il sistema Italia è così ripartito: 686 milioni di euro è la stima del fatturato perso dall’industria audiovisiva; 427 milioni di euro la ricaduta stimata sul PIL italiano; 198 milioni di euro la stima dei mancati introiti fiscali. In termini occupazionali, la pirateria ha fatto perdere 6.500 posti di lavoro.

I dati sulla pirateria audiovisiva in Italia sono stati commentati da Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos Italia. Tre le principali tipologie di pirateria: fisica, ovvero l’acquisto di DVD/Blu-ray contraffatti; digitale, consistente in download (anche attraverso software per la condivisione peer-to-peer), streaming o ricezione di copie digitali non originali; indiretta, ossia visione di copie non originali di altri. Tra i contenuti più piratati ci sono i film. Secondo l’indagine, il 33 per cento della popolazione adulta ne ha visto almeno uno illegalmente nel 2016 (370 milioni di atti di pirateria). Anche se, nel complesso, la pirateria cinematografica è in leggero calo (meno 4 per cento) rispetto alla rilevazione 2010. Aumentano però in modo consistente gli atti di pirateria riguardanti serie e programmi tv, passati rispettivamente dal 13 per cento e 11 per cento del 2010 agli attuali 22 per cento e 19 per cento.

In crescita è la pirateria digitale, +78 per cento, mentre quella fisica e indiretta sono in netta diminuzione, rispettivamente -81 per cento e -50 per cento. Il fenomeno appare di difficile eradicazione, poiché, stando alle interviste effettuate, chi usufruisce di contenuti piratati si dice soddisfatto della qualità di visione. “Per oltre l’80 per cento, in media, la qualità delle copie piratate è soddisfacente e il download appare la tipologia di pirateria che fornisce le copie di miglior qualità: l’89 per cento è soddisfatto della qualità dei film scaricati; il 91 per cento lo è delle serie. Mediamente la qualità delle copie piratate di serie TV è ritenuta più soddisfacente rispetto a quella dei film, soprattutto quelle che circolano in formato digitale: i soddisfatti sono il 92 per cento dei pirati”, ha spiegato Pagnoncelli.

Quali sono i servizi più utilizzati per usufruire di contenuti illegali? “Il ricorso a siti BitTorrent è diffuso tanto quanto il download da Cyberlocker (57 per cento) mentre i software P2P (peer-to-peer) sono fonte per serie tv solo per il 28 per cento. Per i film appare maggiormente diffuso il download da Internet (Cyberlocker 59 per cento), senza ricorso a BitTorrent o P2P (54 per cento e 24 per cento, rispettivamente)”, ha precisato il presidente di Ipsos.

Dai dati raccolti viene stravolta l’idea che chi consuma prodotti illegali lo faccia perché economicamente disagiato e abbia un basso livello di istruzione. Il profilo che emerge parla di un soggetto di sesso maschile (nel 55 per cento dei casi), lavoratore (54 per cento), in posizioni dirigenziali o autonome, con un titolo di studio mediamente elevato.

Ci sono, però, anche note positive rispetto al passato. Cresce il numero di coloro che si dicono disposti a servirsi di alternative legali a pagamento: sono ora il 92 per cento di chi commette azioni di pirateria (era il 90 per cento nel 2010). Nel complesso, la pirateria ha provocato nel 2016 circa 128 milioni di fruizioni perse per film e serie tv, pari a un danno finanziario per l’industria audiovisiva di circa 686 milioni di euro ogni anno.

Secondo Federico Bagnoli Rossi, segretario generale Fapav, occorre rendere consapevoli coloro che usufruiscono di contenuti piratati del fatto di stare commettendo un reato. “I dati presentati oggi – ha dichiarato – evidenziano come a fronte della naturale evoluzione del mercato audiovisivo, con una sempre più ampia e diversificata offerta legale di contenuti, frutto di un investimento rilevante dell’industria verso le nuove tecnologie, si sia evoluta anche la pirateria e il livello culturale e di competenza tecnologica di chi compie atti illeciti. L’indagine ci dice che non possiamo abbassare la guardia, che dobbiamo lavorare sempre di più e con maggiore determinazione sul fronte della comunicazione e della sensibilizzazione, soprattutto nei confronti dei nativi digitali”. Nel suo discorso di presentazione dei dati, Bagnoli ha chiamato in causa anche gli Internet provider e altri intermediari, richiamandoli a una “maggiore responsabilizzazione”. “L’impianto normativo oggi esistente in Italia è ancora valido – ha aggiunto -, va solo applicato e implementato con forza da tutti: autorità, forze dell’ordine, magistratura e operatori”.

Per Mario Catania, presidente della Commissione d’inchiesta sulla contraffazione e la pirateria commerciale della Camera dei Deputati, “l’azione penale non è sufficiente, perché la risposta non è vigorosa a causa di un’opinione pubblica che non considera la pirateria come fenomeno grave e di una politica che non agisce in termini di repressione seria”. Secondo Catania, “il lavoro da fare va in tre direzioni: lavorare sull’opinione pubblica e i consumatori per far crescere consapevolezza più alta del fenomeno, sviluppare un’azione penale che colpisca gli organizzatori del fenomeno ed essere capaci come sistema Paese di costruire un quadro di illeciti e sanzioni amministrative efficace, moderno, agile e capace di incidere sull’economia del sistema”.

Che la repressione del fenomeno, da sola, non basti, lo pensa anche il Presidente del Senato, Pietro Grasso, che in un video messaggio ha ribadito: “Occorre formazione e prevenzione, soprattutto nei confronti dei più giovani, per fargli comprendere che tale comportamento è deleterio, da un punto di vista culturale ed economico. C’è comunque un cambiamento culturale in atto, attraverso le piattaforme legali, che può dare il via ad una transizione virtuosa verso la legalità. È un tema di ampio respiro e tutti, ognuno nel proprio settore di competenza, devono impegnarsi nella lotta alla pirateria”.

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