Pacificazione fallita in Israele: Paradise lost?

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Dimenticate l’ultima guerra tra Israele e Hamas. Dimenticate i morti. Non sentiremo più le loro voci. Dimenticate le bombe. Sono disintegrate, al pari degli edifici che hanno colpito. Dimenticate, e andate oltre. Dimenticate e sopravvivrete.

Pacificazione fallita in Israele?

Nulla è cambiato. Se non per chi ha perso la vita sotto ai bombardamenti. Anziani, donne, bambini. Loro non ci sono più. Bambini, donne, anziani. Non potranno più odorare l’odore dei fiori. Né potranno sentire la brezza sulla pelle. Non si scalderanno più al calore del Sole. Donne, bambini, anziani. Le loro risa sono un ricordo del passato. Come la recente guerra tra Israele e Hamas. O meglio, una delle tante parentesi di un conflitto decennale. Allo scattare del labile cessate-il-fuoco, entrambi gli schieramenti condividevano una sola preoccupazione. Rivendicare la vittoria. Il che non deve sorprendere, trattandosi di una lotta per la legittimazione. Ma come dicevamo, nulla è cambiato. In Israele, come nella Striscia di Gaza.

Vittoria?

Per noi, la battaglia ha raggiunto i suoi obiettivi”, ha riferito una fonte militare da Gaza. Uno dei leader di Hamas, Ismail Haniyeh, ha detto che il conflitto “ha aperto la porta a nuove fasi che vedranno molte vittorie”. In termini generali, Hamas rimane al comando dell’enclave costiera. La stessa che controlla dal 2007, quando spodestò Fatah. Dal canto suo, il Commando di Tel Aviv afferma che gli 11 giorni di intensi raid aerei hanno eliminato decine di militanti di Hamas. Oltre ad aver abbattuto centri nevralgici dell’organizzazione, inficiandone le capacità belliche. Ma quello che viene propagandato dall’esercito israeliano come il coronamento del suo successo è l’aver distrutto la “metropolitana” di Hamas: un tunnel che si estende per svariati chilometri sotto la superficie di Gaza.


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Una strategia

Eppure, l’operazione “Guardiano dei muri” non ha impressionato tutti, in Israele. “Anche se è vero che gli obiettivi che sono stati attaccati negli ultimi giorni hanno danneggiato Hamas, alla fine è stato semplicemente più o meno lo stesso”. Così ha scritto il commentatore Yossi Yehoshua sul quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth. Invece che rappresentare un colpo decisivo per le organizzazioni terroristiche, quindi, questa ennesima operazione non sembra altro che la continuazione di un processo definito “falciatura dell’erba”. Cioè impedire ad Hamas di ampliare il suo arsenale militare attaccandolo con cadenza frequente. Generalmente, facendo trascorrere pochi anni tra un’offensiva e la successiva. Insomma, come falciare il prato.

Hamas come scusa?

Israele considera Hamas una minaccia seria, ma non esistenziale. Ragion per cui ha calcolato con attenzione le forze da impiegare pre la repressione del gruppo terroristico che governa l’enclave. Del resto, le tre precedenti campagne militari contro Hamas hanno insegnato alle autorità sioniste che le perdite di civili e giovani militari sono impopolari tra l’elettorato. Ma cosa succederà tra qualche anno? Si riempiranno altrettante pagine con bilanci drammatici? Oltretutto tra le stesse fazioni in lotta? Alla luce di queste considerazioni, appare evidente che la violenza non sarà la soluzione.


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Pacificazione fallita e propaganda

Venerdì, dopo l’entrata in vigore della tregua, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu era entusiasta. In particolare, il Premier ha affermato che l’attacco al potere militare di Hamas è stato un “successo eccezionale”. Dello stesso avviso è Yair Lapid, al momento il principale rivale di Netanyahu. Nonché capo dell’opposizione, che ha ricevuto il mandato per formare un nuovo esecutivo dal presidente israeliano Reuven Rivlin. Se non altro, di provarci. Ad ogni modo, Lapid ritiene che le IDF abbiano ottenuto “risultati impressionanti”. Tra questi la distruzione della Metro. O almeno una sua parte. Allo stesso tempo, però, ha accusato il governo di non aver fatto abbastanza per prevenire un altro round di combattimenti in futuro.


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Pacificazione fallita: a chi giova?

Nel frattempo, in Israele qualcuno ipotizza che la tempistica con la quale sia ripresa l’offensiva su Gaza non sia casuale. Difatti, questa sarebbe coincisa con un momento di difficoltà per il primo ministro Benjamin Netanyahu. Finora, il più longevo della storia politica del Paese. Dopo il suo tentativo fallito di formare una coalizione, il Premier era stato esautorato. Per la prima volta in sedici anni. Al suo posto, il presidente Rivlin aveva incaricato il leader di Yesh Atid per riprendere il dialogo con lo forze politiche in vista di una maggioranza alla Knesset. E scongiurare nuove elezioni. Le quinte in tre anni. Eppure, suggerire che la guerra sia iniziata solo per brame personali sembra un discorso da complottisti o da vulgata del bar. E se così fosse?

Freddo calcolo

In effetti, il moderato Lapid stava riscuotendo un discreto successo nella sua tornata di consultazioni. Sia da parte dei partiti sionisti sia da quelli islamisti, i quali sembravano aver superato l’atavico divario in virtù di uno spirito di rinnovata coesione. Ma nemmeno la volontà più ferrea avrebbe retto ai gravi eventi alla Spianata delle Moschee, sul Monte del Tempio. Una rivolta che aveva lacerato la pelle come fosse una vecchia piaga. A seguito di quegli “scontri” era seguita l’escalation di violenze che tutti conosciamo. E che ha provocato almeno 250 vittime. Tra queste moltissimi bambini.


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La pace è possibile?

Giovedì il quotidiano israeliano Maariv ha citato le parole di un consigliere politico di Likud, il partito conservatore di Netanyahu. In particolare, l’alto funzionario accusava il Premier di “prendere in ostaggio il Paese” e di “correre” verso le elezioni. “Netanyahu sta usando l’operazione a Gaza per allungare i giorni del mandato che è stato dato a Yair Lapid per formare un governo, senza alcun piano reale”, ha detto. Allo stesso modo, la violenza ha distolto l’attenzione dal processo per corruzione del primo ministro, che ribadisce la sua innocenza in regolari annunci alle emittenti televisive nazionali. Per vincere bisogna vendere l’anima?

Pacificazione fallita: Hamas

Sull’altro fronte, il conflitto è valso ad Hamas per assestare un duro colpo ai suoi rivali politici. Specialmente il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas. Nonché un esponente del movimento di al-Fath che aveva ricevuto numerose critiche per aver cooperato con Israele. Del resto, la decisione di Abbas di rinviare le elezioni palestinesi in programma quest’anno aveva solo gettato benzina sul fuoco. Soprattutto se si considera che l’ultimo scrutinio parlamentare risale al 2006.


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Pacificazione fallita: Paradiso perduto

Sta di fatto che prosegue il conflitto tra israeliani e palestinesi. Mentre le pretese inconciliabili che hanno fondato le ultime campagne militari tra Israele e Hamas (2008, 2012, 2014) sono rimaste tali. Con alcune differenze di rilievo che hanno complicato la situazione. Da una parte perché, a partire dalla Grande Marcia del Ritorno del 2018, Hamas ha ampliato la sua agenda politica quanto lo spettro di diritti che rivendica. Tra cui la possibilità ai rifugiati di fare ritorno in patria, che sarà una delle questioni centrali per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Dall’altra perché, a differenza del passato, la situazione non riguarda più solo Gaza, alla quale Israele avrebbe potuto fare delle concessioni. Stavolta Hamas ha esteso le sue mire a Gerusalemme occupata. Città della quale si è autoproclamato “custode”.

Pacificazione fallita: lo zampino degli Usa

In questo contesto, l’ambiguità dell’amministrazione statunitense non ha aiutato. A tal riguardo, il tono più interventista dell’altrimenti imperturbabile Joe Biden rappresentava un chiaro distacco dall’approccio di stand-back che ha segnato i primi mesi del suo mandato. Il presidente, in carica da gennaio, si era mostrato riluttante ad affrontare il conflitto israelo-palestinese che aveva confuso i suoi predecessori. Piuttosto, Biden aveva preferito ribadire il suo sostegno a Israele. Un amico prima che un alleato in Medio Oriente. In realtà, è un problema di prospettiva. In effetti, gli Usa considerano la regione mediorientale solo come l’arena di confronto con le altre superpotenze rivali: la Russia e la Cina. Nulla più.


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Pacificazione fallita: si confonde l’obiettivo

Gli Usa sapevano che la questione aperta tra Israele e Palestina avrebbe determinato la stabilità della regione. “Quello che abbiamo imparato dagli accordi di Abraham è che quando si ignora il conflitto israelo-palestinese nel fare questo, non solo si offuscano le prospettive per i negoziati, ma si ha effettivamente la possibilità di aggiungere un’altra scintilla”, aveva detto un funzionario statunitense. A ben vedere, però, proprio gli Accordi di Abramo avevano provocato il riaccendersi degli attriti. Grazie alla mediazione statunitense, Israele era riuscito a normalizzare i rapporti con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain. Ai quali si erano aggiunti gli altri Paesi arabi del Golfo e del Nord Africa. Tra cui Marocco e Sudan.

Ci sarà mai pace?

Dal canto loro, i funzionari statunitensi erano convinti della bontà di quegli accordi. In più, ritenevano che avrebbero rappresentato il grimaldello per una risoluzione del conflitto, agevolando la riapertura del dialogo tra israeliani e palestinesi. Eppure, proprio questi accordi avevano “isolato” ancor di più i palestinesi sulla scena regionale. Oltre che internazionale. In effetti, molti palestinesi si sono sentiti traditi dai loro fratelli arabi per aver concordato accordi con Israele senza alcun progresso verso la creazione di uno stato palestinese. Il Medio Oriente ha esaurito le opportunità di essere salvato?