Per Theresa May è di nuovo bufera

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Dal 7 al 14 Gennaio i dibattiti fino alla votazione: questo è quanto deciso da Theresa May

Annunciando la nuova data questa sera,  Theresa May ha voluto chiarire a difesa dell’UE che il backstop irlandese non è una trappola per il Regno Unito, ma una soluzione. Ha voluto esortare anche il Parlamento alla responsabilità e all’attenta osservazione del piano d’uscita.

Solo cinque giorni fa la premier ha dovuto fronteggiare la Camera dei Comuni per la sfiducia promossa da ben 48 conservatori. Proprio in virtù di una tale incertezza, la decisione di rinviare la votazione sull’accordo.

Ora la decisione di rinviare di un ulteriore mese ha scatenato non poche polemiche. Alcune ancor prima che venisse fuori una data.

Difatti, precedendo il suo annuncio, Jeremy Corbyn, il leader del partito laburista, ha palesato di voler lanciare la sfiducia parlamentare al governo di Theresa May perché non vi era una data pubblica del voto sull’accordo. Ad annuncio avvenuto, nulla è cambiato, anzi. Il leader dei laburisti ha lanciato una mozione di sfiducia alla Camera dei Comuni nei confronti della  premier.

Investendo solo Theresa May e non il suo Governo, una vittoria non sarebbe vincolante.  A differenza di quella diretta al governo, anche se la mozione risultasse vincente, non sarebbe vincolante. Un ulteriore grattacapo per la Premier e un ulteriore ritardo in una corsa contro il tempo per l’ottimizzazione di un risultato. 
Corbyn si è detto molto irritato del rinvio e ha dichiarato che la mozione si basava sulla “mancata autorizzazione da parte del Primo Ministro alla Camera dei Comuni di avere immediatamente un voto significativo sull’accordo di ritiro e sul quadro per le future relazioni tra il Regno Unito e l’Unione europea”.

Un altro referendum?

Theresa May risponde sempre e solo no. Invece i britannici continuano a parlarne e le voci si fanno sempre più pressanti.

Theresa May non ha mai cambiato idea al riguardo. Ha sempre sostenuto che farlo, sarebbe un tradimento del popolo .”Non vogliamo rompere la fiducia con il popolo britannico cercando di organizzare un altro referendum, un altro voto, che danneggerebbe irreparabilmente la nostra politica, perché direbbe a milioni di persone che hanno fiducia nella nostra democrazia che la nostra democrazia non regge”. 

Quello che in realtà sembra non reggere, al di là della democrazia, è l’idea che al momento del primo referendum, i cittadini  e i politici britannici avessero chiaro il senso della votazione, dell’importanza, delle conseguenze e delle necessità. 

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