Parroco di Gaza: risorgere dalle ceneri in Terra Santa

"Non siete soli, non perdete la speranza"

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parroco di gaza

A Vatican News parla Padre Gabriel Romanelli, parroco di Gaza. Dopo circa un mese dalla tregua tra Israele e Hamas, il sacerdote riferisce le reazioni dei fedeli a seguito dell’incontro con il Patriarca di Gerusalemme dei Latini, monsignor Pierbattista Pizzaballa. Dal 14 giugno al 17 giugno, Sua Beatitudine ha visitato le comunità cristiane nell’enclave costiera. Il suo messaggio: “Non siete soli, non perdete la speranza“.

Cosa dice il parroco di Gaza?

Sembra molto di più. Eppure, poco più di un mese fa si concludeva con un labile cessate-il-fuoco l’ennesimo conflitto in Medio Oriente. Quello tra Israele e Hamas. La guerra che ha provocato la morte di 13 persone in Israele e 255 nella Striscia di Gaza. Tra queste molti minori. Non solo. Secondo le Nazioni Unite, oltre 52.000 palestinesi sono sfollati. La maggior parte dei quali viene ospitato nelle scuole gestite dall’Onu. Ma come si vive oggi nell’enclave? Lo racconta a Vatican News il parroco di Gaza, padre Gabriel Romanelli, con particolare riferimento all’unica comunità cattolica gazawa: quella della Chiesa della Sacra Famiglia. I cui fedeli hanno incontrato in questi giorni il patriarca latino di Gerusalemme, monsignor Pierbattista Pizzaballa.

La visita pastorale

Padre Gabriel Romanelli non ha dubbi. Il viaggio del patriarca latino è valso a rincuorare gli animi dei fedeli. Nonché a dar loro fiducia nel futuro. “Una visita attesa da tanto tempo e fortemente voluta. Per noi è un segno di speranza”. Così l’ha definita il parroco di Gaza all’agenzia SIR. Monsignor Pizzaballa ha trascorso quattro giorni nell’enclave, dal 14 al 17 giugno. “È venuto e ha voluto visitare la piccola parrocchia della Chiesa cattolica“, spiega Romanelli. E aggiunge: “Ha visitato le tre scuole cattoliche che noi abbiamo qui, il centro della Caritas e il centro Tommaso D’Aquino per la formazione dei giovani“. “Poi ha voluto visitare alcuni dei nostri malati, soprattutto anziani, e alcune famiglie colpite dalla guerra, cristiane e non cristiane“. Ma non è tutto.


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Speranza

Come spiega il parroco di Gaza, monsignor Pizzaballa “Ha celebrato una Messa solenne, dove c’è stato un battesimo, 17 prime comunioni e tre cresime“. Ciò che conta, secondo padre Romanelli, è che “Le persone sono rimaste molto contente“. Questo “Perché hanno sperimentato la vicinanza del Patriarca, che ha incontrato anche famiglie ortodosse e le persone povere che sono attorno alla nostra comunità“. Quindi “Non soltanto cattolici, ma anche musulmani che fanno parte della nostra realtà, perché siamo 134 persone cattoliche tra due milioni di abitanti musulmani“. Per il parroco di Gaza, “È un segno molto forte di vicinanza e lui ha voluto essere presente e vicino a tutti“.

La Chiesa si stringe a Gaza

Oltre al parroco Romanelli, dell’Istituto del Verbo incarnato (Ive), e a padre Carlos Ferrero, provinciale Ive, c’era anche padre Marcelo Gallardo. Mentre monsignor Pizzaballa era accompagnato dal suo vicario patriarcale, monsignor Giacinto Marcuzzo, e dall’amministratore delegato del Patriarcato latino, Sami El-Yousef. Nel corso della sua breve (ma intensa) visita, il patriarca latino ha manifestato “il rifiuto di ogni atto di violenza e di odio”. Inoltre, monsignor Pizzaballa ha ribadito l’impegno della Chiesa a sostenere la comunità di fedeli. Non solo spiritualmente ma anche materialmente.

La dichiarazione

Dal Christian Media Center (Cmc), della Custodia di Terra Santa, il patriarca latino ha osservato: “Ciò che mi ha colpito molto è stato quando praticamente tutti mi hanno detto non bisogna solo pensare alle distruzioni materiali ma anche alle conseguenze sulle persone“. E ancora. “Quando mi hanno detto siamo esseri umani e non solo numeri di feriti, morti o vivi o sopravvissuti o un budget per progetti di ricostruzioni. Questo mi ha colpito molto”.


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Essere parroco di Gaza

La popolazione a Gaza sta vivendo un momento drammatico. Ogni giorno, padre Romanelli ascolta le difficoltà delle famiglie cattoliche, cercando di dare loro conforto. “Gaza è da tanti anni che soffre per questo“, spiega il parroco a Vatican News. “Negli ultimi dieci anni ha avuto quattro guerre, oltre ai bombardamenti che sono purtroppo cose comuni ed abituali“, prosegue. E ancora. “Le persone hanno raccontato soprattutto di non dimenticarsi che in questa guerra, più che nelle altre forse perché sono ormai stanchi“. Soprattutto, “Loro non sono un numero, una statistica e che i traumi che rimangono dopo la guerra, dopo i bombardamenti, sono veramente atroci“. Come dargli torto?

Difficoltà di un parroco di Gaza

Poi, padre Romanelli continua. “Noi e tutta la popolazione di Gaza abbiamo subito le conseguenze della guerra“. “C’è nervosismo, a volte c’è un senso di depressione in alcune persone. Per questo cerchiamo di fare attività non soltanto spirituali, che abbiamo fatto e che grazie a Dio non smettiamo di fare, ma pure attività ricreative che aiutino non soltanto bambini e giovani, ma anche le persone adulte che non vedono un orizzonte migliore“. Troppo spesso, infatti, si dimentica che la guerra non provoca solo danni agli edifici. Piuttosto, le ferite più profonde sono quelle dello spirito. Le più lente a guarire.


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Cosa riserva il futuro?

Tutti i cristiani sono complessivamente 1077 persone“, spiega Romanelli. “Sulla base dei rilevamenti che abbiamo fatto mentre stiamo aiutando nella ricostruzione materiale, più di 50 case di cristiani sono state colpite indirettamente dai bombardamenti tranne una che è stata abbattuta“. E prosegue. “Grazie a Dio non ci sono state vittime mortali nella comunità”. “Se il dato è questo in una comunità così piccola, all’incirca di 300 famiglie, alcune molto piccole, perché la maggior parte delle persone sono fuori la Striscia di Gaza, vuol dire che la percentuale di danni in tutta la popolazione è veramente enorme“. Eppure, è necessario credere nel futuro.

La soluzione per un parroco di Gaza

Certo che ci sono danni morali. Questa realtà avrebbe una soluzione. Non è detto, come si pensa, che da sempre questi popoli sono stati in guerra, non è vero“. Quindi come aiutare il popolo palestinese? Quattro milioni e mezzo di persone? “C’è però qualcosa da fare“, avverte padre Romanelli. “Per esempio nella popolazione giovanile noi da anni lavoriamo per creare posti di lavoro per i ragazzi, anche se dopo un ulteriore guerra tanti di loro dicono che vogliono andarsene“, nota. “E nemmeno possono farlo per l’embargo, che è molto duro per la Striscia di Gaza e rimane da più di 12 anni“, osserva. D’altronde, spiega il parroco, “In ogni guerra, in ogni attacco, in ogni bombardamento si riaprono ferite che non sono guarite da decine di anni, quindi c’è la depressione, ci sono traumi, c’è il non sapere cosa arriverà“. Specialmente a Gaza.


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Ancora bombe

Quanto ai recenti bombardamenti che hanno colpito l’enclave, padre Romanelli commenta: “Nonostante la guerra sia finita e siamo in questo cessate-il-fuoco, che speriamo tenga, non si vedono grandi progressi e nessun passo concreto verso la pace e la riconciliazione”. Eppure, la vita continua. “Le persone si adattano, però ci sono tante cose che mancano. Ad esempio l’elettricità“, osserva il parroco. “Abitualmente prima della guerra avevamo otto ore di corrente ogni giorno. Adesso ci sono ancora alcuni quartieri che hanno sei ore di elettricità o addirittura quattro“. Senza dimenticare che “La pandemia di coronavirus è ancora diffusa. Ce ne siamo un po’ scordati nei giorni di guerra, però i casi incominciano a salire“.


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Per non dimenticare

In questo contesto, la Chiesa non ha abbandonato i fedeli. Lo dimostrano anche i numerosi appelli di Bergoglio. “Credo che ci siano tre linee di aiuto e che le persone qui sono molto riconoscenti alla Chiesa Cattolica“, osserva padre Romanelli. “Il primo aspetto è quello spirituale“, precisa. In effetti, “Essendo una comunità così piccola e anche per la comunità ortodossa, la Chiesa cattolica è veramente l’aiuto della grazia di Dio e fa dei miracoli per mantenere l’aiuto spirituale alle persone e che non venga meno la loro fede, la loro speranza in Dio e la loro carità“. Mentre “Il secondo è l’aspetto esistenziale“. O almeno, così lo definisce il parroco di Gaza. “Cioè essere vicini alle persone e che si sentano di essere amate. In questo senso la visita del Patriarca ha portato conforto e le persone hanno visto che non sono trascurate, non sono abbandonate“.

Sostegno dal parroco di Gaza

Il terzo è l’aiuto materiale. Come riferisce padre Romanelli, “La Chiesa sta aiutando a ricostruire alcune case, aiuta ancora con il progetto di dare lavoro ai giovani affinché pensino di rimanere a Gaza, perché la Chiesa ha bisogno di cristiani qui“. Altrimenti, “La Chiesa di Terra Santa diventerà solo un museo di pietre santissime, per la presenza del figlio di Dio e della Madonna“. Non solo. “Lo svuotamento dei cristiani in Medio Oriente, e in particolare in Terra Santa, continua a essere un problema, una piaga e sarebbe un male per tutta la Chiesa“. Insomma, uniti si vince. Un concetto ribadito anche dal patriarca latino, monsignor Pizzaballa. Il quale ha confermato l’impegno della Chiesa a sostenere i fedeli. Non solo spiritualmente ma anche materialmente.


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L’impegno della Chiesa

Nel frattempo, padre Romanelli rimarca il fatto che “La Chiesa sta cercando in ogni modo di garantire opportunità di lavoro ai giovani per far sì che possano costruirsi una vita e un futuro qui”. Nella Terra dove sono nati. Anziché emigrare. Lo ribadisce anche Jeries Michel, un giovane gazawo: “Ho 25 anni e sono terrorizzato e spaventato”. “Ho visto la morte con i miei occhi, abbiamo evacuato la nostra casa due volte a causa della vicinanza degli attacchi“, racconta al SIR. “La situazione era molto difficile e, sinceramente, oggi sto pensando di emigrare, visto che non ci sono più le condizioni di sicurezza per restare qui”.

Speranza da un parroco di Gaza

Eppure, vale la lezione che padre Romanelli trae dalla visita di monsignor Pizzaballa. “Ci ha lasciato parole di grande speranza, ci ha ha esortato a costruire strade di perdono, di convivenza e di dialogo. Sono questi i sentieri da percorrere per edificare la pace in una terra dove la guerra non può e non deve avere l’ultima parola”. Questa sarà la chiave del successo.