Parliamo di Gaza: siamo onesti sulla diaspora palestinese?

Parliamo o sparliamo di Gaza?

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parliamo di Gaza

Di cosa parliamo quando ci riferiamo a Gaza? O alle sue guerre, i cui costi si sono rivelati sempre al di là di ogni umana comprensione? Ai suoi morti, al suo popolo dilaniato? Solo a un sentimento di speranza che sembrava ormai perduto? In fondo, la questione palestinese non è mai naufragata. A cosa se ne deve il merito?

Parliamo davvero di Gaza?

Capire la Palestina significa comprendere la lotta palestinese, osservava lo scrittore Edward Said. Allo stesso modo, capire Gaza aiuterà a far luce sul recente conflitto. Ma di cosa parliamo quando ci riferiamo alla Resistenza del popolo palestinese? Alla sua gente, che ha seppellito ormai troppi morti in attesa di un cambiamento? Di certo, non ci riferiamo alla nostra superficialità. Magari undici giorni di guerra hanno richiamato la nostra attenzione sul conflitto. Eppure, nulla è cambiato. Mentre ci arrovelliamo per ottenere nobili risposte alle altrettanto virtuose domande, Gaza combatte. Lì, i dubbi non esistono. Non più. Non come noi, che abbiamo preferito assistere alla lotta di un popolo come straniti spettatori. Quindi siamo sicuri che quando parliamo di Gaza sappiamo a cosa ci stiamo riferendo?

Il popolo palestinese

Dopo l’accordo di un cessate-il-fuoco entrato in vigore nel cuore della notte di un venerdì qualunque, almeno per Gaza, è stato sospeso l’ennesimo round di combattimenti. In assenza di rifugi antiaereo, gli abitanti di Gaza avevano trovato riparo dove meglio avevano potuto. Quando erano riemersi in superficie, quel venerdì qualunque, 140 palazzi erano crollati a causa dei bombardamenti. In quel fazzoletto di terra sul Mar Mediterraneo che chiamiamo Striscia di Gaza. Il bilancio era tragico. In tutti i sensi. Tuttavia, mentre gli abitanti facevano i conti con la loro rinnovata realtà, il popolo palestinese non si era comportato come ci si sarebbe aspettato. In particolare, non ha calcato il palcoscenico internazionale per ostentare un dramma privato.


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La forza di un popolo

Piuttosto, i palestinesi di Gaza sono scesi in piazza. Per festeggiare. Quello che abbiamo visto sui nostri schermi televisivi o sui social network non era un popolo avvilito. Al contrario, le persone si sono riunite, ritrovandosi, con un rinvigorito spirito di gioia collettiva. Ballavano. Soprattutto la tradizionale dabka. Una danza che si balla tutti insieme, poggiando le mani sulle spalle di chi ti sta vicino. Per le vie della città, sventolavano le bandiere della Palestina. Il cui tessuto, cangiante e leggero, contrastava con la grigia concretezza delle macerie. Ma com’è possibile tutto questo? Cosa c’era da festeggiare? Se queste saranno le domande che ci porremo noi occidentali, significa che non avremo capito Gaza. Né la Palestina.

Parliamo di Gaza e di Palestina

Secondo gli psicologici, simili celebrazioni dovrebbero costituire una forma di sublimazione nella psiche collettiva di un popolo ferito da un trauma. A ben vedere, però, nel caso del popolo palestinese rappresentavano il desiderio inconscio di condividere un momento estatico di gruppo. Con i propri Fratelli. Questo sulla scia di una guerra in cui tutti i palestinesi avevano partecipato alle sofferenze. Da Gaza alla Cisgiordania. Nei Territori palestinesi la stratificazione sociale si è dissolta, per far spazio allo spirito egualitario. In realtà, le ragioni per festeggiare non mancavano. Perché grazie a undici giorni di guerra, è cambiata la percezione della causa palestinese del mondo occidentale. Ora Gaza può trattare.


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Gli Usa

Persino gli Usa, strenui sostenitori della narrazione sionista, hanno riconosciuto che la questione palestinese non si sarebbe potuta accantonare. Di nuovo. Al contrario, gli statunitensi hanno mostrato una rinnovata simpatia per quel popolo oppresso. Una solidarietà espressa tramite una serie di manifestazioni pro Palestina. Com’è avvenuto a Detroit, in Michigan. Tanto che Oltreoceano hanno paragonato la lotta palestinese al movimento statunitense Black Lives Matter, che è cresciuto negli ultimi sei anni fino a diventare una forza una forza politica di tutto rispetto. E i cui attivisti avevano espresso il loro sostegno agli abitanti di Gaza durante la guerra. Nemmeno il Campidoglio ha tardato a rispondere. A partire dalla prima rappresentante palestinese statunitense della Camera, Rashida Tlaib. Le sue opinioni in merito stanno dominando i media mainstream e sembrano aver convinto lo stesso presidente Joe Biden.


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Parliamo di Gaza con consapevolezza?

D’altronde, la recente guerra ha chiarito che identificare Hamas con Gaza è una narrativa distorta. Se non tendenziosa. Né gli accordi di Oslo né gli Accordi di Abramo hanno scoraggiato i palestinesi dal rivendicare il proprio Stato. Questo, con maggior vigore a seguito dello scoppio delle proteste nel quartiere di Sheik Jarrah, a Gerusalemme Est. In quell’occasione, decine di persone erano giunte a piedi nella città occupata. Mentre altri palestinesi in Cisgiordania si erano radunati al confine israeliano, scontrandosi con la polizia di frontiera. Se parliamo ancora di questione palestinese dopo decenni (e numerosi tentativi falliti di boicottaggio) è perché il popolo della Palestina ha voluto così. La liberazione è codificata nei loro geni.