Pindaro alla bella società greca del V secolo

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Pindaro

Pindaro alla bella società greca tra evoluzioni culturali e sociali. “Siamo di un giorno. Cosa si è? Cosa non si è? Sogno di un’ombra è l’uomo. Ma se viene una luce dal Dio, tutto si fa luce intorno agli uomini, il tempo si fa dolce”. (Pitica VIII, 446 a.C.) Questo è il messaggio che Pindaro vuole trasmettere alla bella società greca del V secolo, un’età piena di trasformazioni e cambiamenti sia sociali che culturali.

Pindaro: un messaggio colpevole di consapevole bellezza?

In un periodo brevissimo, spesso definito secolo d’oro, si susseguono e interagiscono fra eventi atti a modificare cultura e società. Guerre persiane, la costruzione del Partenone, i drammi di Euripide e la nuova filosofia di Socrate. La civiltà ellenica raggiunge insomma le sue vette più alte, ma rimane inesorabilmente abbagliata dalla sua stessa luce. Come avvenne a Roma anche se in un periodo più intenso. Ma questa luce in realtà nasconde quel progressivo declino che interesserà il mondo greco dopo l’età classica. E’ in quest’epoca che vive anche Pindaro, il più grande maestro della lirica corale. Viaggiando di città in città, di corte in corte, nella sua esistenza di poeta vagabondo ha portato bellezza e consapevolezza di essa. Postosi al servizio delle Muse, il cantore si reca ovunque sia richiesta la sua opera. L’arte che solo lui è in grado di creare è ben lieto di concedla a chi intende. Pindaro è probabilmente l’ultimo erede di Omero ed Esiodo. L’ultimo esponente e sostenitore di quel mondo mitico e ed eroico. Mondo dove trovano posto gli dei dell’Olimpo e tutti quei valori consacrati dall’epos, che secondo il poeta sopravvivevano ormai soltanto fra le stirpi di sangue reale.

Pindaro e il concetto virtuoso

E’ proprio ai nobili che sono portatori di tutte le virtù, affinché possano giustamente interpretare i suoi versi. Apprendere quelle regole di morale che potranno farli risplendere di gloria, celebrati da lui, il più grande, colui che possiede la vera poetica. Ovviamente, per ottenere tutto ciò c’è bisogno di un aiuto indispensabile: una mano dal cielo, in particolare da Zeus, garante universale di giustizia e saggezza. Da Apollo, l’ambiguo profeta che conduce alla salvezza solo dopo molte prove. Dalle sagge parole degli epinici pindarici emerge un’idea di labilità e fragilità della natura umana. Natura destinata a rimanere col capo basso, a meno che gli dei non decidano di volgere il loro sguardo su di essa ed elevare gli uomini compiendo imprese memorabili.

La gloria ottenuta dalle gare sportive è pur sempre eroica?

Queste gesta, in epoca storica, non sono più l’uccisione della Gorgone, la conquista del Vello d’oro o la presa di Ilio, bensì la vittoria nelle numerose gare sportive. Gare che si svolgevano nelle più antiche e sacre città della Grecia in occasione di grandi feste panelleniche, in occasione delle quali ogni conflitto era interrotto. C’erano le Olimpiadi, celebrate ogni 4 anni a Olimpia per Zeus. Le Pitiche, ogni 4 anni a Delfi per Apollo, le Istmiche, ogni 2 anni a Corinto per Poseidone, e le Nemee, ogni 2 anni a Nemea per Zeus. Per ognuna di queste festività Pindaro scrisse molti epinici, cioè canti di celebrazione della vittoria. Si cantavano i trionfi degli atleti, nella maggior parte provenienti da importanti e altolocate famiglie. Così confermando la sua concezione aristocratica del merito e della nobiltà del sangue.

Pindaro è la massima saggezza?

L’epinicio, secondo uno schema da lui stesso codificato, si distingue in tre parti: il riferimento all’agone sportivo, il mito e infine la γνώμη. La frase sentenziosa, la massima di saggezza con cui Pindaro cerca di educare e ispirare le menti di coloro che sono degni di ascoltarlo. Particolare rilevanza nella sua opera viene data proprio al mito, il racconto epico che diviene garanzia ed esempio per le generazioni presenti. Gli uomini giusti devono trovare nel paradigma eroico una regola di vita. Ma devono anche saper riconoscere la verità dalle belle storie, come già affermavano le Muse esiodee, senza prestare fede a quei racconti che vogliono sminuire la bontà delle divinità. Si assiste così ai cosiddetti voli pindarici, censure, tagli o aggiustamenti ideologici che il poeta operò sulla tradizione vulgata. Tutto per non corrompere il suo canto con episodi o vicende non proprio corretti, ma che non inficiano la qualità dell’opera. Sebbene ogni epinicio presenti la struttura tripartita, ogni componimento è diverso dall’altro, ogni occasione particolare, rendendo la poesia pindarica tanto ineffabile quanto meravigliosa.

Gli ultimi gloriosi palpiti di un mondo fatto di Titani

Con gli epinici di Pindaro assistiamo agli ultimi gloriosi palpiti di un mondo fatto di Titani e personaggi sovrumani, di virtù e onore. Mondo che sta definitivamente tramontando, insieme con il destino della terra da cui è nato. Dopo di lui, nessun altro poeta sarà più in grado di bere alla fonte del Parnaso. Non in grado di incatenare alle corde della lira quel passato epico ormai giunto alla fine, così come i valori, gli uomini e la fede. Mentre la Grecia perderà gradualmente la libertà e la sua centralità nel Mediterraneo, sopraffatta da potenze più giovani. I tempi cambiano, e così le mentalità degli uomini, che non dimenticano quell’età del mondo in cui tutto poteva succedere e gli dei camminavano ancora fra di loro. Forse è proprio vero quello che scrisse il poeta neoclassico Friedrich Schiller: “quel che vive immortale nel canto deve perire nella vita“.


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