Onu chiede un’indagine in Bahrain dopo sit-in a Jau

La sparizione di alcuni detenuti coinvolti nella protesta ha allarmato l'Ufficio per i diritti umani

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L’Onu chiede che venga aperta un’indagine in Bahrain. Il motivo è per la modalità con cui le forze speciali della polizia hanno sedato un sit-in di protesta. L’incidente è avvenuto nella nota prigione di Jau, a Sud della capitale Manama. Secondo l’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite, gli agenti hanno operato in maniera “sproporzionata e violenta” contro i detenuti che chiedevano migliori condizioni. Intanto, le famiglie degli oppositori politici hanno fatto appello al presidente Joe Biden. Come risponderà Washington?

L’Onu chiede un’indagine in Bahrain?

L’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite (OHCHR) ha denunciato un uso della forza “non necessario e sproporzionato” da parte della polizia del Bahrein per sedare un sit-in pacifico. L’episodio è accaduto all’inizio di questo mese nel carcere di Jau. Uno dei principali penitenziari del paese che in passato era finito sotto i riflettori per tortura. Stando a quanto riferito, almeno 60 prigionieri politici sono stati “confinati” dopo le proteste. I detenuti hanno manifestato per le condizioni di detenzione. In particolare per la scarsa qualità dell’assistenza sanitaria. Un problema presente da diversi anni ma aggravato dalla pandemia. Nonostante le autorità assicurino che la situazione sia sotto controllo. In ragione di ciò, l’Onu ha esortato le autorità in Bahrain ad aprire un’indagine affinché sia fatta luce sulla questione.

Le proteste in Bahrain per l’Onu

In realtà, le tensioni erano divampate il mese scorso a causa di un focolaio di COVID-19. In effetti, la ribellione era cominciata dopo il decesso di un prigioniero che non aveva avuto accesso alle cure. Più precisamente il 5 aprile, quando è iniziato il sit-in. Il 17 aprile, la polizia antisommossa è entrata nella prigione per sedare la rivolta. Secondo le Nazioni Unite, la polizia “Ha lanciato granate assordanti e ha picchiato i detenuti sulle loro teste“. Numerosi i feriti. In una dichiarazione rilasciata a poche ore dall’incidente, il ministero dell’Interno del Bahrein aveva riferito: “Oggi sono state intraprese procedure legali e di sicurezza verso i detenuti, che erano coinvolti nel caos e nella violenza contro il personale di polizia“.


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La denuncia degli attivisti

Una volta calmate le acque, 33 prigionieri sono stati trasferiti in celle di isolamento. Mentre 60 detenuti risultano “dispersi”, secondo l’Istituto del Bahrain per i diritti e la democrazia (BIRD). Nel frattempo, alcuni attivisti hanno denunciato la risposta sproporzionata degli agenti. Tra questi, i gruppi per i diritti al-Wefaq e SALAM. Oltre al già citato BIRD. Proprio quest’ultimo avrebbe raccolto una serie di testimonianze all’interno del carcere. In proposito, Sayed Ahmed Alwadaei, direttore di BIRD che vive in esilio, ha intervistato uno dei prigionieri coinvolti nella protesta. Il testimone ha riferito ad Alwadaei che i detenuti hanno formato delle catene umane durante il sit-in. Mentre le forze di sicurezza cercavano di disperderli.

La testimonianza

Durante il colloquio telefonico, il testimone ha descritto l’azione degli agenti su un detenuto: “L’hanno circondato e abbiamo visto i manganelli salire e scendere sul suo corpo finché non lo hanno portato fuori“. Intanto, le famiglie dei detenuti manifestano all’esterno del penitenziario. Ciò che chiedono sono migliori condizioni di vita e il rilascio degli oppositori. Il 18 aprile, l’Istituto nazionale per i diritti umani del Bahrein ha visitato il carcere, teatro dell’incidente. Per il momento l’ente ha rilevato: “Ciò che è stato sollevato riguardo ai detenuti che sono stati picchiati e trasportati in luoghi sconosciuti non è corretto“.

Onu in Bahrain: le forze di polizia

Dal canto loro, le autorità carcerarie hanno giustificato l’operazione come una risposta dovuta alla disobbedienza. A nulla sarebbero valsi i ripetuti avvertimenti. In conferenza stampa, l’Amministrazione generale per la riforma e la riabilitazione ha dichiarato che diversi detenuti a Jau hanno bloccato i corridoi della prigione. Oltre al rifiutarsi di entrare nei reparti. Secondo l’agenzia statale i prigionieri avrebbero continuato la protesta nonostante gli avvertimenti, ripetuti per diversi giorni. In proposito, le autorità avevano esortato i detenuti a collaborare. In caso contrario, la polizia avrebbe adottato “misure legali e di sicurezza” idonee a raggiungere quel risultato.


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L’appello dell’Onu in Bahrain

In merito, l’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani (OHCHR) ha chiesto di fare chiarezza. L’appello è giunto dalla portavoce, Marta Hurtado. “Chiediamo al governo di avviare immediatamente un’indagine approfondita ed efficace sulla repressione violenta del sit-in nella prigione di Jau“, ha detto la portavoce in conferenza stampa. E ancora. “Li esortiamo anche a fornire informazioni sul benessere dei 33 prigionieri attualmente detenuti in isolamento e ad assicurarsi che siano in grado di contattare i loro avvocati e le loro famiglie“. Poi, Hurtado ha citato i resoconti di testimoni: “Le forze speciali hanno lanciato granate assordanti e picchiato i detenuti sulle loro teste, ferendone molti in modo grave“.

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Dopodiché, Hurtado ha ricordato che le autorità hanno portato 33 manifestanti “in un altro edificio della prigione, dove sono tenuti in isolamento“. Il tutto senza la possibilità di contattare la famiglia o gli avvocati. Questo, “in violazione del diritto nazionale e internazionale“. Nella conferenza stampa, la portavoce dell’OHCHR ha rilevato come la mancanza di assistenza sanitaria nelle carceri sovraffollate del Bahrein sia “Un problema da anni, ma che è diventato cronico“. Soprattutto di questi tempi. “La diffusione della pandemia nelle carceri del Bahrein ha scatenato proteste in tutto il Paese“, ha spiegato Hurtado. E ha aggiunto: “In risposta, le autorità hanno arrestato dozzine di manifestanti per aver violato le restrizioni COVID-19“.

Le autorità

A tal proposito, il 28 marzo le autorità avevano assicurato che i vaccini anti COVID-19 siano stati somministrati a tutti i detenuti che ne avevano fatto richiesta. Al pari di altri paesi, poi, anche il Bahrein ha liberato alcuni prigionieri “a rischio”. Ad esempio le donne in gravidanza. Ad ogni modo, l’organismo delle Nazioni Unite ha invitato le autorità a fornire cure mediche tempestive ai detenuti. Inoltre, le ha esortate a considerare il rilascio di alcuni reclusi per alleviare la congestione delle carceri. Per Hurtado, gli oppositori politici dovrebbero essere i primi. Come ha detto la portavoce: “Coloro che sono detenuti per aver espresso opinioni critiche o dissenzienti, protetti dalla legge internazionale sui diritti umani dovrebbero essere rilasciati immediatamente“.


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L’attenzione internazionale

Di certo, l’episodio del 17 aprile non è passato inosservato. All’indomani della repressione alcuni parlamentari britannici si sono preoccupati per le “sparizioni” a Jau. Tanto che il drappello ha inviato una lettera al ministro degli Esteri, Dominic Raab. Nella missiva i deputati criticavano il governo al civico 10 di Downing Street per assecondare la narrazione delle autorità del regno. Non solo perché falsa, a loro dire. Ma soprattutto in quanto basata su “rassicurazioni infondate da organismi del Bahrain screditati“. In risposta a un’interrogazione parlamentare, il ministro britannico degli Affari esteri James Cleverly ha assicurato di essere in contatto con il regno. In particolare, ha spiegato che “il personale della prigione ha preso le misure necessarie” per reprimere eventuali minacce alla sicurezza.

Le famiglie dei detenuti

Intanto, BIRD ha reso noto che una dozzina di famiglie di prigionieri politici ha consegnato delle lettere al Consolato Usa a Manama. Oltre che al coordinatore dell’Onu in Bahrain, Mohamed El Zarkani. In entrambi i casi, i parenti dei detenuti hanno esortato le autorità internazionali a “prendere provvedimenti immediati“. Soprattutto “Per accertare la vivibilità del luogo in cui si trovano i loro figli e familiari“. Ma non è tutto. In effetti, i firmatari hanno interpellato il presidente Joe Biden. In particolare, hanno sostenuto che non ci siano “Prove che la vostra ambasciata o la Casa Bianca abbiano agito per frenare gli abusi nei confronti dei tuoi alleati in Bahrain“. Mentre hanno precisato che “L’entità della repressione in Bahrain si è solo intensificata negli ultimi mesi“.

Un commento

In proposito, Alwadaei ha commentato: “Il più importante ente mondiale per i diritti umani ha chiesto al Bahrain di rivelare immediatamente il destino dei detenuti aggrediti“. Nonostante “I governi di Usa e Regno Unito siano rimasti in silenzio“. Poi, il direttore di BIRD ha rincarato la dose. “I diritti umani non dovrebbero mai essere subordinati alla geopolitica“. E ancora. “Tale silenzio incoraggerà solo il Bahrain a continuare le sue sfacciate violazioni del diritto internazionale“, ha concluso.


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Il punto

Il Bahrain, alleato dell’Occidente, aveva già ascoltato i rimproveri delle organizzazioni per i diritti in passato. Specialmente se riguardanti le condizioni delle sue carceri. Tra questi non solo il sovraffollamento e la scarsa igiene. Ma anche la mancanza di strutture sanitarie adeguate. Nel paese, centinaia di oppositori politici, attivisti, giornalisti e difensori dei diritti umani sono in prigione. Parte di questi a causa della rivolta del 2011. Mentre altri in conseguenza delle repressioni governative degli anni successivi. Il recente sit-in ha richiamato l’attenzione in Bahrain. Soprattutto quella dell’Onu. Che le autorità accolgano l’invito delle Nazioni Unite a investigare? Di certo, sarebbe l’unico modo per stabilire le responsabilità, nel caso in cui si sia commesso un errore. Tanto quanto punire i responsabili. Chiunque essi siano.

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