Il fotografo bolognese Paolo Gotti, festeggia quest’anno i 45 anni di carriera con una mostra fotografica aperta fino al 30 giugno nella sua città natale, in Via Santo Stefano 91/a, raccogliendo video, fotografie, stampe e calendari, con i quali racconta i suoi viaggi in giro per il mondo che lo hanno portato a visitare più di 70 paesi.

Paolo Gotti

La vita di Paolo Gotti

Paolo Gotti, bolognese d’origine, studia architettura a Firenze, dove frequenta il Centro studi tecnico-cinematografici, grazie conseguirà l’attestato di fotografo professionista. Lavora per alcuni anni come fotografo d’interni e di moda, comincia a cercare un proprio percorso artistico. Gli anni dal ’71 al ’74 gli servono a questo, ossia a cercare “la sua via”, i temi da rappresentare con le sue immagini, a definire un proprio stile, ma anche come “palestra” per confrontarsi con il proprio strumento e scoprirne i trucchi ed i misteriosi effetti che riesce a produrre.

Il primo viaggio

Nel 1974 parte con il suo primo progetto, che partendo dal Nord d’Africa, lo porterà, attraverso il deserto in Guinea. Fin da questa prima esperienza è chiaro al pittore che il viaggio sarà il soggetto delle sue foto, ma è durante l’attraversamento del Sahara che il viaggio gli racconta anche altro, che può essere si bersaglio dell’obiettivo della sua macchina fotografica, ma anche strumento anch’esso, metodo, maestro, generoso compagno e supporto di altre idee. Mentre il viaggio lo accompagna, l’avventura lo corteggia, spinta in questo da un caso che gli scombussola i piani e gliene offre di nuovi, come durante il suo ritorno in Africa nel ’76, quando dovrà vendere la macchina per andare avanti, per tornare a casa.

Primo Viaggio in Africa

La valigia del lontano e del nascosto

In questo essere presi e mossi, nella decisione di muoversi, da un paese ad un altro Gotti trova la soddisfazione di lasciare il familiare, il domestico, l’Europa, per scoprire l’altro, il lontano, il diverso in quanto non-noto, ma se lo fa, a volte, è perché sa che viaggiare è anche un continuo staccarsi da un luogo per tornarvi, finché questo movimento continuo tra andate e ritorni, questo continuo viaggiare non si avviluppa su sé stesso e comincia a scavarsi, a mostrare altri cunicoli da percorrere, altri vicoli bui da portare alla luce.
Per entrare in queste stradine, per attraversare queste viuzze, Gotti non ha bisogno che di un bagaglio minimo, non porta mai con sé più del necessario, solo la sua macchina fotografica molto spesso, senza neanche l’aiuto di un cavalletto fotografico. Sarà poi il mondo a fargli da valigia, a mostrargli quel che ha da offrire, ad offrirgli quanto possa servirgli e quanto riesca a portar via. Le partenze sono sempre più leggere e povere di quanto non lo siano i ritorni, così, col tempo, il fotografo affina la sua esperienza come viaggiatore. Al voler conoscere quanto più possibile, si affianca così il quesito riguardo a cosa cercare e di come cercarlo. In questo essere presi e mossi, nella decisione di muoversi, da un paese ad un altro Gotti trova la soddisfazione di lasciare il familiare, il domestico, l’Europa, per scoprire l’altro, il lontano, il diverso in quanto non-noto, ma se lo fa, a volte, è perché sa che viaggiare è anche un continuo staccarsi da un luogo per tornarvi, finché questo movimento continuo tra andate e ritorni, questo continuo viaggiare non si avviluppa su sé stesso e comincia a scavarsi, a mostrare altri cunicoli da percorrere, altri vicoli bui da portare alla luce.

Stati Uniti e Cina

I suoi viaggi continueranno, intanto, suggeritigli dall’istinto e dalle opportunità che la vita di volta in volta gli offrirà, come nel caso degli Stati Uniti, attraverso i quali viaggia, partendo dal Vermont per arrivare in California nel ’77, o come quando con una delegazione italiana, in visita ufficiale in Cina, documenterà la vita in fabbrica in quello sterminato paese dove nasceva quel sistema lavorativo e politico che fa di questa nazione, una delle principali potenze a livello mondiale. La sua curiosità di viaggiatore, anche durante questo viaggio ufficiale, lo porterà ad esplorare angoli sconosciuti e poco “turistici” della Cina. Le foto di questo viaggio, tra l’altro, impresse su carta baritata e stampate ai sali d’argento, sono state ripresentate quest’anno, a più di trent’anni di distanza con la mostra “Cina 1978, appunti di viaggio”

L’illuminazione e l’arte

Lo shift tra il sogno americano e la quotidianità cinese, documentata tanto come reporter ufficiale quanto viaggiatore alla scoperta del mondo, rappresenterà il “bodhi” del suo percorso di ricerca. Il viaggio per il viaggio, come in Kerouac, senza un principio “religioso”, alto, che lo regoli, porta alla fine allo smarrimento. La vastità e la varietà di immagini che si offrono quotidianamente all’occhio di ciascuno, potrebbero portare ad un forte disorientamento, quando non si disponesse degli strumenti necessari per indirizzare i propri passi.
A Gotti questi elementi vengono in parte dalla sua storia e dalla sua formazione, in parte da un’elaborazione personale. L’architettura delle sue foto mostra sempre una misura classica, equilibrata, anche quando manca la simmetria nella composizione dell’immagine anzi, in alcuni casi, proprio grazie alla mancanza di questa simmetria ed omogeneità. La storia dell’arte pone sull’obiettivo della sua macchina fotografia, rigorosamente analogica, infiniti filtri che richiamano, di volta in volta, l’eleganza del rinascimento, i meta-messaggi della metafisica, o ancora la pop-art, l’astrattismo, il barocco e molto altro ancora.

Attrezzatura minima: il compasso

Se dalla sua formazione l’artista ricava gli strumenti tecnici per organizzare il proprio lavoro, è da un’indagine dentro sé stesso, dietro i propri occhi, che deve cercare il compasso, la bussola e la mappa per navigare tra gli infiniti possibili fotografici. Il compasso gli viene dalla costante ricerca dell’ordine e del bello, un bello che non sia solo un voler piacere, ma un principio aristocratico, come nei vari “Portraits” dove, ad esempio, un barbone messicano diventa un nobile o delle ragazze del Madagascar (in una foto premiata con il premio UVA) o ancora o nei ritratti di donne o vecchi o bambini da ogni parte del mondo, o nell’eleganza di mestieri dove la dignità e la bellezza dei lavori più umili emergono dalla foto. Le foto di Gotti esistono già prima di essere scattate e quasi mai cambiano nella post produzione. Cresciuto e formatosi, tecnicamente ed artisticamente, nella scuola dell’analogico, il fotografo sa bene che già prima della partenza ci deve essere un’immagine di quel che accadrà e che si vedrà. Le sue immagini non hanno e non vogliono trovare posto in un mondo in cui chiunque può far foto in maniera seriale, per poi correggerle. Per quanto le nuove tecnologie, ammette Gotti, offrano sicuramente soluzioni interessanti per migliorare uno scatto, la centralità deve spettare alla foto. Può capitare che il caso offra l’opportunità di catturare un immagine a cui non si era pensato, ma il viaggio e le foto che ne verranno fuori, sono solo il riflesso di un altro viaggio (intimo e di conoscenza) e di altre immagini che la mente ha già in precedenza creato.

Cent’anni di Solitudine

La bussola

La bussola la “scopre dopo” e gli viene dalla scelta di un progetto e di una foto insieme. Gli album “concettuali” diventano quasi dei saggi. I primi partono dall’idea che ogni paese al mondo abbia un suo colore. Così lo Yemen diventa il marrone, l’Irlanda il verde, Haiti ed il Madagascar tutta una tavolozza di colori. Dal progetto sui colori, il progetto si sposta agli elementi fondamentali, acqua terra aria e fuoco (trovando quest’ultimo, in maniera geniale, nella fumosa e bianca e grigia Islanda), che saranno al centro di quattro mostre dal 2003 al 2008. Dai quattro elementi si torna poi indietro, ai colori, avanzando e legando ad essi uno stato d’animo o un’emozione come nei progetti “Colors” o “Blue Emotion”. Negli ultimi anni ad orientare il suo interesse sono, ad esempio, le case, quelle di Cuba, neoclassiche e antiche, rovine piene di storie e di vita.

Alle origini della terra

Una delle “bussole” più interessanti, dei progetti più ricchi e profondi, sono sicuramente “Alle origini della Terra” (richiesto per una mostra anche dalla Chiesa di San Domenico a Bologna) e “Crossing over”. Nel primo, per rappresentare i primi versetti della Genesi, quelli della Creazione, Gotti raccoglie foto da ogni parte del mondo, utilizzando l’intero pianeta per dare un’immagine dello stesso alle origini. Quello che affascina in questo progetto è la presenza del tempo, il suo espandersi all’infinito e il frammentarsi all’infinitesimo dei primi cinque giorni. Le piante, da piccoli arbusti su altopiani sudamericani diventano nella foto successiva son già alberi immensi negli arcipelaghi del Pacifico del Sud, le acque placide di una spiaggia o di un lago che tumultuose precipitano in una cascata islandese, tutto si parcellizza e si moltiplica in tempi e luoghi diversi. Secondo Gotti serve tutto il mondo per ricreare il Paradiso Terrestre.

Alle origini della Terra

Crossin over

“Crossing Over”, invece, riprendendo in parte il progetto di “Routes” incentrato su strade che attraversano e muovono l’armonia ferma del paesaggio, inserisce nella staticità della foto il movimento, in bici, a piedi, in macchina, dei personaggi che entrano nel paesaggio. In alcuni casi basta l’alternarsi di finestre chiuse o aperte o di battenti accostati, o la presenza in un angolo dell’inquadratura di un personaggio, asessuato sotto l’ombrello in un giorno di pioggia a dare dinamicità all’immobilità dello scatto. Altre volte son donne che camminano con ceste in testa a spostare lo sguardo dalla fissità al suo passo e ad una storia, ad una vita fatta di continui andirivieni quotidiani e silenziosi, presenti ed anonimi, non fosse stato per quello scatto rubato. In un attimo si incontrano il momento con il suo prima ed il suo dopo, quasi emergesse come una macchia di rosso in un quadro in bianco e nero.

Crossing over

Un ultimo strumento: la mappa

Così Gotti, con la sua piccola valigia con dentro una macchina fotografica, una bussola ed un compasso, cammina per la più grande valigia del mondo che gli regala e ci regala tutto un universo di oggetti e momenti che si uniscono tra loro, che tra loro si parlano, formano il terzo strumento necessario per orientarsi nell’immensità del visibile, la mappa che tutto collega e che riporta la polimorfia all’unità. L’artista, in 45 anni di viaggi disegna una cartografia della natura e, soprattutto dell’umano, un orologio del tempo, calendari di luoghi e situazioni, dove panni stesi ad asciugare, sarti, barbieri, mostrano ciascuno uno stile, una forma espressiva diversa, l’infinita ed unica possibilità di essere di una cosa, un mondo che è insieme sconfinato e “qui”.

Le immagini e le parole

Viaggi, bussole, compassi, mappe, reportage, architettura, fotografia, arte diventano simbolo della parola nel 2015, con la raccolta di foto “Stories” dove la letteratura, classica e moderna (quando questa è già quasi classica), viene raccontata riassumendo grandi opere e sterminate distese di parole in una semplice ed intima inquadratura. Baricco, Marquez, Kerouac, Tolstoj, Bronte, Defoe, Cacucci si rivedono in luoghi a volte lontani dalle ambientazioni dei loro racconti, ma le loro parole descrivono, come la fotografia di Gotti, angoli e scorci che diventano “universali” e le didascalie che descrivono il luogo diventano quasi un inciso nelle frasi utilizzate per descrivere un posto. Nei passi letterari scelti, così come negli scatti, emergono tracce di qualcosa che è stato, sconfinati paesaggi alla Crewdson, profondi silenzi che dicono tanto alla Hopper, un senso di abbandono, un ricordo di dimenticanze presenti, solitudini che si lasciano guardare.

Panni stesi

L’universo nel quotidiano

C’è del quieto e del sublime nelle immagini di Gotti, dell’eterno e del convenzionale, nelle grandi opere così come nei calendari, dove le foto di Gotti diventano quotidiane e disponibili a tutti. I calendari del fotografo, a volte su commissione, non sono però come le poesie su richiesta che diventano ordigni, come direbbe Pasolini, ma un piccolo e cesellato gioiello, presentato ogni volta in occasione di mostre nelle quali gli originali sono esposti in stampe più grandi su carta e su tela. Molte opere dell’artista, possono diventare così, per chiunque voglia conoscerlo e conservarne lo sguardo, un piccolo quadro sulla scrivania, durante il lavoro o lo studio, o un mondo in una stanza, una finestra aperta su tutto quanto è fuori dalle mura di casa, nella prospettiva infinita di un viaggio.

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