L’Italia, si sa , ha tante belle e buone cose. L’arte, il cibo, le tradizioni, e la lingua. Una lingua letteraria, dolce , affettuosa. Una lingua che da origine a quelle particolarità ancor più belle che descrivono ogni bella regione: i dialetti.

Eppure, con estremo malincuore, sembra sia diffusa e comprovata  un’attitudine che fa, dei dialetti, linguaggi poco decorosi, da evitare: la dialettofobia è onnipresente ma ha avuto, in passato e nel presente, acerrimi nemici ed oppositori. 

Il dialetti della altre Nazioni

Questa forte opposizione al dialetto sembra essere presente solo in Italia. E’ riscontrabile anche in termini più concreti nella definizione che offre il nostro Grande dizionario italiano d’uso. Nel GRADIT il dialetto è definito in subordine rispetto alla lingua italiana ufficiale, per i suoi limiti spaziali e funzionali. Benché la definizione sia scevra da un atteggiamento del tutto ostile , ma si limiti a descrivere fattori oggettivi, scopriamo una notevole differenza con Francia e Inghilterra. Nel TLF francese, infatti, senza accennare ad alcuna subordinazione, si definisce dialetto come lingua intermediaria , mentre nello Chambers inglese si ammette una totale uguaglianza fra lingua inglese e dialetto.

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Il dialetto , disprezzato dal sistema scolastico, ha avuto fortissimi ed illustri oppositori

Tutti , tranne rari casi, abbiamo esperienza di come il dialetto sia evitato fra i banchi di scuola. Il sistema scolastico ha, da sempre, manifestato questa fortissima tendenza dialettofoba, specialmente durante il periodo fascista, dove si imponeva un purismo linguistico rigido e inviolabile. Solo nel 1979, con svariate norme, lo Stato darà nuovi programmi scolastici che accettano l’esistenza del dialetto, mitigando così l’ostilità. A differenza della ”retta pronuncia” pretesa prima, si propone una ”pronuncia largamente accettabile”. Tutto ciò, però, avviene troppo tardi: molti dialetti, nel frattempo, si estinsero e sappiamo bene che anche ai giorni nostri c’è un atteggiamento sbagliato e prevenuto.

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Ci furono però validissime voci di dissenso che volevano tutelare le realtà dialettali. Furono davvero molti gli studiosi che si batterono contro la dialettofobia ma mi limiterò a citare i più conosciuti e , proprio per l’importanza linguistica e letteraria che possiedono, rimarrete stupiti.

Il dialetto che colora la nostra vita

L’indimenticabile Giovanni Pascoli (1855 – 1912) fu uno dei primi a schierarsi con il dialetto. Nell’introduzione di ”Fior da fiore” scrive : ” Non bandisca così severamente il dialetto.[…] Senz’esso gran parte del mondo si scolorisce , si appanna, si annulla per noi..”. Con una resa dolcissima e poetica , Pascoli urla alla difesa di una ”lingua” che colora il nostro mondo. E’ infatti invero che l’accento napoletano in pizzeria ci porta a sorridere? L’anziana che ci racconta gli antichi modi di dire in Piemontese non ci scalda il cuore? Non è forse meraviglioso confrontare il proprio dialetto con un collega di diversa regione? Pascoli da un enorme contribuito alla causa anche con l’illuminante accenno sulla rivista ”I diritti della scuola”, affermando che gli errori del fanciullo nell’italianizzare parole in dialetto sono, effettivamente, errori di secondaria importanza.

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Il dialetto come richezza

Un altro fervido oppositore sarà Antonio Gramsci (1891-1937). Il brillante e poliedrico studioso sardo , in delle lettere alla sorella, scrive riguardo l’educazione dei bambini : ” Spero lo lascerete parlare il dialetto sardo.[…]Non è un dialetto, ma una lingua a sé…ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile.[…]Ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro.”

Gramsci si schiera sopratutto contro la convinzione che l’apprendimento del dialetto possa nuocere ai bambini, ed afferma, invece, che non è un ostacolo ma un’aggiunta al repertorio linguistico. Nel 1927, infatti, affermerà che è l’apprendimento di una lingua forzata e innaturale a deteriorare l’apprendimento stesso, e che la conoscenza del dialetto non nuoce alla conoscenza della lingua ufficiale, ma la arricchisce. La sua tesi viene ripresa dal fondatore della dialettologia, Graziadio Ascoli, che la contrappone alle critiche manzoniane contro i dialetti.

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