Pier Paolo Pasolini e quella morte cruenta

«A me resta tutto, cioè me stesso. Essere vivo, essere al mondo, vedere, lavorare, capire»

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Pier Paolo Pasolini

Il 2 Novembre 1975 in mezzo alle baracche dell’idroscalo di Ostia fu rinvenuto il cadavere di Pier Paolo Pasolini

Fabrizio De Andrè ha cantato spesso così: «per il segno che ci è rimasto non ripeterci quanto ti spiace. Non ci chiedere più come è andata tanto lo sai che è una storia sbagliata». Queste parole appartengono al testo della canzone Una storia sbagliata; il cantautore genovese con naturalezza ci ha detto che tra le tante storie del mondo ce ne sono di sbagliate, di quelle che accadono nonostante portino con sè sbagli e errori a cui è difficile porre rimedio. La morte di Pier Paolo Pasolini è stata un racconto sbagliato, crudele, terribile. Sbagliato invece non era Pier Paolo Pasolini, scrittore empatico, poeta profondissimo, regista delle “piccole” vite.

Il 2 Novembre 1975 Pier Paolo Pasolini fu vittima di un delitto efferato e brutale. Il poeta fu barbaramente ucciso e come disse Bertolucci, pochi giorni dopo la drammatica vicenda, quel delitto fu non solo un delitto contro la persona Pasolini ma fu un delitto contro la cultura, contro l’intelligenza, contro la poesia. Pier Paolo Pasolini emerse come regista e artista ma fu uno scrittore delicato e assoluto; fu un letterato dalla immensa cultura e un intellettuale scomodo, arduo e forse anche sgradito perchè usò sempre la sua forza artistica e culturale per contrastare ciò che andava sicuramente contrastato. Un mese prima del 2 Novembre 1975 Pasolini subì un’aggressione da un gruppo di giovani fascisti i quali tentarono di buttarlo giù da un ponte; questo fu una sorta di presagio della sua morte. Lo scrittore in realtà nel periodo di poco precedente alla sua morte perse la speranza, perse il sorriso per i suoi “ragazzi di vita” che non riconosceva più. Egli in una delle ultime interviste dichiarò: «vedo di fronte a me un mondo doloroso e sempre più brutto, non ho speranze. Non mi disegno un mondo futuro; la parola speranza è cancellata dal mio vocabolario». Le ultime forze di Pasolini rincorsero un’innocenza che non trovava da nessuna parte, che non trovava più nei ragazzi delle borgate che erano diventati violenti e meschini.

Che cosa successe ad Ostia?

Le indagini sull’omicidio Pasolini portarono ad un colpevole: Pino Pelosi, ragazzo di vita, amico e intimo dello scrittore. Nel 2005 però il Pelosi rivelò delle sconcertanti verità sulla vicenda: Pelosi dichiarò che in quel 2 Novembre 1975 lui e Pasolini furono le vittime di una brutale aggressione da parte di un gruppo di uomini dall’accento siciliano o calabrese. Pelosi disse che lui fu colpito al naso e alla testa e che Pasolini fu colpito con atrocità e quindi ucciso. Le accuse dell’uccisione caddero poi su Pino Pelosi perchè fu ritrovato sulla strada di ritorno da Ostia e con indizi ineccepibili, anche le indagini successive confermarono la sua colpevolezza. L’omicidio Pasolini però fu subito degradato a omicidio passionale, sentimentale e omosessuale. Le indagini non furono mai molto accurate; mai fu resa giustizia a Pasolini e ancora oggi le dinamiche sono da chiarire.

Forse Pasolini sentiva la morte vicina, forse l’aveva presagita, forse stava solo aspettando quel 2 Novembre. Il presagio pasoliniano fu evidente nell’intervista a Furio Colombo, all’epoca cronista della Stampa. Al giornalista Pasolini disse: «lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio ma continuo a dire che siamo tutti in pericolo». Queste parole furono la rivelazione della sua morte oppure, come evidenziò anche il cronista Colombo, furono l’anticipazione del tempo in cui l’umanità stava entrando. Pier Paolo Pasolini nelle ultime interviste della sua vita si mostrò cupo e duro, con gli occhi sgranati su un paesaggio di tragedia.

Chi era Pier Paolo Pasolini?

Pasolini fu e ancora è storia, arte, contraddizione, bellezza. Nacque a Bologna nel 1922 da Carlo Alberto Pasolini e da Susanna Colussi; frequentò il Ginnasio a Cremona e a Reggio Emilia e il Liceo e l’Università a Bologna. Agli inizi degli anni ’50 Pasolini e la madre si trasferirono a Roma; qui lo scrittore conobbe l’umanità delle borgate sottoproletarie, popolate da una “seconda razza” carica di irridente vitalismo, incurante delle regole e delle convenzioni di quell’Italia piccolo-borghese. Nel mondo avventuroso delle borgate di periferia trovò innocenza e spontaneità; avvertì la necessità di approfondire la riflessione sull’impegno che la cultura marxista chiedeva agli intellettuali. Nacque in questo orizzonte una ricerca letteraria che portò ad alcune delle sue opere più importanti come Ragazzi di vita. I “ragazzi di vita” avevano stima e affetto per Pasolini; lo consideravano un incantatore e un poeta dalla voce delicata e difatti Pasolini entrò facilmente nel mondo dei ragazzi delle borgate e subito trasformò quelle realtà in letteratura.

C’è ancora tanto da chiarire, da capire, da comprendere sulla morte di Pier Paolo Pasolini ma noi siamo grati al suo cuore poetico, al suo animo dolce e ai suoi ragazzi di vita, esistenze, attori, comparse di un’avventura artistica e cinematografica che arriva fino al cielo.