di Michela Zanarella

Pier Mazzoleni, cantautore, pianista e fisarmonicista, fonde a perfezione la sua storia alle composizioni, raccontate con pochi ed essenziali elementi, con l’emozione costante del rapporto col pubblico. Racconta testi che profumano di mare, di orizzonti e ironie metropolitane, di club fumosi, di amori che non si possono amare, di sè e di ciò che ne rappresenta il contrario. E quelle parole sanno stare al centro della scena. Muove i primi passi nella musica a 9 anni. Ottiene buoni piazzamenti in diversi concorsi. Partecipa al dopo Festival di Sanremo ripreso in tv da “La Bussola di Viareggio” nel Febbraio del 1983 esibendosi con il gruppo dei Made in Italy presentando la compilation Discotangotanz, prodotta dall’etichetta Alpharecord di Milano. Segue una tourneè di concerti e dirette radio-televisive in Italia con la partecipazione al programma Domenica in presentato da Pippo Baudo. Il periodo successivo, serve per sperimentare alternative alla musica; risulterà logoro ma al tempo stesso fervido di creatività. Gli è naturale la formula del “Solo voce-pianoforte” con sue canzoni, ma anche con reinterpretazioni di autori che Pier arricchisce di atmosfere.Costituisce il “PM Acoustic Quartet”, gruppo attraverso il quale oltre al suonare Standard e i brani più importanti della musica internazionale, sperimenta generi alternativi e collabora con musicisti del panorama pop jazz italiano. Oltre che da solo si presenta anche in duo, in trio e in formazione acustica più ampia. E’ direttore del Centro Emotivo Musicale, la scuola di musica da lui fondata a Bergamo (Italia) nel 2003, presso cui insegna pianoforte e fisarmonica.

 

 

D- Pianista, fisarmonicista ma soprattutto cantautore, parliamo del tuo esordio, come hai scoperto la musica?

R- Fin da bambino, molto piccolo, avevo la sfrenata passione per quei mangiadischi arancioni e rossi strani che, spingendo il 45 giri, ricevevi in cambio della musica, in casa si ascoltava davvero di tutto; dalla metà degli anni 70, in radio giravano grandi hit e l’orecchio al mondo era d’obbligo. Mi sono appassionato fin da subito al “suonare” e non solo all’ascolto. La fisarmonica intorno agli 8 anni è stata dettata dall’amore di mio padre per quello strumento a cui voglio bene da sempre e che mi accompagna tutt’ora; oggi ne faccio un uso quasi esclusivamente jazzistico, in linea con le mie scelte, pur non essendo io un jazzista. Credo di essere un autore aperto, ecco, questo si, senza preconcetti e schemi quadrati. Il pianoforte è un altro discorso, nato quasi per caso con uno strumento a noleggio per gioco, poi vitale e diventato unico modo per scrivere. Un fratello che mi cerca sempre e che mi aiuta a ritrovarmi, che piange con me e che mi prende anche a schiaffi. La mia vera libertà. E poi scrivevo racconti, testi, poesiole, ma non ero ascoltato, forse perché prolisso o poco ordinato nei concetti; al tempo della scuola non mi apparteneva ancora quell’universo. La musica ha avuto bisogno del suo linguaggio universale fatto di accordi, di altezze e di gusto, cosi anche la parola che per me, oggi, riveste gran parte delle composizioni. Non amo dare più o meno importanza ai testi o alle musiche ma va da sè, e ogni canzone è sempre diversa dall’altra. Non sta a me giudicare, lo fa il fruitore che capisce e critica. Il cantautorato nasce insieme a me, nella mia terza vita, senza megalomania; nelle altre due precedenti, poco significative, ho solo sfiorato le sue mani pur capendo che esisteva e che  qualcosa mi attraeva. Quando l’ho incontrato mi ha dato un pugno allo stomaco tanto forte che per non morire ho dovuto tentare di comprenderlo. E siamo qui a parlarne.

D- Swing, blues, a quale genere ti senti di appartenere?

R- Premetto che davvero credo che non ci siano generi o “recinti entro cui stare”, devo dire che mi sono appassionato fin da ragazzo allo swing, di cui non conoscevo quasi nulla se non il nome del tal pianista e la sua canzone di punta. Lo sapevo trascinante, curiosamente libero di lasciarsi andare e “aperto” alle esperienze più varie. Ho sempre subito il suo fascino, soprattutto i singoli esecutori mi hanno dato, e mi danno tutt’ora, una certa sicurezza e la prontezza nell’affrontare il repertorio; ecco perché collaboro per lo più con musicisti di quell’estrazione. Io stesso, nelle fasi della mia crescita musicale, mi sono avvicinato a molti generi, suonando per lavoro e per piacere quasi tutto e prediligendo la musica italiana che da piano barista eseguivo sempre con un orecchio e un tocco personale, ma con un occhio sempre al Frank Sinatra della migliore America o ai vari Becaud, Aznavour, Ferrè. Sono anche da sempre un fervente sostenitore della scuola genovese, a cui mi sento di appartenere, forse con un po’ di presunzione, ma liberamente e naturalmente. A mio avviso, c’è molto più swing nelle canzoni di Luigi Tenco, di Umberto Bindi, e se vogliamo dello stesso De Andrè, che in certe orchestre che ricopiano le sonorità del nuovo continente. Questo fa di me un cercatore, onnivoro e curioso. Di quell’oro a cui io do un valore estremo: il vestito della musica. Una bella canzone è tale dalla nascita, senza orpelli o accessori; ma il vestito che indossa la rende elegante e pronta per ogni occasione. Ecco cosa penso nel mio piccolo del jazz; lo swing è insito anche se non lo vedi, ma quando c’è ne senti il peso.

 

D- Debutti il 20 dicembre presso l’Auditorium di Piazza della Libertà a Bergamo con lo spettacolo “E’ un uomo”, ci racconti com’è nato questo progetto che porta la canzone nel palcoscenico dei teatri italiani?

R- Sono 4 anni che accarezzo l’idea di un Tour importante e soprattutto teatrale, dove la gente scelga di esser lì  e dove l’ascoltare è messo in primis rispetto al mangiare, al bere o al chiacchierare, come di solito succede, sminuendo a mio parere il resto e confondendo le ragioni di un concerto. Mi attraggono i movimenti di registi e di chi si occupa delle scene sui palchi, mi procurano un vero godimento quegli attori che sul palco non mistificano, quelli che sanno restituire un concetto, facendo in modo che io lo possa toccare o ne possa annusare il sapore. “E’ un uomo” arriva nel momento più convinto della mia vita e della mia carriera artistica; è la carrozza di un treno partito da tempo ma rimasta, per non so quale ragione, in stazione. Ora si sta scaldando e sembra vogliosa di partire! L’evento, la cui “teatralità” è a cura della straordinaria regista Silvia Barbieri (regista e autrice Rai), mi dà modo di portare in palcoscenico il mio essere come sono, con le certezze e i dubbi, gli amori palesi e quelli nascosti e tutto quello che ritengo indispensabile e imprescindibile. Mi sono permesso di definire “Canzone in palcoscenico”, questa formula che vivo con occhi e cuore più viscerali che mai, e che mi permette di cimentarmi come cantante, suonatore e narratore di alcuni testi. I musicisti che mi accompagnano, sono parte di mondi anche differenti tra loro e, proprio per questo, integrano antitesi che sono una delle chiavi di lettura dello spettacolo. Oltre a quelli noti sul palco ci sarà la presenza di alcuni strumenti musicali non convenzionali come la fisarmonica, il flauto africano, il liuto berbero/xalam, l’Udu, le campane tibetane, le percussioni etniche usate anche come rumori. Io vedo il Teatro come una zona sicura, ma anche come conflitto vitale; altrimenti, forse, non esisterebbe. L’uomo stesso per sua natura è magnifica contraddizione. Non ho mai visto di buon occhio i mistificatori, quelli che non vivono l’emozione e che vogliono colpirmi con armi non convenzionali. L’unica arma che conosco è l’essere se stessi, nel bene e nel male, in gloria o in odio. Ma sempre e comunque coerenti; il mondo è talmente grande che la tua fettina è li che ti aspetta. Penso che sul palco io debba essere prima di tutto credibile per me, prima ancora che per chi viene ad ascoltarmi. Per quanto mi riguarda, quando sono ad un concerto vorrei, in qualche modo, essere portato per mano a riflettere da chi sta lì, ecco, io ho il desiderio genuino di presentare una scaletta di canzoni in una chiave che mi auguro non noiosa, con arrangiamenti aperti e non pesanti, un po’ jazzy come si diceva poc’anzi. E in uno spazio importante i testi possono essere assaporati lenti, come un vino di buona gradazione. Due parole da spendere per gli strumenti e il set che metteremo in campo: li ho scelti per mia conformazione acustica, naturale. E mi è venuto facile.

 

D-Ho avuto modo di ascoltare i brani dell’ album “La tua strada”, cosa differenza questo disco dai lavori precedenti? Quali  aspettative riponi in questo progetto?

R- Ogni disco non è mai fine a se stesso, almeno per me. Finora ogni volta che ho fatto un disco, “La tua strada” è il quarto (Il terzo in studio), c’è sempre stato il forte bisogno di marchiare un periodo della mia vita e quindi di definire le circostanze e le occasioni che mi hanno portato lì. Se di differenze possiamo parlare, potrei dirti che il Pier de “L’isola” è lo stesso di quest’ultimo con alcune consapevolezze in più e, ovviamente, con qualche esperienza in più e anche qualche mese in più di vita (cioè di vecchiaia). Il primo amore non si scorda mai, dicono, anche il primo disco! Non rinnego nulla delle scelte artistiche che ho fatto, solo che dopo ogni lavoro, per come sono, anche dopo poco lo rivedrei con altri occhi e quindi potrei scattare altre fotografie. Ma mi impongo sempre un limite oltre il quale non andare; non è sano per me, per chi mi sta vicino e, verosimilmente anche per la mia musica. Un uomo deve sapere quando dire “ok, qui mi fermo, perché non aggiungerei niente altro in più”. La musica è un insieme di sentimenti, di ragioni e di gusto che devono portarti a un’estetica anche razionale. E non parlo in termini di mercato o di vendite. Non mi sono mai interessato a quanto i dischi vendano o quanto possano far guadagnare. Ho scelto di farli perché sono un percorso a cui non mi posso sottrarre, doveroso anche, e che mi dà un estremo piacere. Posso dire di non avere particolari aspettative se non quelle di un uomo che fa quello in cui crede e a cui dedica almeno 15 ore (ma sono molte di più dato che ne dormo 5 per notte) al giorno del suo vivere, annessi e connessi. E naturalmente, vorrei guardare negli occhi e abbracciare una per una, le persone che verranno ai miei concerti, come simbolo di condivisione, che è una delle ragioni che mi fa star bene.

D- Mi ha colpito particolarmente il singolo “Anima di sale”,  in una parte del testo  dici “vedo amori spesso accesi confidando nell’immenso sulla trasparenza in fondo”.  Cosa rappresenta l’amore per Pier Mazzoleni?

R- L’amore è evocare. Ricordare con piacere, senza amarezza o piagnistei. L’amore è alzarmi dal letto, respirare, correre, gridare, incazzarmi, piangere, essere apprezzato, stare con la mia famiglia e con gli amici. Adoro ri-vivere il tempo che ho trascorso, inevitabilmente bello e brutto, perché il mulinello bianco non esiste ed è ora di oscurarlo(!). Nel mare che adoro e a cui ho davvero regalato la mia anima, di sale appunto, ci sono tante risposte che non ho ancora trovato per strada, nei libri e meno che meno in tv; nello spettacolo “E’ un uomo” parlo anche di questo, citando una breve lettura di qualcosa che mi sta a cuore, lo farò con domande/risposte aperte. Nell’acqua ogni amore è acceso e proporzionale all’immensità degli unici due elementi: il cielo e il mare. Trasparenti fino in fondo, non per questo scontati o banali, ma luoghi dove posso vedere quello che succede anche se lontano e non visibile. E dove l’occhio non vede può solo che immaginare, dove non tocchi con i piedi puoi solo essere rapito da un brivido che fa pensare.

D- C’è una domanda che hai sempre atteso e nessun giornalista ti ha mai posto?

R- Beh, ce n’è sempre più d’una nel repertorio di un’ intervista o di un discorrere informale che non viene affrontata. Non per motivi particolari, ma perché da dire, per uno a cui piace la parola, ce ne sarebbe troppo. Questa tua domanda mi riporta indietro col tempo a quando facevo le prime interviste; il timore che avevo di dire cose trite e di viaggiare sempre troppo in periferia e non nel cuore delle cose. La chiacchierata deve essere tale, non si affronta un mondo in un momento, ci vuole tutta una vita, si, una vita forse può bastare. Come dico da anni, è tutto sempre “un divenire” e ogni cosa si sa sempre al momento opportuno perché se c’è una cosa rimasta di democratico, quella è proprio il tempo. Così oggi sono quello che non ero ieri e via dicendo, credo sia per tutti così. Comunque posso chiudere dicendotelo e dato che la nostra chiacchierata termina qui non avrai più fiato per domandarmelo: la domanda che non ho mai ricevuto è: “chi sei tu?”.

D- Impegni per il futuro.

R- Artisticamente ci sono collaborazioni importanti a breve, il Tour ovviamente che sta per partire (come hai ricordato tu il 20 Dicembre ci sarà la prima data a Bergamo all’Auditorium), il prossimo disco che registrerò entro la primavera e gli impegni per la comunicazione di questo progetto. Sul versante scuola, come sempre la vita va in direzione ostinata ma parallela, e non contraria stavolta. La mia scuola di musica e canto, il Centro Emotivo Musicale, ha sempre bisogno (credo), del suo direttore. Quindi sarò lì buono buono al mio posto, ogni giorno con gli allievi e i docenti e cercherò di portare la mia persona, il mio raziocinio e talvolta le mie nuvole nelle scelte e nel percorso quotidiano, rigoroso ma con riguardo.

 

 

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