Perché le donne ricevono una copertura mediatica inferiore agli uomini?

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Copertura mediatica delle donne
Copertura mediatica delle donne

“Giuseppe, Giovanni, Gianluca, Greta, Gabriele…”: quattro dei cinque nomi che appaiono nella vostra barra delle ricerche sono di uomini. Perché? Perché anche nel mondo mediatico, la differenza di genere esiste.

La differenza di genere nel mondo dei media

La copertura che le donne ricevono nei mezzi di informazione è inferiore rispetto a quella degli uomini. Un dato che, purtroppo, non sorprende. I mezzi di informazione, d’altronde, non sono altro che lo specchio di una realtà da cambiare.

Tuttavia, proprio il mondo dei media, per il ruolo che ricopre, per il potere che ha e per la responsabilità che ne deriva, dovrebbe essere l’epicentro della ricostruzione di un nuovo sistema collettivo. Necessario è, infatti, un nuovo immaginario sociale, che sia democratico, inclusivo, differente e progressista

I dati della copertura di donne e uomini nei mezzi di informazione

A fare notizia nei quotidiani di ben 114 Paesi al mondo sono gli uomini nel 76% dei casi. Le donne, invece, sono visibili soprattutto come vittime o vox populi, mentre faticano a raggiungere il 20% come esperte. Il motivo è semplice: nella realtà di tutti i giorni, il glass ceiling (costituito da una serie di ostacoli “invisibili”, o meglio di credenze e stereotipi sociali altamente “visibili”) impedisce alle donne di raggiungere posizioni apicali. Ecco perché, se è vero che la scelta delle fonti di expertise da interpellare nei media ricade spesso su persone autorevoli ed esperte, la probabilità che queste persone siano uomini e non donne, è decisamente alta.

In Italia è l’Osservatorio di Pavia, che su modello del GMMP, ha avviato dal 2001 una ricerca sull’immagine delle donne nei programmi di fiction e di intrattenimento, che nel 2004 ha incluso anche l’informazione. Lo studio ha preso in considerazione le maggiori reti nazionali, e in particolare i loro più noti talk show d’informazione. I risultati evidenziano una percentuale della presenza femminile del 24%, su quasi 2000 ospiti, legata a temi sociali (22%), di costume (16%), di cronaca (11%). La loro presenza diventa irrisoria in questioni come la politica (6%), l’economia (7%), la giustizia (3%).

Un altro dato che fa riflettere, seppure non statisticamente rappresentativo, accade in più di una circostanza quando determinati programmi, nel gestire la rappresentazione visiva delle donne, ricorrono a inquadrature che insistono sulle figure femminili, molto spesso non in linea con lo script della trasmissione. Esibizioni, quindi, del corpo femminile in maniera inopportuna e non pertinente.

I media cambiano la realtà, ma come si cambiano i media?

La preoccupante situazione della differenza di copertura mediatica tra donne e uomini riversa lo spunto di riflessione che ne traiamo sulla realtà che ci circonda. Ma, se è vero che il racconto dei media modifica la realtà, come modificare i media stessi? Il linguaggio usato dai mezzi di informazione può (e deve) essere, ancora una volta, l’epicentro per una diversa riorganizzazione del “sistema”.

Ad oggi, infatti, i giornalisti, i commentatori, tendono ad usare un linguaggio che è espressione di non uguaglianza tra i generi. Basti pensare agli aggettivi con i quali una donna viene descritta in una situazione di violenza; o, ancora, come le parole avvolgano in un’aurea di maggiore importanza l’outfit di una politica ad una manifestazione, piuttosto che il suo ruolo in quella occasione. Si pensi a quando, nel commentare una competizione sportiva, i commentatori usano il cognome per gli uomini e il nome per le donne.

Tutte espressioni, consapevoli o non (e quindi riflesso palese di uno stigma sociale), di come l’autorevolezza delle donne sia messa sempre in discussione, davanti la competenza mai contestata degli uomini.

Una corretta rappresentazione delle figure femminili nei mezzi di informazione, quindi, va ricercata, sia nel bilanciamento di uomini e donne presenti, sia nei ruoli che vengono affidati alle due parti. La bozza di Contratto di Servizio 2013-2015 (non entrato in vigore, ma indicativo) afferma la promozione dell’uguaglianza di genere come uno degli obblighi del Servizio Pubblico Radiotelevisivo. Necessario, quindi, menzionare un documento per ricordare di promuovere la parità di genere ed allontanare un linguaggio discriminatorio? A quanto pare , ma senza nessun risultato.

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