Papa Francesco: “Aiutare è sempre giusto, guardando negli occhi e toccando le mani”

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In un intervista rilasciata al mensile della Caritas Ambrosiana “Scarpe de’ tenis” in preparazione alla visita a Milano del 25 marzo, Papa Francesco torna a parlare dei temi che fanno da leitmotiv del suo pontificato: povertà, esclusione, accoglienza, carità, comprensione.

Incalzato dal quesito se sia giusto o meno fare l’elemosina alle persone per strada risponde prontamente: «Un aiuto è sempre giusto». E subito riprende: «Certo non è una buona cosa lanciare al povero solo gli spiccioli» e ritorna a sottolineare l’importanza del contatto umano, della vicinanza: «è importante il gesto, aiutare chi chiede guardandolo negli occhi e toccando le mani. Buttare i soldi e non guardare negli occhi, non è un gesto  da cristiano». La riflessione poi si sposta su una nuova e autentica concezione della carità: «Insegnare alla carità non è scaricare colpe proprie, ma è un toccare, è un guardare a una miseria che io ho dentro e che il Signore comprende e salva. Perché tutti noi abbiamo miserie “dentro”».

E a chi è scettico sul dare denaro a poveri che magari non lo spendono per viveri di prima necessità, risponde con la schiettezza con cui ci ha ormai abituati: «Ci sono tanti argomenti per giustificare se stessi quando non si fa l’elemosina. “Ma come, io dono dei soldi e poi lui li spende per bere un bicchiere di vino?”. Un bicchiere di vino – continua – è l’unica felicità che ha nella vita, va bene così» E subito la stoccata: «Domandati piuttosto che cosa fai tu di nascosto? Tu quale “felicità” cerchi di nascosto?».

Francesco poi torna con la mente ai tempi in cui era Arcivescovo di Buenos Aires e racconta un aneddoto: «Nell’arcivescovado di Buenos Aires sotto a un androne fra le grate e il marciapiede abitavano una famiglia e una coppia. Li incontravo tutte le mattine quando uscivo. Li salutavo e scambiavo sempre due parole con loro. Qualcuno mi diceva: “sporcano la Curia”». E qui il Papa si sofferma su un altro dei suoi “cavalli di battaglia”: «Ma la sporcizia – ribatte – è dentro. Penso che bisogna parlare alle persone con grande umanità non come se dovessero ripagarci di un debito e non trattarli come fossero poveri cani».

Sulle difficoltà ad aiutare i senzatetto, Francesco risponde: «Certo non è semplice integrare una persona senza dimora, perché ognuno di loro ha una storia particolare. Per questo – ribadisce ancora una volta – bisogna avvicinarsi a ciascuno di loro, trovare il modo per aiutarli e dare loro una mano».

Racconta poi di come la solidarietà si più “accentuata” tra gli stessi poveri e ritorna ancora agli anni di Buenos Aires: «Nelle baraccopoli c’è più solidarietà che nei quartieri del centro. Nelle villa miseria ci sono molti problemi, ma spesso i poveri sono più solidali tra loro, perché sentono che hanno bisogno l’uno dell’altro. Ho trovato – continua -più egoismo in altri quartieri, non voglio dire benestanti perché sarebbe qualificare squalificando, ma la solidarietà che si vede nei quartieri poveri e nelle baraccopoli non si vede da altre parti, anche se lì la vita è più complicata e difficile. Nelle baraccopoli, per esempio, la droga si vede di più, ma solo perché negli altri quartieri è più “coperta” – conclude sarcastico – e si usa con i guanti bianchi».

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